Il “mio” terremoto, un anno e spiccoli dopo

Il “mio” terremoto è stato appena una briciola del gigantesco plumcake di male che si è abbattuto su molti altri. Infatti un anno fa non ne ho scritto che pochissime righe, per pudore e rispetto verso chi aveva visto aprirsi crepe nei muri delle proprie case, aveva dormito in tenda, si era dovuto arrangiare con roulotte affittate a prezzi molto più alti di quelli che si potevano trovare fino a qualche giorno prima. Ma oggi, forse, anche due righe del terremoto visto dalle retrovie possono aiutare a dare un’immagine complessiva, senza cercare di levare spazio a chi era al fronte.


A me è andata bene. Vivo a Bologna, lavoro a Modena e nel fine settimana sono di solito a Genova, dove ho “sentito” la prima scossa, quella di sabato notte.
Sentito è tra virgolette, perché è andata che stavo dormendo e di colpo Lucilla accende la luce e dice “cazzo, il terremoto”. Io rispondo, testuale, “ah ecco, non me l’ero sognato”, poi giro la testa dall’altra parte e torno a dormire. Non per coraggio o altro, ma per incoscienza, per quel quieto vivere, perché “Genova non è sismica” e insomma, figurati se poteva essere più che una scossettina di quelle che magari ti danno uno spavento ma finisce lì, come mi era già capitato di sentire. Solo una volta, a Modena, un paio di anni di prima o forse più, ne era arrivata una che avevo pensato “ma chi è il cretino che mi sta scuotendo la sedia?” poi mi sono voltato e non c’era nessuno e allora prudentemente sono andato a mettermi sotto una porta. Ma poi anche quella finita e non era successo niente.
Comunque. Quando mi sveglio, sul cellulare c’è il messaggio di un’amica che mi chiede allarmata se va tutto bene; sapendo che lei sa che il fine settimana sono a Genova mi immagino che l’epicentro sia stato vicino. Del resto, la botta che credevo di avere sognato era comunque di tutto rispetto. Non poteva che essere stato vicino.
Ci trasciniamo fuori dal letto, accendiamo la tv e quello che vediamo non c’è bisogno che lo ripeta.
Stacco.
Lunedì arrivo al lavoro e per quanto Modena città si sia presa solo un grosso spavento, i colleghi e le colleghe che abitano nelle vicinanze se lo sono presi in pieno.
Ci sono occhiaie, facce stanche.
E’ tutta una settimana stanca, perché lo stillicidio di scosse va avanti, grossomodo ne sento una al giorno al lavoro e almeno una la sera a casa. Quelle al lavoro le riconosco dallo scricchiolare degli elementi della parete alle mie spalle, dal monitor del computer che traballa. E’ come se qualcosa di grosso desse una spallata al palazzo. Nel momento che te ne accorgi è già finita, non resta che dire “scossa!” con una specie di finta serenità che esorcizzi la paura e aspettare i dati dell’INGV. Quelle a casa di solito arrivano mentre sono a letto, la finestra vibra in modo non sufficientemente distinguibile da quando passa un autobus di sotto, però vibra anche il muro. Alcune le sento mentre mi sto addormentando, altre mentre dormo. Altre non le sento proprio.
E’ un appuntamento più o meno fisso, che terrorizza chi sabato notte ha avuto paura che la casa gli cadesse in testa e che, allo stesso tempo, ti fa abituare a una nuova “normalità” (sempre parlando dal punto di vista di uno per cui il terremoto è fino a quel momento una specie di strana parentesi curiosa).
Stacco.
Il 29 maggio arrivo in ufficio presto perché ho chiesto un permesso e devo andare via subito dopo pranzo.
Sono seduto alla mia scrivania a fare non so più neanche cosa quando il solito elefante si appoggia al palazzo. Solo che non è da solo. Si è portato la famiglia. E gli amici. Quelli obesi e goffi.
La cosa più spaventosa è il rumore. Il rumore delle cose che tremano, il rumore che fa la terra che si agita. Pensi “adesso finisce, adesso finisce, adesso smette di tremare tutto” e invece non finisce. Continua. Non cade niente, non si aprono crepe sui muri, però sai che potrebbe.
Avendo perso completamente la cognizione del tempo, non so dopo quanti secondi qualcuno ha detto “andiamo fuori”. Nella mia stanza ero ancora solo, ma ho sentito gente correre per il corridoio e ho fatto quello che ogni bravo animale fa in preda al panico: ho seguito il branco. A questo punto parte il momento “candidati al premio Darwin”: tutti noi che eravamo in azienda ci siamo radunati lì fuori, sotto a un’intera facciata vetrata, per giunta su uno spazio terrazzato che è il tetto di un grande magazzino. Non è successo niente, solo il pavimento ha continuato a tremarci sotto i piedi per un po’, poi credo che fossi io che lo sentivo tremare e basta.
Non si riusciva a telefonare, c’era gente preoccupata sia di non potere avvisare di stare bene sia di non sapere come stavano parenti e amici. Siamo rimasti un po’ fuori un po’ dentro, qualcuno ha fatto avanti e indietro per prendere quello che aveva lasciato dentro e alla fine la proprietà ha deciso che per quel giorno andava bene così ed era il caso che ce ne andassimo tutti a casa.
Ho rimediato un passaggio verso Bologna con altri colleghi e la situazione in strada era parecchio folle, la gente guidava come formiche impazzite, la radio trasmetteva notizie orribili e di tanto in tanto telefonava qualche ascoltatore che diceva “se le esplosioni non c’entrano niente perché durante il terremoto si sentiva come un rombo?”.
Arriviamo a Bologna e mi scaricano dall’altra parte della città. A Bologna la scossa si è sentita ma non deve essere stata forte come a Modena. Salgo sull’autobus ed è tutto normale; per un attimo mi sembra quasi di essere un reduce che ha vissuto un’esperienza che gli altri non possono capire. E’ una cazzata, ma sono un po’ scosso (ops) e mi sembra strano che ci sia gente che non lo è.
Arrivo a casa e Ben, il mio coinquilino, è tranquillissimo. Ha sentito la scossa ma non si è preoccupato molto. Grazie al cazzo, penso, ha vissuto tre anni in Giappone.
Guardo un po’ su internet, mando messaggi per dire che va tutto bene, cerco di provare a godermi la giornata improvvisamente libera.
Poi vado in bagno.
Sono sicuro che ci siano posti peggiori per prendersi un’altra considerevole scossa di terremoto che il quarto piano di un palazzo settecentesco, mentre siete seduti sul cesso, però diciamo che nella classifica secondo me non si piazza malissimo. Se la gioca.
Trascorro incalcolabili secondi di indecisione: scappo urlando giù per le scale o resto qua? Che razza di cadavere lascerò, in caso vada male?
Poi smette. Esco dal bagno terreo e cerco di darmi una calmata. Inizio a pensare a preparare uno zaino di emergenza. Un’operazione che si arresta dopo averci messo (in quest’ordine) l’hard disk con il backup del computer, il computer, un paio di mutande. Mi sento ridicolo. Non-può-succedere-qui, penso.
Intanto mi chiama un amico da Genova, vuole sapere come va, visto che le ultime due scosse le ha sentite bene pure lui. Siamo lì che parliamo quando arriva la nuova scossa. La cosa buffa è che se ne accorge prima di lui di me, mi ricorda all’inverso una volta che avevo telefonato a un compagno di scuola che viveva nella mia stessa via e avevo sentito la sirena dell’ambulanza prima attraverso il ricevitore e poi sotto la mia finestra. Solo che l’ambulanza non ti fa tremare il pavimento sotto i piedi. Poi mi volto e, nel mezzo di una scossa che a qualche decina di chilometri da qui sta tirando giù case e capannoni, Ben è incredibilmente in piedi sul tavolo della sala che sta cercando di fissare un lampadario Ikea al soffitto, come se niente fosse. Effettivamente la sistemazione è così instabile che una vibrazione in più o in meno non deve avergli fatto granché impressione.
Come la scossa finisce, torno a fissare il mio zaino di emergenza. Ci metto dentro tipo una maglietta. Penso che magari vado al parco a leggere, fino a che non devo andare dal medico. Medito sulla possibilità seduto sul letto per venti minuti circa. Poi dico che no. Però per tutto il pomeriggio, come sento tremare qualcosa guardo lo zaino, guardo fuori, guardo lo zaino, lascio perdere.
Nella classifica delle giornate strane della mia vita, il 29 maggio 2012 ha una posizione bella alta. Lo stesso fenomeno di cui io ho sentito poco più che i riverberi ha ucciso delle persone, non lontano da dove ero. Io al massimo mi sono trovato in una situazione imbarazzante, mentre altri dovevano dormire fuori di casa o una casa non ce l’avevano proprio più.
I giorni successivi, forse anche tutto il mese successivo, sono stati altrettanto strani, intessuti di una normalità che era fatta di scossette che facevano tremare lo schermo del computer e scricchiolare le pareti, seguite dal frenetico refresh sulla pagina dell’INGV (fosse anche solo per confermare a quelli che più ci avevano fatto il callo che una scossa c’era stata).
Un giorno è venuto un tecnico, che dopo la nostra pacata reazione alla scossa si è pensato che fosse il caso di farci spiegare le procedure d’emergenza in caso di calamità, tipo terremoti o incendi. La prova di evacuazione è riuscita piuttosto bene, se togliamo il fatto che abbiamo terrorizzato tutti quelli che ci hanno visto uscire in massa dall’edificio e pensavano ci fosse stata una nuova scossa.

L’ultima scossa dello “sciame” non la ricordo. O meglio: non ricordo il primo giorno in cui non ho sentito neanche una botta piccola piccola.
Potrebbe essere stato verso la fine di giugno.
Ovviamente c’era gente ancora fuori di casa, nelle tendopoli.
Però per noi nelle retrovie era finita, grossomodo.
La cosa che ho capito mentre l’ufficio mi tremava intorno è una cosa sciocca, ma che ogni tanto ha bisogno di una dimostrazione. La Natura non ci odia. Le siamo indifferenti. Incidentalmente, degli esseri umani si trovavano nel posto sbagliato mentre processi geologici antichi quando il mondo arrivavano a un punto di rottura. Quello che senti mentre la terra fa quel rumore assurdo è quanto non conti niente. E’ il genere di esperienze che hanno portato gli esseri umani a sviluppare spiegazioni per dare un ordine all’imponderabile, per darsi un tono.
I primi che si posero il problema diedero vita al pensiero religioso, costruirono sistemi che razionalizzavano quello che sembrava incomprensibile, lo inserirono in un contesto umano: ci sono entità che hanno una volontà e una potenza sufficiente a metterla in atto e noi ci finiamo in mezzo, per qualcosa che abbiamo o non abbiamo fatto.
Oggi, un certo tipo di pensiero complottista fa lo stesso tipo di operazioni, senza bisogno di postulare l’esistenza di creature sovrannaturali. E’ un pensiero “religioso” razionalista, adeguato allo sviluppo tecnologico.
E’ successo un terremoto? E’ sicuramente colpa LORO, di qualcuno che trama nell’ombra. I terremoti sono causati sicuramente da qualche cosa che hanno fatto “gli americani” (poco importa che di fracking in Emilia Romagna non ne sia mai stato fatto), l’autismo è colpa dei vaccini. Nonostante tutto il profluvio di link a “scienziati indipendenti”, il complottismo di questo tipo ha le sue radici reali in una profonda ignoranza e in un pensiero antiscientifico, per cui si parte da una conclusione e si trovano a ritroso le cause.
Affidarsi a queste spiegazione significa non essere più vittime del caso, insignificanti comparse in uno spettacolo incomparabilmente più grande di noi; ma vittime di più prosaici uomini affamati di denaro*. Perseguitati, vittime vere.
E’ una narrazione potentissima come antidoto al senso di impotenza e di nullità che senti mentre la terra ti trema sotto i piedi.
E questa forse è la cosa più importante che ho imparato dalla mia passeggiata nelle retrovie del terremoto.


* Ho sentito gente che conosco sostenere che il maltempo nei weekend primaverili o estivi sarebbe colpa dei proprietari di centri commerciali che fanno piovere attraverso le scie chimiche per fare in modo che la gente trascorra il sabato e la domenica da loro, tanto per dire come la spiegazione vada bene per le cose grandi e le cose piccole, allo stesso modo. Il Grandemilia come i Rettiliani

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3 commenti

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3 risposte a “Il “mio” terremoto, un anno e spiccoli dopo

  1. oltre a quello religioso e a quello antiscientifico, c’è un terzo pensiero magico, e l’ho notato leggendo i socialcosi e i libri che raccolgono racconti e testimonianze: è il pensiero di quelli che chiamano il terremoto per nome, lo considerano “vivo”, o “un mostro”, o “un nemico invisibile”, e cose così

    • Attraverso la mail aziendale mi arrivò questo testo qua, che in effetti esemplifica bene il terzo tipo che dici:

      “Gentile Sig. Terremoto, c’è una cosa che non hai capito della mia terra, ora te la racconto:
      Per chiamarci non basta una parola sola: Emilia Romagna, Emiliano Romagnoli, ce ne vogliono almeno due; e anche un trattino per unirle, e poi non bastano neanche quelle.
      Perché siamo tante cose, tutte insieme e tutte diverse, un inverno continentale, con un freddo che ti ghiaccia il respiro, e una estate…… tropicale che ti scioglie la testa, e a volte tutto insieme come diceva Pierpaolo Pasolini, capaci di avere un inverno con il sole e la neve, pianure che si perdono piatte all’orizzonte, e montagne fra le più alte d’italia, la terra e l’acqua che si fondono alle foci dei fiumi in un paesaggio che sembra di essere alla fine del mondo.
      Città d’arte e distretti industriali, le spiagge delle riviere che pulsano sia di giorno che di notte, e spesso soltanto una strada o una ferrovia a separare tutto questo; e noi le viviamo tutte queste cose, nello stesso momento, perché siamo gente che lavora a Bologna, dorme a Modena, e va a ballare a Rimini come diceva Pier Vittorio Tondelli, e tutto ci sembra comunque la stessa città che si chiama Emilia Romagna.
      Siamo tante cose, tutte diverse e tutte insieme, per esempio siamo una regione nel cuore dell’Italia, quasi al centro dell’Italia, eppure siamo una regione di frontiera, siamo anche noi un trattino, una cerniera fra il nord e il sud, e se dal nord al sud vuoi andare e viceversa devi passare per forza da qui, dall’Emilia Romagna, e come tutti i posti di frontiera, qualcosa dà, qualcosa prende a chi passa, e soprattutto a chi resta, ad esempio a chi è venuto qui per studiare a lavorare oppure a divertirsi e poi ha decido di rimanerci tutta la vita… in questa terra che non è soltanto un luogo, un posto fisico dove stare, ma è soprattutto un modo di fare e vedere le cose.
      Perché ad esempio qui la terra prende forma e diventa vasi e piastrelle di ceramica, la campagna diventa prodotto, e anche la notte e il mare diventano divertimento, diventano industria, qui si va, veloci come le strade che attraversano la regione, così dritte che sembrano tirate con il righello.
      E si fa per avere certo, anche per essere, ma si fa soprattutto per stare, per stare meglio, gli asili, le biblioteche, gli ospedali, le macchine e le moto più belle del mondo.
      In nessun altro posto al mondo la gente parla così tanto a tavola di quello che mangia, lo racconta, ci litiga, l’aceto balsamico, il ripieno dei tortellini, la cottura dei gnocchi fritti e della piadina e mica solo questo, sono più di 4000 le ricette depositate in Emilia–Romagna; ecco la gente lo studia quello che mangia, perché ogni cosa, anche la più terrena, anche il cibo, anche il maiale diventa filosofia, ma non resta lassù per aria, poi la si mangia.
      Se in tutti i posti del mondo i cervelli si incontrano e dialogano nei salotti, da noi invece lo si fa in cucina, perché siamo gente che parla, che discute, che litiga, gente che a stare zitta proprio non ci sa stare, allora ci mettiamo insieme per farci sentire, fondiamo associazioni, comitati, cooperative, consorzi, movimenti, per fare le cose insieme, spesso come un motore che batte a quattro tempi, con una testa che sogna cose fantastiche, però con le mani che davvero ci arrivano a fare quelle cose lì, e quello che resta da fare va bene, diventa un altro sogno.
      A Volte ci riusciamo a volte no, perché tante cose spesso vogliono dire tante contraddizioni.
      Che spesso non si fondono per niente, al contrario non ci stanno proprio, però convivono sempre.
      Tante cose tutte diverse, tutte insieme, perché questa è una regione che per raccontarla un nome solo non basta.
      Ora ti ho raccontato quello che siamo, non credere di farmi o farci paura con due giri di mazurca facendo ballare la nostra terra, io questa terra l’amo e come mi ha detto una persona di Mirandola poche ore fa… questa è la mia casa e io non l’abbandonerò mai.
      [Marco Barbieri – San Giovanni in Persiceto]”

  2. Pingback: “La cosa che ho capito mentre l’ufficio mi tremava intorno è una cosa sciocca, ma che ogni tanto ha…” | F.B. Updates

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