Pacific Rim

Purtroppo il film non si merita tutta questa fighezza

Faccio parte, essendo nato nel 1979, della seconda generazione o giù di lì, in termini televisivi, ad avere visto i cartoni animati giapponesi di robottoni. E il primo ricordo che ne ho è che mi facevano paura, al punto da cambiare canale appena iniziavano. Avevo tre, quattro anni e non avevo paura dei mostri: avevo paura dei robot.
Razionalmente, questo dovrebbe dire qualcosa sulla potenza di quei cartoni animati (oltre che sul mio essere un fifone da competizione), ben espressa da una frase del prologo, decisamente in medias res, di Pacific Rim: per combattere dei mostri abbiamo costruito dei mostri. Una frase potentissima che, come molto altro nel film, verrà buttata lì e abbandonata.

Perché purtroppo, al di là di scene di lotta bellissime e di una concezione dei robottoni per fortuna lontana anni luce da quella di Transformers, Pacific Rim tende a fare questo: prende delle idee, ti ci fa vagamente appassionare e poi… le butta via.
Tutte le parti “umane” del film sono frustranti perché non mettono neanche in scena degli stereotipi, ma si limitano ad accennarli il tempo necessario ad arrivare finalmente al momento di menare le mani con i kaiju. Che, è vero, è quello che volevamo vedere tutti e siamo stati accontentati quasi oltre le nostre più rosee aspettative; però al di fuori dei container sulla faccia, delle mazzate sulla nuca, delle spade retrattili e delle esplosioni nucleari non c’è un mondo che ti faccia davvero appassionare a quello che sta succedendo.
L’inizio senza fronzoli del film è fantastico perché ti butta direttamente nel cuore della storia, al prezzo però di sacrificare la possibilità per lo spettatore di calarsi davvero nel mondo degli jaeger (i robot), dei loro piloti, della minaccia dei kaiju (i mostri). Avete presente la massima dello show don’t tell? Ecco, Pacific Rim cerca di costruire un mondo raccontando molto e mostrando poco: ci viene detto che i piloti nel momento di massima gloria sono popolari come rockstar, per esempio. Ci viene detto quanto sono fighi il robot russo e quello cinese, ma ci vengono mostrati pochissimo in azione. Dobbiamo fare a fidarci.
Il mondo è sull’orlo della catastrofe, quando il film inizia davvero, ma lo sappiamo perché ogni tanto qualcuno si ricorda di dirlo, perché altrimenti tutti conducono la loro vita abbastanza tranquillamente. Uno degli aspetti più interessanti del film, quello del mercato delle parti di kaiju, è appena introdotto e, di nuovo, lasciato cadere: sappiamo che gli umani fanno uso delle parti di mostri quasi solo perché, di nuovo, ci viene detto da un personaggio.
A questa sciatteria nel delineare il mondo in cui si svolge la storia si aggiunge quella nel tratteggiare i personaggi. Mako è il caso più evidente, perché il suo trauma viene introdotto, messo in scena (in una scena visivamente bellissima) e poi… puff! finisce lo screen time per le beghe dei personaggi ed eccola pronta all’azione. La rivalità tra i piloti è accennata, c’è la scazzottata e poi, boh, finita lì. Gli scienziati, esplicitamente ricalcati su Leonard e Sheldon di The Big Bang Theory, sono sempre sull’orlo del grottesco senza mai che il film di decida di spingere davvero in quella direzione.
Da più parti sento dire che i personaggi sarebbero stereotipi: è vero a metà, perché se fossero stereotipi fino in fondo avrebbero dei percorsi soddisfacenti e non abbozzati (Avatar è un film dove ogni personaggio risponde perfettamente a degli stereotipi e svolge alla sua perfezione il suo ruolo; anche se questo non vuol dire che sia un buon film, ma semplicemente che la sua linea narrativa è formalmente più compiuta). Sarebbe stato più onesto e più soddisfacente, almeno per me, avere dei personaggi più monolitici, non accennare nemmeno a tentativi di sviluppo se poi non si vogliono portare a compimento.
Un film di gente cazzuta che pilota robot giganteschi e si scambia battute cazzute da film di guerra avrebbe avuto un effetto diverso (tipo Starship Troopers) (poi se siete quelli a cui Starship Troopers non è piaciuto io non so che farci, problemi vostri). O una vera storia di rivalità e amicizia tra piloti come Top Gun. Non un grosso, enorme, BOH.

Tutto quello che ho scritto sopra dei personaggi umani e dell’ambientazione azzoppa un film che invece, quando tira fuori i robot, fa tutto nel modo più corretto. I jaeger sono delle macchine, grosse, pesanti, piene di parti in movimento e il cui peso, la cui materia sono ben espressi dalle inquadrature, dalla CGI. Sono quasi più belli quando perdono dei pezzi che quando sono interi, guadagnano un’espressività e un pathos che la linea narrativa umana non riesce mai a raggiungere.
Pacific Rim poteva essere un film gigantesco, di quelli che “fanno immaginario”. E invece non lascia quasi nulla, al di là del divertimento delle belle scene di lotta, rese ancora più epiche (e un po’ paracule) da tutta quell’acqua che viene giù dal cielo o sta attorno ai robot.
Non è una questione di sospensione dell’incredulità: accetto senza problemi le premesse del genere, per stupide che possano sembrare (creare giganteschi robot antropomorfi è stupido e antieconomico, se ci si pensa bene), trovo strepitoso buttare lì una cosa come quella dei dinosauri in barba al buon senso scientifico, mi va bene che a un certo punto uno di quei cosi partorisca; ho pagato il biglietto per un film di robottoni e mostri e so cosa stavo comprando.
È una questione di mancanza di appigli a cui cercare di attaccare una qualunque forma di affezione: i personaggi sono piatti come sottilette, inconcludenti e incoerenti, tanto che Ron Perlman, con una macchietta, conquista la scena senza alcuna fatica. Non c’è non dico un Han Solo o una Ripley ma neanche una Vasquez o un Boba Fett (diventato un’icona nonostante tutto quello che faccia sia più o meno ritirare Han Solo come pacchetto postale e finire poi per sbaglio divorato da un mostro). Pure i mostri sono alla fine abbastanza anonimi e difficilmente distingubili tra di loro.
Ci resterà pochissimo, di Pacific Rim, una volta che sarà passato dal grande schermo ai DVD e ai Blue Ray, perché non c’è niente che ci possa davvero fare appassionare alla lotta per la salvezza della Terra tra una scena di lotta all’altro.

(Nel caso qualcuno si stesse chiedendo un esempio di una buona storia di robottoni contro mostri, consiglio di dare un’occhiata a Beta di Luca Vanzella e Luca Genovese, pubblicato da Bao in due volumi [1 e 2; i link sono sponsorizzati quindi per ogni acquisto in caso io ricevo qualche spicciolo da amazon]. Lì ci trovate l’omaggio ai cartoni della nostra infanzia, dei personaggi che sono più che dei segnaposto tra una scazzottata e l’altra, un disegno dinamico in bilico tra il tratto orientale e qualcosa di più personale, sempre dinamicissimo, guardare l’anteprima su Iussu per credere)

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