Point Lenana

La punta Lenana vista attraverso il reticolato del campo. Acquarello di Felice Benuzzi

Una teoria formulata anni fa da un mio amico sostiene che dato un campo dell’agire umano c’è probabilmente un italiano che ha fatto qualcosa di straordinario di cui i suoi compatrioti sono per lo più all’oscuro. Era nata mi pare la prima volta che aveva sentito parlare di Perlasca, ma si adatta benissimo alla storia di Felice Benuzzi, Giovanni Balletto, Vincenzo Barsotti, che nel 1942, prigionieri di guerra in un campo inglese in Kenya, evasero per scalare (i primi due erano alpinisti, il terzo era solo incuriosito dall’impresa) il monte omonimo, che si vedeva attraverso i reticolati e di cui non sapevano quasi niente. Ci riuscirono un po’ per il rotto della cuffia, piantarono un tricolore su una cima secondaria invece che su quella principale resa inaffrontabile dal maltempo e poi tornarono al campo a consegnarsi, che l’idea di raggiungere territori non controllati dagli inglesi era impraticabile.

Benuzzi raccontò questa storia in un libro, Fuga sul Kenya la cui edizione inglese (No Picnic on Mount Kenya) ebbe e ha ancora una buona diffusione mentre quella italiana non è mai uscita dal circolo degli amanti di libri di montagna.
Il racconto di come Wu Ming 1 sia finito a raccontare, insieme a Roberto Santachiara (quello di Published in arrangement with Santachiara Literary Agency in fondo agli articoli di Saviano qualche anno fa, per intenderci; uno dei più importanti agenti letterari italiani, se non il più importante) (ne avete forse sentito parlare in qualche discussione sugli ebook) non questa storia ma tutto quello che poteva servire a capirne le origini, il contesto e le conseguenze è il primo capitolo di Point Lenana – che comprende anche un’escursione sulla punta Lenana dei due autori.
 Point Lenana non è una riscrittura del libro di Benuzzi (che è stato ristampato poco prima da Corbaccio) ma piuttosto quello che in inglese si definirebbe un “companion”, come quei libri che danno al lettore curioso gli strumenti per cogliere tutti i riferimenti, per dire, nei libri di Tolkien. Solo che non è organizzato in modo enciclopedico, ma come un racconto che spazia dalla nascita di Benuzzi nella Vienna imperiale fino alla sua scomparsa negli anni Settanta (in ordine non strettamente cronologico). In mezzo, si può raccontare di colonialismo italiano, della guerriglia dei Mau Mau, della questione di Trieste irredenta, della nascita del fascismo, di un assurdo film ispirato alla vicenda di Benuzzi, del destino dei suoi compagni, della storia dell’alpinismo novecentesco… La vita di Benuzzi è quasi come quella di un personaggio-vettore (pensate al meccanismo di Forrest Gump) che tocca tanti punti sensibili degni di approfondimento nella storia del XX secolo.

INTERVALLO: La strage di via Ghega a Trieste
Uno dei protagonisti del libro è la città di Trieste, dove Benuzzi è cresciuto. Come ho accennato sopra, se ne racconta la storia sospesa fino al 1954 tra Italia, impero austro-ungarico prima e Jugoslavia poi. Con la parentesi del dominio nazista, che fece in tempo a regalare alla città l’unico campo di sterminio con forno crematorio attivo su quello che sarebbe poi diventato territorio italiano, la Risiera di San Sabba.
A Trieste ci sono stato con Lucilla la scorsa primavera; doveva essere la prima tappa del viaggio in Polonia, poi ci siamo resi conto che era impossibile da fare senza perdere un sacco di tempo per arrivare da Trieste alla Polonia e abbiamo cambiato i piani. Non ho mai fatto un post di viaggio perché ci stati neanche 48 ore e poi finiva che me la cavavo con uno o due post invece che con dodicimila e allora non c’era gusto. Però Trieste è bellissima e spero di tornarci (anche perché non c’era nemmeno una bava di vento e mi sono sentito un po’ defraudato dell’esperienza completa).
 Comunque. Alla Risiera (che adesso confina con un Lidl o poco ci manca) c’è una bella mostra che ricostruisce la storia dell’occupazione nazista, i progetti di pulizia etnica dagli slavi, il funzionamento del campo. Ci sono lettere strazianti di condannati a morte, una straordinaria per compostezza e dolcezza. C’è anche una teca che una volta conteneva la mazza usata dal boia per eventuali colpi di grazia. Oggi c’è una replica, fatta da un artigiano genovese, perché l’originale è stata rubata negli anni ’80; c’è anche una fotocopia del biglietto lasciato dai nazisti che la portarono via.

Tra le altre, vediamo queste foto impressionanti di decine di persone appese nell’androne di un palazzo. Una rappresaglia nazista: cinquantuno prigionieri, italiani e sloveni, impiccati per un attentato in cui avevano perso la vita cinque soldati tedeschi (per avere la fama di inflessibili precisini, i nazisti quando si trattava di rappresaglie sembra avessero la tendenza a stare abbondanti come un salumaio disonesto). Guardiamo la didascalia e sbianchiamo. Via Ghega. La stessa via del nostro albergo. Non lo stesso palazzo per fortuna, ma quello di fronte. Dalle finestre, la sera, vediamo le finestre da cui hanno penzolato cadaveri di uomini e donne.
Oggi il palazzo ospita il Conservatorio, una targa sulla facciata ricorda l’evento.
 A Genova o a Bologna capita di passare davanti a lapidi che ricordano uno o più partigiani fucilati in quel punto. Ma davanti al luogo di una strage di quelle dimensioni (immagino le urla, i pianti, i rumori) non ero mai passato. “Questa città sanguina storia” mi viene da dire parafrasando il titolo di un capitolo di Maus.

Point Lenana è un libro di storie che è, allo stesso tempo, un libro di storia che si occupa in larga parte di colonialismo, di imperi e della loro dissoluzione: si dissolve quello austro-ungarico e ci finisce in mezzo Trieste, gli italiani cercano di creare il loro creando la Libia da territori rosicchiati all’impero ottomano, è un’impero quello etiope, è una tarda guerra coloniale quella degli inglesi contro i Mau Mau in Kenya dopo la seconda guerra mondiale.
Racconta di fascismo e antifascismo da una prospettiva relativamente inedita: di “antifascismo esistenziale”, cioè delle strategie di resistenza personali, “umane”, alla fascistizzazione della vita quotidiana si parla solo dal 1995, e il concetto aggiunge profondità e problematizza alcuni dei personaggi di cui si occupa il volume, nominalmente facenti parte delle strutture di regime (Benuzzi è in Africa come funzionario coloniale, allo scoppio della guerra) ma caratterizzati da scelte di vita estranee al regime (è sposato con una donna ebrea).
Racconta di montagna e di montagne; uno dei “coprotagonisti”, per così dire, una figura importante per la formazione di Benuzzi e di cui si racconta molto, è Emilio Comici, alpinista triestino morto nel 1940 che fu una delle figure di spicco dell’alpinismo italiano e un innovatore dell’approcio all’arrampicata (su youtube lo si può vedere in azione in almeno due video).
Racconta anche degli autori, del processo che porta al farsi del libro, dall’arrivo tra le mani di Wu Ming 1 di una copia di Fuga sul Kenya alle interviste con i parenti dei protagonisti, persino un fortuito contatto con un discendente del direttore del campo di prigionia kenyota, nato da una recensione al film che negli anni novanta fu tratto (con licenze artistiche che sconfinano nel ridicolo) dalla vicenda.
È un libro in cui ci sono tantissime cose, vuole essere il senso di questo parziale elenco; e in questa sua natura enciclopedica, multiforme (i registri variano molto, a seconda della materia trattata; ci sono anche brevi scambi di battute, inseriti per spiegare e “umanizzare” passaggi e decisioni storiche, che potrebbero essere delle vignette) e variegata stanno sia i pregi del volume sia i suoi difetti.
Chi è, infatti, il lettore di qualcosa del genere? Alla presentazione bolognese patrocinata dal CAI c’è stato un momento in cui dal pubblico si sono alzate lamentele di qualcuno che, mentre si parlava di Graziani e dei crimini di guerra del colonialismo italiano, ha sbottato “parliamo di montagna!”. Il fatto che l’interruzione sia arrivata proprio in quel momento non è stato casuale e ha rivelato, da scambi successivi tra platea e relatori, il fatto che in sala c’era chi si sentiva a disagio a vedere contestata l’idea degli “italiani brava gente” (avete mai sentito qualcuno dire per davvero “E ALLORA LE FOIBE?” mentre si ricordano i crimini fascisti? Ecco, lì è successo); però al di là di nostalgie e patriottismi, posso capire che chi si aspetti un libro “di montagna” possa rimanere deluso e confuso da quello che trova nel libro. I lettori curiosi, onnivori, aperti all’idea di un “oggetto narrativo” che saltabecchi tra i luoghi, le epoche e gli stili si troveranno a loro agio e si godranno un lungo racconto scritto con grande limpidezza. Per gli altri, invece, la densità e l’esplosione di storie a partire dalla scalata della punta Lenana, potrebbero essere un ostacolo.
Point Lenana trasforma, come detto nel finale, Fuga sul Kenya in un ipertesto rendendo “cliccabili” le parole chiave, ma è altrettanto vero che il libro di WM1 e Santachiara è a sua volta uno sguardo a volo d’uccello su molti dei temi trattati. È infatti impossibile immaginare che possa esaurire argomenti come l’irridentismo trientino, il colonialismo italiano o la rivolta dei Mau Mau (eventi con le cui conseguenze il mondo contemporaneo convive ancora): è un punto di partenza per chi voglia approfondire e la robustissima bibliografia che chiude il tomo è lì a dimostrarlo.

Bonus: Felice Benuzzi racconta la sua storia in un documentario sui prigionieri di guerra. Notare l’understatement e la mancanza di retorica nella rievocazione del fatto.

Bonus 2: sul Pinterest di Einaudi c’è una sezione dedicata a Point Lenana, che riunisce molti “contenuti extra” (foto, video, documenti, ecc. citati nel libro o in qualche modo pertinenti)

Bonus 3: c’è anche un tumblr che raccoglie notizie, recensioni e quant’altro.

NEVER MIND THE BLOGGING, HERE IS THE FILTHY LUCRE
Link sponsorizzati di Amazon (se compri qualcosa da amazon partendo da questi link entro 24h dal clic mi vengono accreditati dei buoni):
Point Lenana
Fuga sul Kenya. 17 giorni di libertà

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3 commenti

Archiviato in Libri

3 risposte a “Point Lenana

  1. Questo libro mi sta attraversando la strada troppe volte perché possa permettermi di ignorarlo ancora, finirò per comprarlo.
    Felice Benuzzi, fra l’altro, è un parente della fidanzata di uno degli autori di ARTErnativa. Inutile specificare quale: quello fidanzato.
    Dovesse interessarti l’argomento sono sicuro che sarebbe felice di raccontartene.

  2. Pingback: Speciale Point Lenana: Fofi, Fahrenheit, la tomba di Giuàn e altro | Giap

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