Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 3: Season of the witch, o delle “streghe” di Triora

Un carnevale a Triora. Per nulla inquietante.

Un carnevale a Triora. Per nulla inquietante.

Questa è una storia politica, in cui si intrecciano economia e religione.
Se fosse un romanzo sarebbe, ovviamente, un romanzo di Valerio Evangelisti con protagonista Nicholas Eymerich.
Ma questo non è un romanzo, questa è una storia vera.
E siccome questo è un blog e non Blu Notte posso anche smetterla con questa dozzinale imitazione di Lucarelli.
Sigla.

Triora è un paese nell’entroterra di Imperia. Uno dei tanti borghi fortificati medievali che si trovano da quelle parti, già roccaforte strategica della Repubblica di Genova e snodo commerciale tra Liguria, Piemonte e Francia.
Nel 1587, dopo due anni di scarsità di cibo, alla popolazione si pianta in testa l’idea che la carestia improvvisa non può avere cause naturali, ma deve senza dubbio essere stata causata dalle streghe. All’epoca quella di Triora era infatti una ricca e produttiva regione agricola, uno dei granai di Genova; tanto che oggi gli storici mettono in dubbio, documenti alla mano, che questa carestia si sia mai verificata. Cosa può essere successo, allora? Semplice: che i proprietari terrieri della zona avessero scoperto che era più redditizio destinare i raccolti a Genova che non venderli sul territorio.
Le autorità votano a favore dell’istituzione di un processo per stregoneria, stanziando un paiolo di soldi, e in quattro e quattr’otto arrivano due inquisitori, uno da Albenga e uno da Genova. Girolamo Del Pozzo, quello di Albenga, apre il processo come da prassi con una bella predica nella chiesa principale del paese: enuncia le minacce e le lusinghe del Demonio, le pratiche delle streghe e invita alla delazione.
Finiscono in prigione, in un’alta casa confiscata, che si affaccia sulla piazza del mercato, una ventina di donne. Non soltanto le prevedibili popolane che trafficano troppo con le erbe ma pure donne di buona famiglia. Delle prime prigioniere muoiono in due: una per le conseguenze dell’interrogatorio e una buttandosi giù da una finestra della sua prigione; per Del Pozzo su istigazione del demonio che non voleva che confessasse.
Il consiglio degli Anziani della città, che si aspettava una sana mattanza di poveracce e non l’incarcerazione di donne della buona società triorese, inarca un paio di sopraccigli e scrive a Genova: la situazione sta sfuggendo di mano e si sta sovvertendo l’ordine sociale. Negli interrogatori vengono fatti i nomi di più o meno chiunque, non solo delle poveracce che vivevano alla Cabotina, la zona più povera della cittadina.
C’è uno scambio epistolare tra Del Pozzo e i suoi superiori ad Albenga, poi gli Anziani ritirano le loro lamentele e confermano l’appoggio ai giudici. Hanno ricevuto rassicurazioni sulla sorte delle nobili? Non si sa.
Intanto si arriva al 1588 e il processo è fermo: le donne sono sempre imprigionate, gli inquisitori vengono richiamati nelle loro sedi. Persino il parlamento che aveva richiesto l’apertura del processo ritorna sui suoi passi e scrive a Genova chiedendo che ci si ripensi. Da Genova mandano un altro inquisitore che arriva, prende un po’ di aria buona e se ne ritorna a casa senza che la situazione cambi di una virgola.
Allora Genova fa quello che di solito prelude a un disastro, oggi come nel XVI secolo: nomina un Commissario Speciale. Si chiama Giulio Scribani (anche se si firma De Scribani per darsi arie da nobile) ed è un laico, fa il pretore a San Romolo (che non può che essere sopra Sanremo). Se questa fosse una storia di Eymerich, Scribani sarebbe il cattivo, un pazzo esaltato che farebbe inorridire persino lo spietato ma lucido inquisitore di Evangelisti.
Scribani arriva e ha già deciso che il Maligno è all’opera non solo a Triora, ma in tutta la giurisdizione della città.
Fa arrestare un paio di centinaia di donne in tutta la zona, spedisce tredici prigionieri, tra cui un uomo, a Genova perché siano condannati a morte. Quando il Doge si vede recapitare sulla scrivania alcune decine di condanne a morte da controfirmare gli viene il sospetto di avere mandato a Triora uno psicopatico e scrive a Scribani chiedendo di fornirgli prove un po’ più certe. Nomina anche un revisore del processo, che contesta i risultati di Scribani e solleva un quesito di competenza, perché il prefetto si sta occupando di stregoneria, un reato che compete all’Inquisizione. Scribani però intanto tira dritto e da Genova nominano due revisori della revisione che non solo si dichiarano d’accordo con Scribani ma convincono pure il primo revisore.
A un certo punto l’Inquisizione ha un attimo di lucidità e prende in mano la situazione: a sorpresa scomunica Scribani per essersi impicciato di stregoneria. Ma il Doge revoca la scomunica.
Nel frattempo, donne imprigionate muoiono in carcere o sotto tortura.
È solo nell’agosto del 1589, dopo mesi di tira e molla con il Doge che l’Inquisizione si impone e riesce a fare concludere i processi. Come finiscano esattamente non sono riuscito a capirlo (giuro): secondo alcuni le vittime di questa delirante vicenda imprigionate a Genova vennero graziate e deportate a San Martino di Struppa, un paesino della Val Bisagno che fungeva da colonia penale (oggi quartiere di Genova) (un po’ l’Australia ligure) dove dal 1600 compaiono cognomi come Bazoro o Bazura, che ricordano il termine triore per “strega”, bagiura.

Nei documenti del processo ci si imbatte nei verbali dell’interrogatorio di Franchetta Borelli, una nobildonna già arrestata e torturata una prima volta, liberata, fuggita da Triora e ritornata per non mettere nei guai l’uomo che aveva garantito per lei con Scribani. Non si sa l’età esatta, ma giovane non è; in gioventù pare esercitasse la prostituzione. Scribani ne parla così in una lettera al Doge:

 come che Dio non voglia permettere che costei che per quanto da ogni lato intendo, tutto tempo di vita sua è stata una delle famose meretrici di questi paesi hora che è vecchia è tenuta una delle principali streghe che vi siano, sebene per esser richa pochi ardiscono parlare, homai se ne vadda qui impunita de suoi misfatti.
[…]
Ha costei contro di sé quatro malefiche convinte di Andagna le quali da principio furono poste in diverse carceri ove di continuo si son tenute sino alla fine et separatamente sempre esaminate le quali una doppo l’altra gli hanno detto et affermato in faccia di haverla veduta alli balli et tripudij notturni diabolici

Sfiga ulteriore, fatica a trovare dei difensori.
Viene destinata alla tortura del cavalletto. Depilata e rasata in ogni parte del corpo, è legata allo strumento di tortura per un favoloso totale di oltre ventitré ore. Una donna non giovane per ventitré ore privata di ogni dignità davanti a un tribunale di uomini, periodicamente sottoposta alla trazione degli arti per mezzo di corde. Come sopporta la tortura questa donna? Per le prime cinque ore urla disperata. Poi cade nel silenzio fino all’undicesima. Poi implora pietà, invano. Alla tredicesima ora le viene permesso di bere dell’acqua, un’ora dopo le uova portate da un parente. Poi implora di nuovo la morte: chiede che la percuotano e la brucino, così da cessare il tormento. Desidera darsi la morte essa stessa: “è possibile che nessuno mi voglia  dar un cucchiaio che io mi possa cacciar nella gola?”. Ma si proclama innocente.
Con una lucidità improvvisa ricorda a Scribani che il cavalletto non può essere inferto per più di otto ore consecutive (ma noi che abbiamo letto Eymerich sappiamo che il tempo è quello effettivo di utilizzo dell’attrezzo, non quello di permanenza della vittima sullo stesso). Scribani ha probabilmente l’erezione più gigantesca della sua vita, perché la Borelli non può che essere una strega potentissima sorretta da una fede incrollabile nel demonio, per essere ancora così lucida (le inferenze sullo stato dei corpi cavernosi del Maresciallo Graziani del ponente ligure sono mie libere supposizioni). Addirittura la donna, come se si trovasse a un banchetto, inizia a discettare con il commissario su quanto siano buone le castagne di Triora, poi nota che il parente che è lì con lei si sta aggiustando le scarpe e si offre di farlo lei stessa. Alla diciannovesima ora fa notare che il vento che sente soffiare non è per niente buono per la maturazione delle castagne. Poi chiede di mangiare ancora. Glielo concedono alla ventunesima ora, poi dopo due ore di silenzio la sessione di interrogatorio è finita.
Per la tempra mostrata nella situazione la Borelli vince un’altra sessione di tortura, perché forse è davvero protetta dal diavolo. I documenti a questo punto non si trovano più, ma è lecito sperare in un lieto fine: dai registri parrocchiali una donna con il suo nome risulta seppellita cristianamente nel 1595 a Triora.
Tra le varie cose dette da Franchetta Borelli durante la tortura c’è una frase straordinaria:

Io stringo i denti e poi diranno che rido

Quasi un verso, racchiude in sé tutto il senso della mentalità inquisitoria, quella del XVI secolo e quella di oggi. Scribani non riesce a immaginare la sofferenza e la dignità: vede solo lo sberleffo del Nemico. E, ricordatelo bene, Scribani non è un inquisitore vero e proprio: è un “tecnico” che ha deciso di essere più realista del re, per così dire. Tanto che alla fine l’intervento dell’Inquisizione è paradossalmente quello che pone termine al delirio e rimette ordine nella situazione. A Triora purtroppo è mancato un Alonso de Salazar, l’inquisitore spagnolo che a Zugarramurdi ebbe l’onestà intellettuale di rivedere alla luce della ragione e di un dubbio quasi cartesiano le testimonianze raccolte in un processo analogo.
A Triora si consumò invece un dramma farsesco in cui si mescolarono questioni politiche, antichi rancori, incapacità decisionali e cieco fanatismo.

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Annunciazione.

Su questa vicenda mostruosa Triora ha costruito nel secolo scorso una solida fama turistica, quella di “paese delle streghe”. Chiedo scusa al paziente lettore e alle pazienti lettrici per la lunghissima ricostruzione degli eventi, ma mi serve per spiegare come una storia complessa sia stata trasformata in un racconto semplicistico, “halloweenesco”.
Una cosa va detta: Triora è un posto molto bello. Il borgo sorge in mezzo a montagne maestose ricoperte da boschi e, sarà la suggestione, ma si respira davvero un’atmosfera molto particolare, non solo quando cala la notte, ma anche di giorno.
Sarà che il borgo è stato per metà raso al suolo dai nazisti in fuga e che oggi molte case sono tutt’ora abbandonate e diroccate, ma il suo silenzio ha qualcosa di particolare. È uno di quei posti un po’ lovecraftiani se rivisti alla luce di un cover-up alla rovescia: gli abitanti del luogo parlano tantissimo in termini grossolani e appetibili del loro segreto per tenere nascosto il vero segreto. Tutti i cappelli da strega in vetrina, le statue grottesche di buffe fattucchiere, le bacchette da strega, i gatti neri, i gufetti, la Stregora, i libri di crasso esoterismo, tutto quanto, sono solo un’esca per distrarre i turisti dalle arti delle streghe di Triora (disclaimer: se credete davvero a questa roba nel caso di Triora fatevi vedere da uno bravo, ma bravo davvero).
A dire il vero non so se gli abitanti di Triora parlino o no volentieri dei processi: non ho provato a chiedere. Potete mettere agli atti un certo imbarazzo della ragazza dell’ufficio informazioni nel dire che la Cabotina era il supposto luogo di ritrovo delle streghe, ma vedete voi se interpretare le sue parole come farebbe Scribani. Però come ho detto a livello estetico le streghe sono parecchio presenti nelle vetrine dei negozi; per contro, per i vicoli del borgo si incontrano tantissime immagini sacre, persino una replica della grotta di Lourdes. Ci sono dei bellissimi soprapporta in ardesia, molti a tema religioso. Una battaglia per le anime degli abitanti di Triora condotta a colpi di immagini? Di nuovo, fate voi.
Se siete superstiziosi, potreste trovare interessante che appena sceso dalla macchina a Triora mi è caduta per terra la macchina fotografica ed è andato fuori asse l’obiettivo; e che alle porte del parcheggio io e Lucilla abbiamo avuto un breve improvviso diverbio. E quella famigliola di gatti neri in cui ci siamo imbattuti tornando al bed and breakfast dopo aver cenato?
Insomma, Triora è un posto dove districare il reale dalla suggestione è difficilissimo e, forse, non ha neanche senso provarci. Anche se è elencato tra i cento borghi italiani più belli è difficile che qualcuno si arrampichi fin lassù senza avere mai sentito la storia dei processi, se viene dall’Italia.
E allora è un po’ un peccato che questa memoria venga sfruttata in modo così poco efficace come fa il museo etnografico e della stregoneria, dove la seconda parte dell’esposizione è costituita da quattro stanze con un paio di ambienti ricostruiti in modo molto povero, lunghe riproduzioni di lettere e verbali relativi al processo (che nessuno leggerà mai per intero), qualche cartellone troppo stringato per ricostruire la storia, un sacco di libri sulle streghe e sulla magia nera dentro vetrine e dipinti o opere d’arte a tema. Il confronto con la già citata Zugarramurdi è un po’ impietoso: anche là hanno un museo etnografico e della stregoneria, ma quello fornisce al visitatore un’infarinatura della cultura e della mitologia popolare basca, collocando così le accuse di stregoneria di quel processo con una certa precisione all’interno di una contesa tra cristianesimo e usanze precedenti (cosa che sicuramente ha avuto un ruolo importante anche a Triora, ma che nel museo è quasi sorvolata). Chissà se il museo internazionale della stregoneria che dovrebbe nascere proprio di fianco alla chiesa principale del paese darà un altro taglio alla storia delle “streghe” di Triora e dei loro processi.
Se lo meriterebbero.

Non dimentichiamo il ruolo delle scie chimiche.

Non dimentichiamo il ruolo delle scie chimiche.

Intanto, se potete, andata a Triora.
Troverete un paese in cui è piacevole scarpinare, silenzioso e intrigante, immerso in un panorama imponente. Visitate la parte bassa del paese, la Sambughea, la più labirintica e ricca di scorci. Salite fino al castello e, più su, fino al cimitero ricavato dentro a un fortino abbandonato. Andate alla chiesa di San Dalmazio, dove dovrebbe essere stata sepolta la povera Franchetta Borelli.
Se restate a dormire la notte, assaporate il silenzio ancora più profondo e il cielo buio; e godete di un pochino del senso di isolamento di un paese a 5km dal bancomat più vicino e a 18 dal primo distributore di benzina.
E se dormite, fate attenzione.
Come in un film horror di bassa lega, probabilmente nel sonno io ho ingoiato una mosca. Un regalo delle streghe?

Post Scriptum: un libro interessante sul caso di Triora è Le tre bocche di Cerbero di Stefano Moriggi, che adotta una metodologia multidisciplinare, tra indagine storica e speculazione filosofica, per investigare la vicenda delle “streghe”.
Moriggi impiega anche qualche trucchetto da narratore, aprendo il libro con il racconto della sua salita a Triora per incontrare uno studioso locale, racconto che si tinge un po’ di mistero e suggestione. Niente di cialtronesco, solo qualche pennellata di piacevole colore locale, il tributo che non si può non pagare al fascino silenzioso e cupo di quei luoghi.
È stato il libro che ho letto prima di andare a Triora e al quale sono debitore per gran parte della ricostruzione dei processi. È un libro vecchiotto e difficile da trovare, se non in biblioteca o su ibs.

3 commenti

Archiviato in liguria, società, viaggio

3 risposte a “Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 3: Season of the witch, o delle “streghe” di Triora

  1. Francesco

    Se ti interessa Triora e il “misticismo” della Valle Argentina in generale, dai un’occhiata a questo sito: http://www.alpimistiche.it/ :)

  2. Triora ha cominciato da pochi anni a dedicarsi al turismo, e le streghe sono arrivate allora. Ricordo di averla visitata in prima superiore, sarà stato il 1986, e l’unica cosa visitabile, a parte un baretto, era il museo etnografico, che consisteva in due stanze piene delle stesse carabattole che puoi vedere nella mia cascina. La Cabotina era un mucchio di spine senza neanche una targa, non esisteva un ufficio del turismo, solo case vecchie con le persiane chiuse e qualche persona che ti guardava col classico sguardo ligure che significa “Noto con disappunto che sei ancora vivo”.
    Anni dopo è stato il ponte che conduce in paese a diventare un’attrazione, grazie a dei ragazzi che affittavano l’attrezzatura per il bungee jumping, ed è durata fino all’incidente, da qualche parte d’Italia, che ha decretato la fine di quel tipo di attività. Non so se ora sia di nuovo possibile, credo di si, da qualche parte, ma l’ultima volta che ci sono stato c’era un cartello che proibiva il salto con l’elastico, se vuoi ammazzarti lo fai per davvero, no per finta.

    • Credo abbiano iniziato tra il 1986 e il 1990, perché ricordo di avere sentito parlare per la prima volta della vicenda in un articolo di Gente o Oggi che leggevo di nascosto dai miei (e in cui già si parlava del museo).

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