Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 2: Niente scarpe dentro al tempio! Chi porta fiori al dio dei cinghiali?

4 Anche se la nostra base è Osaka, è Kyoto la città attorno alla quale graviteremo per i primi giorni. In treno ci vuole appena una quarantina di minuti, cambi compresi, tra le due città. Osaka è meno costosa e anche a dormire a Kyoto ci vorrebbe comunque parecchio tempo per raggiungere le mete turistiche; visto che i treni li abbiamo già pagati con il Rail Pass, ci conviene. Quella che si presenta alla mattina nell’atrio dell’ostello è una compagnia provata dalla stanchezza, che rantola verso la fonte di zuccheri mattutina: Mister Donut. Questa catena ha una filiale proprio di fronte alla stazione e offre quello che il nome promette: ciambelle. Lisce, glassate, al cioccolato, alla fragola. Oltre ad altri dolciumi, succhi di frutta e caffè. Ci sarà tempo per le colazioni alla giapponese, qui ne approfittiamo per darci alla perdizione glicemica. Ognuno si sceglie le sue ciambelle, le mette su un vassoio usando delle pinze e le porta alla cassa. Lì il cassiere prima di ogni cosa mette sulle mani del disinfettante dal dispenser (a fine giornata non deve avere più la pelle), poi con delle pinze passa le ciambelle su un vassoio da portata, leggermente più elegante, ti chiede che cosa vuoi da bere. Parlando. In continuazione. I giapponesi addetti alla vendita concludono qualsiasi transazione dicendo un sacco di cose, anche se è evidente che tu non abbia la minima idea di che cosa stiano dicendo. Così che fai? Annuisci, sorridi, abbozzi inchini e smozzichi mezze parole. Se non altro non sono di quella scuola di pensiero secondo la quale se uno non capisce la tua lingua basta parlare FORTISSIMO.

E il treno si ferma proprio lì.

E il treno si ferma proprio lì.

Sui marciapiedi delle stazioni giapponesi ci sono dei segni per terra: indicano dove si trovano le porte dei treni e sono di forme diverse numerati, perché treni diversi hanno le carrozze con diverse lunghezze e possono essere più o meno lunghi. Il treno lo si aspetta in piedi lì, poi quando arriva e si aprono le porte ci si dispone su due file per fare passare chi scende. Scatta poi una breve, ferocissima ma compostissima, lotta per il possesso dei pochi posti a sedere. Bisogna essere determinati, decisi e rapidi; non crederci nemmeno per un secondo può costare il posto. Nelle ore di punta, il treno interno della Loop Line di Osaka è un piccolo spaccato di vita: impiegati, studenti, qualche turista. Tutti per lo più appesi alle maniglie, qualcuno che addirittura riesce a sonnecchiare in piedi. Quasi tutti spippolano sui loro smartcosi, i giornali sono molto rari e i libri pure (hanno anche una copertina anonima che si prende in libreria, per non fare capire che cosa si sta leggendo in pubblico) (credo che sbirciare le pagine sia considerato una molesta paragonabile a palpare il culo a qualcuno). C’è un grande silenzio, di solito gli unici a parlare sono i gaijin. In parecchi girano con la mascherina che copre bocca e naso. È curioso che siano praticamente tutte bianche; ne ho viste alcune rosate e una, fierissima, nera. Mi stupisce che non esista un mercato per mascherine brandizzate o con personaggi di fumetti e videogiochi. Ma già così in effetti sembrano tutti Scorpion o Sub-Zero. 6 Cosa si visita a Kyoto? Templi. Kyoto è stata residenza dell’Imperatore per oltre mille anni ed è considerata depositaria della cultura tradizionale giapponese. Immaginate all’incirca un incrocio tra Roma e Firenze, con 17 siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Certo, appena esci dalla stazione, che già da sola meriterebbe una visita, è difficile immaginare che questa città così anonima possa custodire tutti questi tesori, ma è una questione di zone. Però dalla stazione basta una passeggiata di un quarto d’ora, durante la quale si passa anche di fronte alla sede della Panasonic, per arrivare al To-ji, tempio fondato nell’ottavo secolo al cui interno si trova la più alta pagoda in legno del Giappone, con i suoi 57 metri d’altezza (per la Lonely Planet, 54 secondo Wikipedia) distribuiti su cinque piani. Quando si dice “tempio” in questi casi, si deve intendere non un edificio singolo ma un complesso di più edifici spesso all’interno di un giardino oppure collegati tra loro da camminamenti che formano cortili o superano laghetti. Il To-ji è un tempio buddista del primo tipo: molti edifici bassi in un’area ampia, con spazi per altari e altarini e un bel giardino con il suo laghetto con le carpe. Gigantesche. Alcune maculate come Pimpa. Con l’autunno gli aceri che proliferano in questi giardini si stanno accendendo di rosso.

Pesce Pimpa

Pesce Pimpa

Essendo il rapporto della società giapponese con la religione molto disinvolto e pratico, ogni tempio ospita negozietti dove si trovano fianco a fianco oggetti usabili per il culto e souvenir. Tra i primi, ci sono ovviamente le tavolette votive di legno su cui scrivere le proprie preghiere, da appendere fuori dalle cappelle e che verranno poi bruciate in un apposito rituale. E poi gli amuleti, praticamente uno per ogni occasione, con tariffe differenziate. Tra i secondi, le onnipresente cosine da appendere ai cellulari, qua una piaga sociale paragonabile ai nostrani ciucci di plastica di inizio anni novanta. Io cado subito nella trappola comprando un ciondolino con i sette dei della felicità in versione microbo. Un oggetto interessante da comprare è quella che abbiamo ribattezzato “la Smemoranda dei templi”: un quaderno a fisarmonica che in ogni tempio si può portare all’apposito sportello dove vi verrà apposto il timbro del luogo corredato da una preghiera manoscritta. Ogni timbro costa 300 yen, ma spesso godersi l’abilità con cui i calligrafi muovono il pennello sulla carta li vale tutti. Ovviamente non ho idea di che ci sia scritto. Credo qualcosa tipo “TVB”. In Giapponese comunque si chiama Goshuincho (御朱印帳) e io, grazie al mio cappello irlandese da anziano, che mi garantisce il potere dell’anzianità, compro senza indugi lo stesso modello di quaderno che comprano tutti gli ottuagenari, con la sua tranquillizzante copertina giallo paglierino che potete ammirare qui sotto mentre viene dedicato.

Nella stessa sala dove si vende merchandise di qualsiasi tipo sono esposte tre statue mezze carbonizzate, ma ancora riconoscibili, delle divinità buddiste che proteggono e spronano i fedeli, quei tizi infuriati e minacciosi che di solito si trovano all’ingresso del tempo. In questa versione “brace” sono ancora più spaventosi che prima. 8 Per raggiungere la seconda destinazione c’è da tornare in stazione e prendere la metropolitana. Scendiamo in una zona che è una “via dello shopping” lunghissima, con negozi di marchi occidentali che si alternano a esercizi più piccoli che vendono oggetti tipici giapponesi. Il tutto sotto a tettoie ondulate bianche dai cui altoparlanti risuonano musichine, senza interruzione. In mezzo a tutto questo, all’improvviso, si apre un piccolo tempio, poco più di un cortile, dove qualcuno si ferma a pregare un istante, forse sulla via del lavoro. Archiviata questa esperienza alla voce “stereotipi del Giappone tra tradizione e modernità”, a un certo punto la grande via dello shopping finisce e ci troviamo in Hanami-Koji, una lunga strada delimitata da edifici a uno o due piani, costruita nel XVII secolo come luogo degli intrattenimenti delle geisha (farò lo snob e non declinerò all’italiana la parola giapponese). Oggi sembra ospitare più che altro ristoranti. In fondo a questa via si trova il Kennin-ji, un tempio buddista zen dove si entra togliendosi le scarpe. Il primo pensiero è “ma che palle”. Poi quando ti levi i Dr. Martens dopo un’intera mattinata passata a scarpinare e appoggi i calzini sul legno liscissimo dei pavimenti, che ha quel minimo di tepore da parquet (e dopo che il giorno prima hai tenuto scarpe addosso per trenta ore), capisci che forse questi monaci hanno capito tutto. 9 Il Kennin-ji ha una struttura diversa dal primo tempio visitato: le varie sale fanno parte di un unico “palazzo”, i cui camminamenti circondano giardini, sia verdi sia “zen”, ovvero quelli fatti di ghiaia arata e pietre. Uno dei motivi per cui è vietato l’ingresso agli animali, ma specialmente ai gatti. Facezie a parte, questo tempio è stato fondato nel 1202 ed è il più antico tempio zen di Kyoto. “Antico” va inteso alla giapponese: è nello stesso posto dell’originale, ma molti dei materiali originali sono stati cambiati più volte nel corso dei secoli. Alcuni dei pannelli dipinti, per esempio, sono in realtà riproduzioni fotografica di altissima qualità che rimpiazzano gli originali, oggi musealizzati. La qualità delle opere dipinta sui pannelli scorrevoli e sui soffitti è straordinaria: dipinti che sembrano fatti a volte di niente ma evocativi, ritratti vivacissimi con pochi sapienti colpi di pennello. Al suo interno si custodisce un quadro pare importantissimo per la cultura zen, che mostra le tre forme elementari, che ricorrono anche in un giardino zen lì a fianco: il quadrato, il triangolo, il cerchio. Ovviamente viene da domandarsi dove sia finita la X per avere i controlli della Playstation al completo. 10 In un edificio distaccato dal tempio principale nel 2002 è stato collocato sul soffitto un gigantesco dipinto con due draghi gemelli, che richiamano quelli dipinti su un pannello più antico. Ci si accede indossando delle eleganti ciabattine rosse che Ratzinger invidierebbe moltissimo. Secondo alcune fonti, il tempio di Kennin sarebbe importante per un altro motivo: il suo fondatore, Eisai, avrebbe importato dalla Cina anche l’uso del te verde. Infatti qui ci offrono l’assaggio di una varietà con uno spiccato gusto salato, che può venire usata anche per cucinare. Il primo sorso ti sembra di stare bevendo morte liquida, poi il gusto diventa in qualche modo apprezzabile. Di tutti i templi che ho visitato a Kyoto, Kennin-ji è stato quello che più mi ha dato soddisfazione. Sarà l’elegante semplicità dell’architettura e delle decorazioni, la struttura così corrispondente a certe immagini del Giappone, il piacere di gironzolare scalzo. Usciti di lì, ciondolando per la zona ci imbattiamo in un paio di cappelline minori, tra cui quella dedicata al dio, ehm, maiale. O cinghiale. Insomma, sempre una mezza bestemmia sembra. E invece è roba scintoista (antica parola che significa “nel dubbio di dimenticarci qualcuno veneriamo all’incirca qualsiasi cosa, dateci un po’ di tempo e veneriamo pure il Gundam di Tokyo”). La statua del cinghialone circondato dai cinghialetti votivi fa molto Principessa Mononoke.

Conosco gente devotissima a figure divine simili

Conosco gente devotissima a figure divine simili

Ritemprato lo spirito, passiamo al corpo, che è più che ora di pranzo. Dopo lunghe trattative (abbiamo nella compagnia chi NON mangia pesce) troviamo una specie di fast food di udon. Si ordina e si paga attraverso una macchina tipo le casse dei parcheggi automatici, che emette uno scontrino. A quel punto ci si siede al bancone e arriva la cameriera che ti porta un bicchiere di te verde e ritira l’ordinazione. Qualche minuto dopo arriva con il cibo. Gli udon, appunto: sono dei tagliolini di grano, molto spessi, serviti in brodo. Sono molto buoni anche se un po’ mollicci: per il mio gusto dovrebbero essere scolati un trenta secondi prima, ma anche così vanno bene. A parte il fatto che mangiare con le bacchette delle robe scivolose sopra a una grossa ciotola di brodo può essere foriera di invocazioni a divinità dalle curiose caratteristiche animali o dai mestieri antichissimi, almeno fino a che non sviluppi un po’ di tecnica e/o impari a non preoccuparti, chinarti sulla tazzona e via di risucchio. Gonfi di liquidi come batraci, ci incamminiamo in salita verso il Kiyomizu-dera, ultima tappa della giornata. Per arrivarci passiamo in mezzo a una lunga tonnara di negozietti di qualsiasi tipo di souvenir, dove compriamo, approssimando per difetto, qualsiasi cosa. A un certo punto, mentre siamo in un negozio di bacchette a scegliere quelle da fare incidere con il nostro nome in caratteri giapponesi (quelli sillabici usati per la traslitterazione dei nomi stranieri, non gli ideogrammi), noto un Totoro: pochi passi e siamo in un negozio Ghibli, pieno di merchandise dei film di Miyazaki. Segue acquisto compulsivo di cazzatine. A un certo punto vedo passare anche una coperta di pile con dei Totoro sopra. Io mi limito a pupazzetti per le dita di Howl e della Città Incantata. Dirò solo “…œh”. Il Kiyominizu, per la sua posizione arroccata, offre una bella vista sulla città, mentre ormai il sole inizia a calare. La sua fondazione risale addirittura al 798, ma la forma attuale è quella del 1633. La Lonely Planet dice che è sopravvissuto alle cospirazioni tramate da altre scuole buddiste locali, ma non specifica bene di che si tratti. Certo, uno immagina che i buddisti siano paciosi tranquilloni dediti alla meditazione e invece… (l’altro giorno ho provato a guardare su Wikipedia due cose sul buddismo, ma a un certo punto mi è esplosa la testa per la divisione tra scuole e la quantità di figure sovrannaturali esistenti). Tra le varie attrazioni del posto, oltre a un dio lepre (fino al XIX secolo scintoismo e buddismo si sono allegramente contaminati a vicende, quindi i templi sono sempre un po’ complicati) e agli infiniti banchetti di amuletini e preghiere assortiti, ci sono due pietre distanti tra loro una ventina di metri. Se riesci ad andare bendato dalla prima alla seconda troverai l’amore della tua vita, dicono. Barando come quelli che pregano in ginocchio sui ceci solo dopo averli bolliti, tutti quelli che vedono si fanno guidare da qualcuno. Ma così sono bravi tutti. Giusto lì dietro, per ricordare che le cose hanno due facce, c’è un acero sul cui tronco si vedono i segni di numerosi fori. Un cartello spiega che si tratta di luogo di culto per Okage-Myojin, il dio che risponde a qualsiasi preghiera indipendentemente dal contenuto (tipo Lionel Hutz, insomma), pare molto venerato dalle donne. Che un tempo erano solite inchiodare nottetempo al tronco bambole di paglia che raffiguravano una persona odiata da maledire.

Un altare dedicato a Inari.

Un altare dedicato a Inari.

Sulla via del ritorno mi dedico agli assaggi di street food concedendomi un panino al vapore ripieno di carne di manzo, che è buonissimo e non capisco perché non si venda in tutto il mondo. okonomiyaki-ranma Alla sera, tornati a Osaka, ceniamo con l’okonomiyaki (letteralmente “cucina quello che vuoi”, l’omelettone che tutti abbiamo imparato a conoscere guardando Ranma 1/2. Lo mangiamo in un posto che ha al centro del tavolo il piastrone rovente, che viene però usato solo per tenere in caldo il cibo e non per prepararlo davanti agli occhi del cliente o per lasciare che sia lui a prepararselo (e meno male). Facciamo anche conoscenza con una delle più assurde abitudini giapponesi: a meno che non mangi in un fastfood dove non mancano mai i tovagliolini di carta, di solito ti viene portata una salvietta umida a inizio pasto per pulirti le mani. E basta. È vero che sporcarsi con il cibo giapponese è abbastanza difficile, però ci sono dei momenti in cui vorresti almeno pulirti le labbra prima di bere. A ogni modo, l’okonomiyaki, che può essere preparato mescolando alle uova vari ingredienti e a volte viene servito pure cosparso di maionese, è buono ma non troppo dissimile dalla cucina occidentale. La salsa con cui viene servito, che la Lonely Planet definisce “tipo Worcester” è diventata nota nella nostra comitiva come “salsa Coca-Cola” per il gusto caramellato. Di ritorno in ostello ci fermiamo in uno dei minimarket aperti 24/24, dove si può comprare di tutto, dai manga alle onnipresenti mascherine per bocca e naso, dalle batterie esterne per caricare tramite usb smartcosi a blocchi di ghiaccio da tre chili. Oltre ovviamente alle stesse misteriose bevande che si trovano negli onnipresenti distributori di bibite, anche in versione calda: non c’è infatti solo il banco-frigo ma anche il, boh, banco-forno, che fa sì che tu possa prendere una lattina di caffè a una piacevole temperatura scaccia-gelo. Una funzione condivisa anche dai distributori automatici. Poi ti domandi perché hanno avuto bisogno di costruire delle centrali nucleari.

つづく

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3 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

3 risposte a “Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 2: Niente scarpe dentro al tempio! Chi porta fiori al dio dei cinghiali?

  1. Primo! (diventerà una tradizione così radicata, che lo shintoismo sarà tentata farci su un tempio, o almeno, metterci un torii!)
    Correggi “animai”.
    La smemo-templi la voglio troppissimo anche io. Non capisco come possiamo esserci fatti fregare l’arte favolosa della calligrafia…

  2. adriano

    Ah, il negozio di Totoro a Kyoto… bei ricordi…
    Ma sarà nulla al confronto con lo Studio Ghibli Museum a Tokyo, se ci andate. Reggiti all’impatto con i fotogrammi originali dei film venduti a pochi spiccioli, la riproduzione dello studio di Miyazaki e (ho pianto) il cortometraggio inedito proiettato nel cinema privato inetrno al museo che mai e poi mai lo studio Ghibli farà vedere all’esterno, che considerano un loro regalo personale per chi visita il museo.
    Ah, delle bevande ai distributori prova quella al pancake…

    • In realtà sono tornato da sabato.
      Purtroppo con il museo Ghibli (SPOILER) abbiamo minchionato alla grande, non facendo i biglietti prima di partire e non ce n’erano più per i giorni in cui volevamo andare. È un capitolo MOLTO BUIO di cui non parlerò mai più, ecco.

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