Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 3: Pareti d’oro e pareti d’argento! La cesta dei gatti non ha padroni!!

Lo strano muschio giapponese

Lo strano muschio giapponese

Secondo giorno a Kyoto.
La prima tappa è il Kinkaku-ji, un tempio buddista il cui nome “tempio del padiglione d’oro”. In realtà nacque come villa per lo shogun Ashikaga Yoshimitsu, alla fine del XIV secolo; morto lui il complesso diventò un tempio, secondo le sue ultime volontà.
Quello che si vede oggi è una ricostruzione degli anni cinquanta del Novecento: il tempio era infatti stato bruciato nel 1950 da un apprendista monaco ventiduenne, che subito dopo cercò di suicidarsi nel parco. Non ci riuscì ma morì sei anni dopo di tubercolosi. Si dice che la ricostruzione abbia un po’ pompato la doratura dell’edificio rispetto all’originale (c’è una foto di fine ottocento dove in pratica non se ne vede traccia, ma magari è solo perché è una foto ridipinta).
Oggi il padiglione d’oro è davvero scintillante: a noi è capitata una giornata nuvolosa e brillava come se fosse stato colpito da una luce piena. Se fosse stato in pieno sole, ci dicono, sarebbe stato fastidioso a guardare, anche perché poi si riflette in un laghetto che amplifica l’effetto.

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Come patrimonio nazionale, il Kinkaku-ji è un sito visitatissimo e noi ci troviamo circondati da orde di scolaresche, con le loro divise (proprio come le disegnano). Dentro l’edificio non si entra, ma si visita il giardino circostante, da cui si possono vedere diversi scorci dell’edificio. L’offerta di gadget è disarmante e comprende figure della cultura pop abbracciate alla pagoda d’oro; per dire, io mi porto a casa un ciondolo da cellulare con Paperino (nella nuova versione tondeggiante) in kimono appiccicato al tempietto. Ma c’era anche Hello Kitty, in caso.
Dopo un rapido giro di autobus (e scoperto come si pagano i biglietti a bordo), arriviamo al Ginkaku-ji (padiglione d’argento), che del Kinkaku-ji è uno stretto parente; il nipote per la precisione, visto che venne commissionato dal nipote di Ashikaga Yoshimitsu, che morì prima che la villa fosse finita e lo strato d’argento messo in posa; così anche il Ginkaku-ji diventò un tempio.
L’argento non è mai stato collocato, così il nome è più che altro onorifico e in omaggio alle intenzioni del committente. La sua incompiutezza dovrebbe essere anche un riferimento al principio giapponese del wabi-sabi, l’idea che le cose sono imperfette e c’è poco da fare se non accettarle così come sono.
Oltre al padiglione, un pezzo importante del complesso è il giardino di pietra (”zen”), con un cono tronco di sabbia che dovrebbe raffigurare il monte Fuji. In giro per il parco, che l’autunno incendia con il rosso degli aceri, ci sono dei gruppi di statuette di qualche divinità non meglio identificati (forse dei Jizo) con davanti una ciotolina: i fedeli cercano di centrare la ciotola con le monete, come una specie di gioco d’abilità misto a preghiera.
A questo punto c’è una rapida pausa pranzo in piedi, che il programma è serratissimo: io me la cavo con un altro panino al vapore con carne e un mini-okonomiyaki, al quale si aggiunge una mezza tornado-potato, una cosa troppo stupida per non mangiarla.

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Nello stesso posto dove ho mangiato quella bizzarra patata si è fermato pure Di Caprio a mangiare un ghiacciolo.

Nello stesso posto dove ho mangiato quella bizzarra patata si è fermato pure Di Caprio a mangiare un ghiacciolo.

Però butto un po’ di soldi in un gachapon, quelle macchinette dove metti dentro i soldi ed escono dei giocattoli casuali dentro a delle pallette di plastica. Ce le abbiamo anche in Italia, certo, ma quelle giapponesi sono molto più divertenti e varie: questa per esempio contiene personaggi della (complicatissima) mitologia buddista. Speravo in uno dei feroci guardiani dei templi, mi sono usciti due diversi Buddha, che hanno subito intavolato una discussione con un pari grado.

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A questo punto ci incamminiamo lungo “il sentiero della filosofia”, una via che costeggia un canale tra i ciliegi, che pare debba il suo nome al filosofo giapponese Kitaro Nishida (annuite come se sapeste chi è), che amava passeggiarvi. Non è difficile capire perché, anche se non siamo in primavera e i ciliegi si stanno preparando all’inverno: il percorso è piacevole, il canale una presenza discreta e le foglie rosse fanno sempre il loro effetto.
Lungo il cammino si può anche deviare dalla strada principale e scovare qualche piccolo santuario dall’aria un po’ dismessa, come quello in cui si trova un altare dedicato a dei grossi toponi e, poco distante, uno ai cui lati si trovano due volpi. È un momento molto Miyazaki: sarà la pioggia, il fatto che sembravamo i primi che mettevano piede lì dentro da un sacco di tempo, ma di colpo l’idea di un dio-volpe non mi sembra così campata per aria. Quello che ancora non so è che le volpi sono gli animali legati a Inari, una delle più venerate divinità scintoiste (che sono MILIARDI, quindi qualcosa vuol dire), che presiede alla coltivazione del riso, al commercio, agli affari. Una specie di Mercurio, come “portfolio”. Quello che ancora non so è che il giorno dopo di altari a Inari ne vedrò da star male.

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...Foxy Kami!

…Foxy Kami!

Poco distante da lì c’è un minuscolo negozio che vende kimono usati. Ci entriamo per vedere ed è un altro momento assurdo: pile di kimono piegati, altri appesi alle grucce. Il posto è già piccolo, ci sono kimono ovunque, sul soffitto e sulle pareti dove non c’è spazio per mettere kimono ci sono foto di clienti con addosso i kimono, o lettere, o cartoline. Dentro ci sono due anziane signore che stanno servendo delle ragazze credo inglesi, come entriamo noi finisce l’aria e moriamo tutti. O qualcosa del genere.

Credo ci sia scritto "AAAAAAWWWWWW"

Credo ci sia scritto “AAAAAAWWWWWW”

Sicuramente dobbiamo essere morti e in paradiso perché poco dopo ci imbattiamo in una cesta piena di gatti che dormono addossati gli uni agli altri, sollevati dalla strada. Sono così appiccicati che non riusciamo a stimarne il numero esatto. Considerato che in cinque che siamo facciamo la bellezza di tredici gatti rimasti in Italia (l’unico senza gatti propri sono io, che squatto quelli di Lucilla), immaginate pure la fiera dell’ultrasuono. La situazione non migliora quando venti metri più in là sbucano dei gatti che timorosamente si avvicinano e si lasciano accarezzare. Sono già lì che cerco di capire come potrei portarmi in Italia Mozzarellina, quando lei si rivela una poco di buono e si lascia impunemente spampugnare da Antonio davanti ai miei occhi.

Mozzarellina

Mozzarellina

Affoghiamo la disperazione nel pezzo forte della giornata: l’Eikando Kenrin-ji, megatempio sede della branca Seizan della setta buddista Jodo-Shu (setta che dovrebbe essere una delle due più seguite in Giappone) (come ho già detto, ho scoperto in Giappone che il buddismo è un gran casino e vorrei capire bene quelli che “no, ma vedi, il buddismo è più una filosofia, non è una vera religione”).

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Una delle attrazioni principali del tempio è una statua dell’Amida Buddha (il Buddha della Luce Infinita) che guarda non dritta davanti a sé ma al sopra della spalla sinistra (Mikaeri Amida, in giapponese); vuole la leggenda che sia così dal 1082, quando la statua si mosse mentre i monaci le giravano attorno. Stupiti, quelli si bloccarono e allora il Budda si voltò e disse “Siete lenti”. E poi rimase così per sempre.

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In realtà molte statue del Buddha stanno giocando a quel giochino che si faceva alle medie che se guardavi l’anello fatto con il pollice e l’indice dovevi subire un “sette e mezzo” sulla spalla. Questo, oppure alle medie eravamo tutti impegnatissimi a fare dei mudra e non lo sapevamo

Al di là di questo, il tempio è gigantesco e ha di tutto: un parco molto bello, esaltato dalle foglie degli alberi che diventano rosse per l’autunno, lanterne di pietra, grandi statue, giardini zen, una pagoda da cui si gode una bella vista su Kyoto (che di per sé è comunque abbastanza orribile), decorazioni dai colori vivacissimi. C’è persino, presso il laghetto, un asilo il cui scuolabus è quantomeno, ehm, particolare.

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La giornata, lunghissima, finisce con la visita a un ulteriore tempio, dove però sbagliamo e invece che entrare in quello principale entriamo in uno secondario dove non c’è molto da vedere. Però c’è lì accanto un curiosissimo acquedotto in puro stile romano, sulle cui sponde si può camminare e apprezzare la diversa velocità di scorrimento dell’acqua nelle sezioni in cui va piano per lasciare decantare sul fondo le impurità. Superata la prova di destrezza per non finirci dentro, cerchiamo di tornare alla stazione.

Deposita la rumenta all'ora giusta altrimenti resta fuori troppo e i corvi ne fanno scempio (succede davvero, l'ho visto a Tokyo)

Deposita la rumenta all’ora giusta altrimenti resta fuori troppo e i corvi ne fanno scempio (succede davvero, l’ho visto a Tokyo)

Qui falliamo il test di orientamento e prendiamo l’autobus nella direzione sbagliata, che ci lascia all’incirca a casa del diavolo. Da lì riprendiamo nella direzione corretta (a quel punto era facile) e in qualche modo torniamo sani e salvi a Osaka, nonostante io in stazione cerchi di avvelenarmi comprando un’orrida bevanda alla vitamina C che è tipo un gatorade ma gasato (la bottiglia resterà sul tavolo della stanza fino alla partenza).
C’è il tempo per mangiare del ramen accompagnato dal maiale più buono che abbia mangiato da secoli e per osservare i curiosi segnali di cantiere giapponesi.


Poi la morte o il sonno. O entrambi, non ricordo.

つづく

Informazioni pratiche:
> Pagare i biglietti dell’autobus
In moltissimi casi i biglietti degli autobus si fanno a bordo. Quando si sale bisogna prendere il bigliettino che spunta dalla macchinetta, su cui è scritto il numero della zona in cui si è saliti. Al momento della discesa si controlla sul tabellone luminoso a quanto ammonta il dovuto. Se si hanno i soldi contati si buttano nella macchinetta che li conta; altrimenti bisogna mettere una banconota da 1000 yen nella macchinetta, che la cambia in monetine. Se non si hanno banconote da 1000 yen può essere un problema, perché i tagli superiori non vengono accettati e i quadratissimi autisti giapponesi non sembrano particolarmente disposti a venirvi incontro. Quindi tenete sempre a portata di mano degli spiccioli.

> Prendere il treno (locale o cittadino)
Per prima cosa dovete trovare orario e binario: c’è un ottimo sito in inglese con tutti gli orari che si chiama Hyperdia, ma esiste anche un app per Android, Japan Trains (iOS non pervenuto, chi sa parli). Poi dovete fare il biglietto, alle macchinette. Se non siete sicuri, fate la tariffa minima; alla stazione di arrivo pagherete la differenza in una delle “fare adjustment machine”, senza sovrapprezzo. Da lì è tutto apparentemente semplicissimo: per terra ci sono dei segni che indicano dove si apriranno le porte. Ci sono pure le impronte dei piedi per mettersi in fila. Nel caso, mettevi in fila dietro ai giapponesi, a due a due. Attenzione perché ci sono alcune carrozze, nei treni locali nelle ore di punta, riservate alle donne. Quando arriva il treno, la fila si apre come una cerniera per fare scendere i passeggeri. È il momento critico, perché i giapponesi, tanto buoni e cari, diventano delle ferocissime e gelide macchine di morte nel momento in cui decidono che si può entrare nel vagone: i posti a sedere sono una risorsa scarsa e bisogna essere rapidi, concentrati e, soprattutto, non esitare mai. Che anche se avete le gambe più lunghe loro hanno esperienza e determinazione. Ci sono dei posti riservati a donne incinta, anziani o invalidi: da quello che ho capito è buona creanza non occuparli anche se non ci sono esponenti delle categorie sopracitate in vista se gli altri posti a sedere non sono già occupati. Se vi sedete lì è proibitissimo parlare al cellulare. Non so bene perché, ma c’è scritto ovunque.
Il biglietto si tiene fino all’uscita della stazione, perché senza non uscite. Ripeto: non uscite. Ci sono cartelli in inglese che dicono che se sostieni di avere perso il biglietto: a. ti chiederanno di spiegare come, b. la cosa potrebbe andare per le lunghe, c. è molto probabile che ti facciano pagare come se fossi partito dalla stazione più distante.

A questa cosa che i templi buddisti sono identificati da svastiche ci vuole un po' per abituarsi.

A questa cosa che i templi buddisti sono identificati da svastiche ci vuole un po’ per abituarsi.

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2 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

2 risposte a “Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 3: Pareti d’oro e pareti d’argento! La cesta dei gatti non ha padroni!!

  1. Primo!
    Il gatto bianco è evidentemente posseduto da molti oni.
    Mikaeri Amida sta evidentemente pensando “chi ha sganciato?”

  2. paola

    ahhah,”ferocissime e gelide macchine di morte”!!!! ero piegata in due dalle risate a immaginare la scena

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