Cartoline da Istanbul

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Mentre i post sul Giappone ancora faticano ad arrivare alla conclusione (nuovo record dalla fine del viaggio), al volo, due parole sui tre giorni a mezzo a Istanbul di questa estate.

Il muezzin

La funzione del muezzin è la stessa delle campane per noi: richiamare i fedeli alla preghiera, ricordando allo stesso tempo “Attilio Lombardo pelato bastardo”. Ma laddove l’occidente cristiano ha elaborato una semplice melodia, nell’Islam la frase è attraversata da trilli, melismi, colpi di glottide e logorrea. Il tutto amplificato da altoparlanti gracchianti. E a botta e risposta. Che tipo se ti trovi tra Santa Sofia (che ha un minareto funzionante) e la Moschea Blu all’ora della preghiera improvvisamente rischi l’infarto. Poi inizi a domandarti quanto dura l’introduzione a questo pezzo metal e quando partono le chitarre.
Quando poi alle quattro ti sembra di avere un muezzin in camera di albergo, un pochino rivaluti certe cose della Fallaci. E le campane della chiesa vicino casa tua che tutto sommato sono molto discrete.

I dervisci rotanti

È inutile girarci attorno (battuta!), il potenziale comico dei dervisci rotanti è in una parola sola devastante. Non tanto quando sono impegnati a derviscioroteare, che sono una cosa troppo bella per fare pensare ad altro (a meno che tu non sia un idiota alticcio come lo spagnolo che avevo di fianco, che ha passato tutto il tempo a chiacchierare con la compagna, sbuffare e battere il ritmo fuori tempo agitando un depliant per farsi aria), ma prima. Quando si presentano con addosso una mantella scura appoggiata alle spalle, gli alti cappelli di feltro, alcuni la barba, sembrano usciti dritti dritti da quelle storie pazzesche in cui Rodolfo Cimino spediva Paperone e nipoti in improbabili paesi dell’Asia minore alla ricerca di tesori custoditi da personaggi del genere.

I dervisci si esibiscono o in cerimonie-spettacolo (di solito gli alberghi hanno le informazioni migliori per i posti) o in alcuni casi presso alcuni bar, per esempio nella zona della Moschea Blu. In quest’ultimo caso, di solito si tratta di un solo derviscio. La simbologia della cerimonia è abbastanza complessa e lo spettacolo, se non avete un idiota iberico di fianco a cui non potete neanche dare un pugno perché poi si rovina l’atmosfera, è qualcosa di incredibile.

Anche la musica, che se come me sei un fan della colonna sonora del primo Conan ti aspetti che da un istante all’altro spunti un serpente gigantesco da qualche parte. E si mangi quel cazzo di spagnolo.

L’hammam

La regola dell’hammam è che c’è la parte per le donne e quella per gli uomini. Poi ce ne sono alcuni, più rari, misti.
Io e Lucilla siamo stati a quello ai piedi della moschea di Solimano, che è appunto misto. Ovviamente, l’intera esperienza è condita da un fortissimo alone fantozziano. Arrivati in largo anticipo, ci accomodiamo nella sala d’ingresso in attesa di essere chiamati. Lì, staziona non solo chi deve ancora iniziare ma anche chi ha finito e si rilassa prima di andare a riprendersi. In realtà, ogni volta che si apre la porta, vediamo rientrare nella sala esseri umani distrutti dal calore, avvolti in asciugamani bianchi, paonazzi e con lo sguardo perso nel vuoto. Quando finalmente chiamano il nostro turno, veniamo mandati a cambiarci. Se non vi siete portati nulla da casa, l’abbigliamento in dotazione è: reggiseno e bermuda per le donne, telo da legare in vita per gli uomini. Più degli agghiaccianti sandaloni in legno con i quali ho rischiato un paio di volte la vita, tipo Fantozzi con gli zoccoli capresi che a Calboni stavano tanto bene. Finita la vestizione, vieni condotto a una sala con una grande volta, caldissima. Al centro c’è un grande ripiano di marmo dove si viene invitati a riposare e sudare in attesa che arrivi il proprio turno per il massaggio, che si svolge in una delle tre stanzette agli angoli del salone. Dentro fa caldo, l’ho già detto? Tu ti sdrai su questa lastra calda e umidiccia di vapore e del sudore di decine di altri esseri umani e attendi. Se hai caldo, puoi rinfrescarti con dell’acqua. Calda. Anche perché in effetti dell’acqua fredda ti ucciderebbe. Il pavimento è orribilmente scivoloso e il rischio di mostrare le tue pudenda a chiunque per colpa dell’infido asciugamano è altissimo. Però alla fine è anche piacevole. Riesco a trovare persino divertente il ragazzo italiano angosciatissimo perché è convinto che si siano dimenticati di dare i pantaloncini anche a lui e, probabilmente, teme di essere sodomizzato nella stanzetta dei massaggi.
Il massaggio in sé, preceduto da una vigorosa strigliata con il guanto di crine, è abbastanza piacevole e neppure troppo massacrante. C’è questo momento in cui sei sepolto sotto la schiuma del sapone che è molto divertente. Poi finalmente puoi passare al raffreddamento.
È in questa fase che viene consegnato un asciugamano bianco da mettere in vita e poi un omino te ne lega un altro in testa e uno sulle spalle. Così conciati, si entra in una stanza più tiepida dove trovi altri vestiti come te seduti a delle panche rialzate. E a quel punto che fai? Io mi sono seduto, mi sono guardato attorno e ho detto “Mah, io questo Gesù lo farei crocifiggere, amici del Sinedrio”.

Nutrirsi per strada

Una delle cose più belle di Istanbul è che nelle zone turistiche ogni dieci metri trovi qualcuno che fa delle spremute sul momento. Le più diffuse sono quelle di arancia e melograno, ma se oltre ai banchetti mobili guardate i negozietti trovate davvero di tutto. Credo che se mai la Turchia entrasse nell’Unione Europea questi banchetti sarebbero la prima a sparire (a volte ho paura che un giorno qualcuno controlli i regolameni UE e si accorga che tecnicamente cucinare in casa è illegale).
C’è anche chi vende pannocchie, bollite o arrostite, ciambelle di pane al sesamo, ananas e angurie a pezzi (le uniche buone mangiate quest’estate le ho mangiare lì, tra l’altro), ma se siete temerari potete anche provare le cozze crude.
La cosa più buona però l’ho mangiata in un localaccio vicino al ponte di Galata, che aveva questo spiedo di carne fresca pazzesco che andava su un fuoco di legna. Ogni porzione erano due spiedi di carne e una specie di piadina, tutto buonissimo. Peccato solo che non avessero alcolici, sempre sia lodato il Profeta.

Gelato

Il gelato turco si chiama dondurma. Le cose che dovete sapere sono due.
La prima è che la sua consistenza è diversa da quella del gelato a cui siete abituati: è elastico. Non proprio come un chewing gum ma quasi. Il gusto non è molto diverso da quello del nostro gelato, ma il primo impatto può essere un po’ spiazzante.
Ma non dovete preoccuparvi perché nel frattempo a spiazzarvi ci avrà pensato il malefico gelataio, che per contratto è un giocoliere simpaticissimo che prima di darvi il vostro cazzo di cono è obbligato a un trenta secondi di scherzoni assortiti.

È inutile che ci arriviate preparati, vi fregheranno comunque. Segue esempio.

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“E DAMMI ‘STO GELATO”

Whoohoho il gruppo dei ninja

Istanbul raccoglie molto turismo dal mondo arabo, quindi è normale che tu arrivi in albergo e dall’ascensore vedi uscire un gruppo di ninja. Poi capisci che sono donne con il velo integrale che lascia liberi solo gli occhi. Alla fine ci fai l’abitudine, anzi inizi a pensare che quella lì che non ha i guanti deve essere senza dubbio una poco di buono.

1 Commento

Archiviato in il cotone nell'ombelico, istanbul, viaggio

Una risposta a “Cartoline da Istanbul

  1. marina romanò

    Anch’io sono appena rientrata da Istanbul. C’ero stata 3 giorni a giugno e avevo visto le cose basiche, tra cui quelle descritte qui sopra. I dervisci li avevo visti alla stazione di Sirkeci, non avevo vicino uno spagnolo idiota alticcio, ma tutti quei turisti che fotografavano li trovavo così fuori luogo, cosa c’entravano con Rumi!?
    Istanbul non puoi vederla in 3 giorni, è bella come Roma, come Roma è su sette colli e come Roma bisogna scoprirla, camminando perdendosi nelle stradine che salgono e scendono, fiancheggiate in alcuni quartieri da vecchie case di legno, alcune fatiscenti, con intere parti che sembrano crollare da un momento all’altro, eppure abitate da persone, cosa che in Italia sarebbero evacuate anche nelle periferie più abbandonate del nostro Sud. Poi ci sono anche palazzi meravigliosamente restaurati, piccole moschee colorate che sono dei luoghi magnifici, dove stare per lungo tempo seduti sui tappeti a guardare le cupole finemente decorate.
    Questa volta ho scelto di vivere per 9 giorni a Çukurcuma che è un po’ il quartiere latino istambuliota, pieno di rigattieri, baretti gestiti da giovani, negozi di frutta e verdura, panettieri, e tutti che ti sorridono.
    Cosa mi è rimasto umanamente nel cuore da questo viaggio? 1) Un rigattiere al quale avevo chiesto se aveva una foto di Ataturk, che esce dal negozio con un quadro del padre della patria e me lo regala dicendomi: A gift for you, take care of my dear Ataturk.
    2) Bambini che giocano a calcio in salita nel vecchio quartiere di Balat tra case di legno colorate e mio marito che si mette a palleggiare con loro.
    3) Gruppi di donne sedute in cerchio sugli usci delle case, nonne, madri, figlie, che stanno serenamente insieme e si fanno compagnia, ricamando e chiacchierando.
    4) Una famiglia che festeggia i figlioletti vestiti da sultanini alla moschea di Eyup, perché sono stati circoncisi, e ci invitano a unirci a loro.
    5) Un anziano venditore di libri a Karaköy, sulla sponda asiatica, che mi parla di De Amicis e del suo libro Costantinopoli.
    6) Un controllare del tram che credendo erroneamente che avessimo sbagliato direzione, telefona al collega della stazione del tram dal lato opposto, dicendo di farci passare free without ticket. In realtà avevamo scelto di fare tutto il percorso del tram per vedere i vari quartieri periferici e quando siamo scesi a un certo punto, non vedendo la fermata dall’altra parte, abbiamo chiesto dov’era la fermata per Sultanahmet. Avrà pensato che questi turisti italiani sono dei veri babbei per accorgersi che hanno sbagliato direzione quando oramai sono allo sprofondo, lontani 40 minuti dal centro!
    7) Gatti, gatti, gatti ovunque. Una piazzetta nel quartiere dimenticato di Samatya dove abbiamo mangiato dell’ottimo pesce circondati da galline e gatti!
    8) Giovani donne col burqa e lphone che chattano in continuazione.
    9) Un bar su una terrazza con vista mozzafiato vicino alla moschea di Solimano, per raggiungere il quale siamo passati da un labirinto fatto di corridoi bui, scale che collegano varie case e vari tetti, pianerottoli con frigoriferi, divani, tavolini abbandonati.
    10) Un meraviglioso ristorante vicino alla chiesa di San Salvatore in Cora, dove ho mangiato carne d’agnello trita, perfettamente speziata, servita con mandorle e uvette all’interno di un mezzo melone dolcissimo: una vera squisitezza.

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