La rivoluzione nella testa

The Beatles met Muhammad Ali, 1964 (3)

Quest’estate per un paio d’ore ho creduto che Sir Perceval Reginard Deafon, esq., esistesse davvero. La sua biografia spicciola l’aveva fornita Leonardo in un post di inizio agosto:

Sir Perceval Reginald Deafon, Esq., è il critico musicale che durante il suo quarantennale servizio presso il blasonato Montly British Music Magazine conseguì un singolare record: riuscì a stroncare tutti i dischi dei Beatles. Pubblichiamo per la prima volta tradotte in italiano le sue brevi recensioni, che ci offrono un altro punto di vista su una delle più importanti avventure musicali del secolo scorso.

In fondo, ci ho creduto perché volevo crederci. Non è bellissima la storia di questo signore, che immagino come un gemello cattivo di George Martin? (non George R.R. Martin, lo scrittore; George Martin il compassato produttore dei Beatles) (di questi tempi tocca spiegare tutto) (una volta quando dieci anni fa ho iniziato a tenere un blog uno mi ha chiesto se Lansdale era lo stesso delle felpe, ma spero mi stesse trollando) 
Un disinto signore inglese che si trova incredibilmente per la prima volta dalla parte sbagliata delle opinioni, costretto ad assistere alla sua nazione prima e al mondo poi che cade preda di un’isteria collettiva per quattro ragazzotti con un accento spesso come porridge e le zazzere sempre meno decenti?
Ovviamente, appunto, non esiste né il recensore né la rivista e le recensioni le ha scritte, come esercizio di stile, lo stesso Leonardo. E, che vi piacciano o meno i Beatles, sono tra le più divertenti critiche ai Fab Four che mi sia mai capitato di leggere (“ou’ve Got To Hide Your Love Away vorrebbe essere una ballata di Bob Dylan, e la sarebbe, se Bob Dylan avesse il dizionario di uno studente di scuola primaria), in un perfetto stile british, compito e feroce allo stesso tempo.

Revolution_in_the_Head

Esiste però qualcosa di simile alle recensioni di sir Deafon, ed è il fondamentale volume di Ian McDonald (musicologo, morto suicida nel 2003, fu tra l’altro uno degli artefici della riscoperta di Nick Drake negli anni ottanta) Revolution in the head, pubblicato in Italia da Mondadori come The Beatles – L’opera completa.
Il libro di McDonald è probabilmente l’opera più completa che si possa trovare sulle canzoni dei Beatles: per ognuna, infatti, si trova una scheda con i dati tecnici (luogo e data di incisione, crediti, musicisti coinvolti, prima uscita) e un’esauriente descrizione che ne spiega la genesi, la struttura, curiosità, pregi e difetti. McDonald è evidentemente un fan dei Beatles, perché nessuno si azzarderebbe a compilare una cosa del genere se non spinto da genuino amore, ma non si limita a una cieca e incondizionata venerazione per tutto quello che il gruppo ha prodotto. E questo è un bene, perché le sue impietose stroncature di un paio di mostri sacri sono divertenti, ben scritte e ragionate. 
Il cuore della critica di McDonald sta nell’idea che i Beatles fossero un gruppo pop poco a suo agio nel maneggiare il materiale rock della fine degli anni sessanta. Di conseguenza, a farne maggiormente le spese è un brano come Helter Skelter, definito:

ridiculous, McCartney shrieking weedily against a massively tape-echoed backdrop of out-of-tune thrashing

Effettivamente, riascoltandola, Helter Skelter sembra un po’ il gioco goffo di qualcuno che scimmiotta qualcun altro. Fino a che non entra quella scala dopo “Helter Skelter” ed effettivamente perdo un po’ di obiettività.
Un’altra vittima, almeno parziale, della brutalità di McDonald è Lucy in the Sky with Diamonds, nella quale trova deludente rispetto alla ricercatezza ispirata della strofa il ritornello brutalmente introdotto da “quattro sgraziati colpi di grancassa”.
Non è gentilissimo neppure con Harrison, del quale denuncia come lo spiritualismo nascondesse in realtà una misantropia che emerge violentissima in Piggies, definita “una macchia imbarazzante nella discografia di Harrison”. Sempre George viene accusato, nei paragrafi sulla dissoluzione della band, di aspirare ormai a essere il terzo chitarrista di qualche gruppo californiano.
E’ però proprio nelle pagine sull’ultimo periodo del gruppo che si può iniziare a provare una certa simpatia per Paul McCartney, che fu l’unico a dannarsi l’anima per cercare di tenere insieme un gruppo a cui i suoi tre compagni non volevano più appartenere. Peccato che poi lo facesse nel modo sbagliato, per esempio facendo provare e riprovare in tutte le salse possibili cose odiose come Maxwell’s Silver Hammer (che secondo John Lennon costò più di tutto il resto di Abbey Road) o Obladi Oblada (alla fine l’introduzione venne risolta da Lennon che arrivò brillo, si sedette al piano e picchiò fortissimo gli accordi, frustrato dopo giorni e giorni di prove) senza rendersi conto di avere “scialacquato la riserva di pazienza e di concordia del gruppo con ridacchianti insulsaggini”.

Insomm, McDonald è un critico attento, a volte severo ma ingiusto e a volte un po’ ingiustamente.
Il suo libro però resta una delle più colossali miniere di aneddoti sulla carriera dei Beatles, compresa quella postuma. L’edizione inglese, infatti, è del 2005 (quindi uscita postuma; l’edizione italiana non mi risulta aggiornata, invece) e contiene anche le schede di Free like a bird e Real Love, i due inediti postumi registrati dai Beatles superstiti sulla base di demo casalinghi di Lennon. Rivela anche che doveva essercene un terzo ma che Harrison, molto deluso dalla resa dei primi due, si chiamò fuori e non se ne fece più niente (sempre Harrison sulle prime non era favorevole al progetto dell’Anthology, il documentario sulla storia dei Beatles per cui vennero registrate le due canzoni, poi però spinto da debiti e dalla voglia di “far vedere a gente come gli U2 cosa voleva dire essere famosi davvero” disse di sì).
Purtroppo McDonald non recensisce anche il documentario se non per sommi capi (e lo trova un po’ reticente sugli aspetti più aspri della storia del gruppo), perché sarebbe divertente cosa ne pensa di questa scena (dagli extra) in cui si vede come anni e anni dopo, Harrison avesse ancora pochissima voglia di avere a che fare con Paul. Non fatevi ingannare dai sorrisi durante l’improvvisazione, concentratevi su quel “just a short version” a 2:28:

5 commenti

Archiviato in Libri, musica

5 risposte a “La rivoluzione nella testa

  1. F

    Non avevano nulla da dire, e infatti non lo dissero. http://www.scaruffi.com/vol1/beatles.html

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