L’isola del Teschio – backstage

L’isola del Teschio è da quasi un mese sul Kindle store.
Nell’immediatezza dell’uscita mi ha dato alcune soddisfazioni, tra cui un posizionamento inverosimile nella classifica dei “prodotti del momento” davanti alla Bender che quello stesso era tra i tre ebook dell’offerta lampo.Schermata 2014-09-01 alle 20.01.37Per non dire di alcuni piazzamenti inconsulti nella classifica horror generale, tipo quando mi sono trovato davanti a Edgar Allan Poe e alle spalle di una trilogia paranormal romance.Schermata 2014-09-02 alle 21.12.21Tra le recensioni, due persone con cui non ho mai avuto alcun tipo di rapporto hanno scritto:

Qualcuno potrebbe obiettare che questo Spadaccino ricorda forse un po’ troppo da vicino il Solomon Kane di Robert E. Howard. Be’, sapete che vi dico? Che non me ne importa un accidenti di niente!!! Il racconto è talmente avvincente e ben scritto da far passare completamente in secondo piano le somiglianze. Anzi, in questo caso possiamo dire che si tratta addirittura di un valore aggiunto.
Un mix ben riuscito tra avventura, azione, horror, come dalla migliore tradizione pulp (nel suo significato originario).
Non vedo l’ora di leggere nuove avventure dello Spadaccino!

(Cristian)

La storia funziona egregiamente anche per chi non dovesse conoscere gli autori alla base dell’ispirazione di Vincenzi [sic; prima o poi andrò all’anagrafe a farmi cambiare il cognome :-)]. I personaggi sono credibili e il protagonista, cinico e disincantato quanto basta, resta simpatico. Aspettiamo una nuova avventura dello Spadaccino e salutiamo l’arrivo di un nuovo autore di qualità nel nuovo pulp italiano.

(Andrea Sfiligoi)

(Le altre tre recensioni sono una di Dario, che è stato una delle mie cavie nelle varie stesure del racconto e due di persone con cui ho contatti per altri motivi e possono quindi avere un bias positivo, quindi benché le abbia apprezzate moltissimo mi sembra meno il caso di sbandierarle)

Ora mi sta prendendo una vaghissima ansia di prestazione per il secondo episodio, che tanto per non fare cose semplici si svolgerà molto prima del primo racconto, nella Vienna da poco uscita vittoriosa dall’assedio ottomano, e avrà un tono più leggero, con un protagonista più giovane e ingenuo.

A ogni modo, ci sono alcune cose che non ho scritto nelle note finali dell’ebook e che mi sembra curioso riportare; magari in un secondo tempo aggiornerò il file. Intanto, eccole qua. Ovviamente, per chi non ha letto il racconto ci sono spoiler su un po’ di cose.

Lo Spadaccino

L’ho già detto nel post di annuncio del libro: lo Spadaccino ha la faccia di Joey DeMaio, bassista dei Manowar, perché è la quella con cui ho sempre immaginato Solomon Kane. Questo non vuole però che il mio personaggio e il puritano di Howard siano lo stesso personaggio; si noterà credo nel secondo racconto (che potrebbe intitolarsi Colei che canta), ma anche nell’Isola dovrebbe essere chiaro che le sue motivazioni non sono quelle di un “paladino” ma di un avventuriero che cerca di portare a casa la pelle, dopo essersi cacciato nei guai a causa della sua curiosità.
Per certi versi, per stare tra i personaggi howardiani, è più simile a Conan. O al Grey Mouser di Leiber.
Dal punto di vista della scrittura, questo ovviamente pone un grosso ostacolo perché si tratterà ogni volta di trovare un modo per tirare il personaggio dentro un’avventura da cui invece se la svignerebbe volentieri a gambe levate. Ma, insomma, i limiti sono quello che rende il gioco più interessante (poi finirà che mi stuferò e lo Spadaccino affronterà un periodo di grande eroismo).
Dimenticavo: spero vi siate accorti che “lo Spadaccino” non sferra nemmeno un colpo di spada (se non fuori scena, prima dell’inizio della storia).

Becco Rosso e i pirati

gipisigla

Becco Rosso, il pirata che salva la vita allo Spadaccino all’inizio della storia è, senza se e senza ma, il pirata che compare all’inizio della sigla del programma di Daria Bignardi, disegnata da Gipi. È parente dei bellissimi e mostruosi pirati che il fumettista pisano ha disegnato nel suo LMVDM.

Nell’idea di scrivere una storia di pirati ha avuto il suo peso anche la lettura del racconto di Valerio Evangelisti “I fratelli della Costa”, uscito nell’antologia curata da Sergio “Alan D.” Altieri, Anime nere. I miei pirati si muovono, un po’ sul filo dell’anacronismo, un secolo buono prima di quelli di Evangelisti, però.

Ovviamente, pirati più magia fa subito Monkey Island; da Monkey Island si arriva con un passo in avanti ai Pirati dei Caraibi della recente serie di film e con uno indietro a On Stranger Tides di Tim Power, che però ho letto solo dopo avere finito il racconto (però una parte della sceneggiatura dei quarto film dei Pirati si basa sul romanzo).

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E poi i Playmobil. Miglior giocattolo della mia infanzia.

Amra

Come è facile intuire, Amra è al 90% un Conan nero. Come sa chiunque abbia letto The Queen of the Black Coast, quando Conan si unisce a una nave pirata comandata dalla piratessa Belit, gli viene dato il nome di Amra, “il leone” (in una lingua inventata da Howard). Il 10% di discrepanza tra Amra e Conan è ovviamente dato dai suoi poteri magici innati, che servono al mini-colpo di scena. Gli sproloqui di Amra devono qualcosa a Ryon, il personaggio conanesco giocato da un mio amico nella nostra campagna storica di AD&D (in cui io giocavo, guarda un po’, un bardo spadaccino).

Amrita

Amrita è una vittima. Di suo padre e di Amra. Il gioco nel racconto è ovviamente quello di farla passare per malvagia strega, facendo leva sugli stereotipi del genere, prima di passare all’altro stereotipo, quello della damigella in pericolo. Mi rendo conto che non sia il massimo per l’unico personaggio femminile presente nel racconto. Cercherò di fare di meglio la prossima volta.
Non sono sicuro che si capisca bene, ma lo Spadaccino la rifiuta, nella scena sulla coffa, per un misto di paura delle conseguenze che può avere una cosa del genere nei confronti di Amra e di reale disinteresse (giocando sul gusto estetico medio del XVI secolo, che prediligeva modelli di femminilità ben più carnosi di un’adolescente). L’invito a prenderla come se fosse un ragazzo l’ho prelevato di peso dall’adattamento di Manara dell’Asino d’oro (letture di un certo livello, lo so).

Il tesoro e i mostri

L’idea di base del racconto stava tutta lì: caccia all’isola del tesoro, protetto da una maledizione orrenda. È una variazione sul tema di due racconti di Howard, il già citato The Queen of the Black Coast e The Fire of Asshurbanipal (di cui però esiste anche una versione senza il sovrannaturale). Una delle cose più rognose della storia è stata la ricerca di una giustificazione accettabile per il fatto che il pirata, invece di prendere il suo tesoro e andare a vivere di rendita, abbia tenuto tutto sepolto su un’isola. Alla fine credo che la spiegazione regga.
Il nome dell’isola viene da un racconto di Solomon Kane, Rattle of Bones, in cui il “Teschio Spaccato” (Cleft Skull) è il nome di una locanda. Scrivendo il titolo in versione contratta sulla copertina, ovviamente mi è venuto fuori il nome dell’isola di King Kong che avevo, ehm, completamente rimosso.
I mostri alati vengono da Wings in the night, altro sublime racconto con protagonista Solomon Kane, ma anche dal terrore che provo per l’esistenza dei pipistrelli della frutta.

Si estinguono gli animali sbagliati.

Si estinguono gli animali sbagliati.

La scena della morte di Lacroix (che se avete scaricato la prima versione dell’ebook avete trovato sia come Delacroix che come Lacroix) è una piccola parodia di una delle mie scene preferite di Starship Troopers (che è un film meraviglioso che non ha quasi niente a che vedere con il meraviglioso libro di Heinlein): là il comandante uccide il soldato catturato dal mostro volante per risparmiargli ulteriori sofferenze, qui lo Spadaccino lascia che Lacroix vada incontro alla sua fine senza sprecare colpi.

Il mostrone finale, invece, è quello che è diventato Juan. La maledizione gli ha salvato la vita, per così dire, ma a caro prezzo. A pasticciare con la magia nera non si ottiene niente di buono. Per fortuna per noi scribacchini.

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