Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

Sergio_Bonelli_Editore

Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100”, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

adam 3

Copertina di Emiliano Mammuccari

Copertina di Emiliano Mammuccari

Orfani: Ringo 5, “All’ultimo respiro”
(Roberto Recchioni – Davide Gianfelice – Giovanna Niro)

Ringo è la seconda stagione di Orfani, la prima serie a colori targata Bonelli, che iniziava come un rip off di Fanteria dello Spazio e mille altre cose da rendere impossibile non pensare che ci fosse dell’altro sotto. E infatti c’era.
Se Orfani era una serie corale, giocata su due piani temporali e ambientata per lo più “altrove” (lo spazio, un pianeta misterioso), Ringo invece è ambientata in Italia. Serie on the road, segue il titolare di testata e tre ragazzi (due ragazzi e una ragazza) uno dei quali è suo figlio (ma nessuno sa quale perché la madre è morta nel primo numero senza fare a tempo a spiegarlo) nel loro viaggio in un’Italia futuribile sconvolta dai tremendi eventi della prima stagione. Finora si sono visti due tipi di storie: quelle in cui i personaggi arrivano in una città e quelli in cui viaggiano tra una città e l’altra. A questo giro tocca a Lucca, protetta da un esercito di robot.

Lupin Lupin!

Lupin Lupin!

Sostanzialmente, nella storia esplodono un sacco di cose, c’è un omaggio a Lupin III e un’azione moralmente complicata. Gianfelice è un grandissimo fin da quando comparve su John Doe per la prima volta, i colori sono buoni ma… quando dopo dieci minuti metti giù il fumetto (io leggo in fretta, ma sia Orfani sia Ringo si leggono, per precisa volontà di Recchioni, abbastanza in fretta) ti resta una mezza impressione di vuoto. In Orfani c’era un mistero svelato poco a poco, c’erano le relazioni tra un nutrito cast di personaggi (se contiamo le versioni giovani e quelle meno giovani degli stessi personaggi), qua tutto è ridotto di scala e, come in questo caso, sotto la facciata spettacolare non c’è moltissimo.

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Copertina di Cristiano Spadoni

Julia 197, “La Superba”
(Giancarlo Berardi, Maurizio Mantero – Luigi Coppello)

Julia è, per quello che mi riguarda, un gigantesco mistero del fumetto italiano: una serie per cui sono evidentemente fuori target e che invece ha trovato un pubblico fedele che ogni mese legge con gioia le vicende giallo-rosa di questa ammorbante sosia di Audrey Hepburn. Complimenti a Berardi per avere azzeccato il colpo, ma non è la mia tazza di te.

Per dire, vanno a mangiare qua di fianco e non si vede niente

Per dire, vanno a mangiare qua di fianco e non si vede niente

Me lo conferma questa storia ambientata a Genova (la bella criminologa ha una specie di storia a distanza New Jersey – Castelletto con un ispettore italiano), che è per il 60% un giro turistico in una Genova da cartolina senza neanche una scritta di Melina Riccio e per il resto una storia gialla senza infamia né lode. La cosa più carina è lei che rifugge il polinguismo perfetto dei personaggi dei fumetti e si esprime in italiano come Joe Bastianich. Disegni ok, Julia sembra sempre disegnato dalla stessa persona (altra grande intuizione di Berardi: a molti lettori la disomogeneità di stili in una serie dà fastidio).
Fun fact: la copertina non c’entra nulla con la storia. Ma nulla, eh.

Copertina di Aldo Di Gennaro

Copertina di Aldo Di Gennaro

Le Storie 29, “La Battaglia di Marengo”
(Pasquale Ruju – Franco Saudelli)

Le Storie è una collana di “liberi”: ogni albo è completamente indipendente dagli altri per personaggi, ambientazione, autori (unica eccezione per ora il miniciclo di due storie di samurai di Recchioni e Accardi, che diventerà una serie a sé stante) (olè!). Questo mese tocca a Ruju (uno dei più, ehm, controversi autori di Dylan Dog del decennio scorso) scrivere a Saudelli una storia che rimbalza tra passato napoleonico e presente, raccontando un evento delle guerre napoleoniche con toni da romanzo d’appendice. La storia non è un capolavoro indimenticabile ma si legge bene e il disegno acquarellato delle parti ambientate nel passato funziona.

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Stranamente Saudelli non disegna neanche un piede femminile in primo piano. La copertina sintetizza i temi della storia facendo temere un pasticcione a base di viaggi temporali, ma così non è.

Copertina di Paolo Eleuteri Serpieri

Copertina di Paolo Eleuteri Serpieri

Tex Romanzi d’Autore 1, “L’eroe e la leggenda”
(Paolo Eleuteri Serpieri)

La storia fuori collana e fuori formato (un cartonato alla francese di 48 pagine) di Serpieri sta facendo schiumare di rabbia i fan duri e puri di Tex. In parte è facile capirli: si trovano davanti a un Tex che non assomiglia a Tex, una cornice con Kit Carson in ospizio, un primo incontro tra Tex e Carson che non corrisponde a quello raccontato da Gian Luigi Bonelli, che forse addirittura compare nell’epilogo adulto nel 1913, quando invece aveva 5 anni. Del resto, le pagine introduttive mettono le mani avanti un paio di migliaia di volte, avvertendo che è una storia particolare, che comunque è Tex ma forse no…

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Long story short: trattasi di storia immaginaria in un cui un anziano pistolero racconta, mescolando fatti e leggenda, un’avventura vissuta insieme a un pistolero più giovane sessant’anni prima, a qualcuno che, simbolicamente, da questo creerà il Tex che conosciamo noi. Il tutto è un po’ confuso, ma altrettanto lo è chi si appella a una “continuity” per un personaggio che ormai ha vissuto avventure sufficienti a riempire sei o sette vite.
Al di là dei problemi meta-testuali, com’è questa storia? Interessante. Serpieri è più un grande disegnatore che uno straordinario sceneggiatore e le splendide tavole pittoriche affogate in balloon lunghissimi, così lontani dal più asciutto stile degli autori di Tex, sono lì a ricordarcelo.
Un esperimento interessante, un volume che sta bene in libreria. Dal prossimo anno, pare di capire, si rientra nei ranghi: sempre grande formato, sempre colore, firma prestigiosa ai disegni ma sceneggiatura di autore della redazione.

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Copertina di Enea Riboldi

Dampyr 179, “L’ospedale stregato”
(Samuel Marolla, Diego Cajelli – Alessio Fortunato)

All’inizio degli anni 2000 scrivevo su una mailing list che si chiamava Ayaaaak (che oggi è di fatto defunta, anche se potete ritrovare alcuni dei suoi protagonisti qua) e mi lamentavo che ci voleva più continuity nelle serie Bonelli. Poi Dampyr ha tirato fuori una continuity gigantesca e ho scoperto di fare un sacco fatica a starci dietro. E’ finita che ho lasciato la serie al numero 100, per fare cifra tonda, e ho continuato a prendere solo i numeri scritti o disegnati da autori che mi interessano, tra cui Diego Cajelli. Qui Cajelli firma solo la sceneggiatura del soggetto di Marolla, una storia prettamente horror che riprende l’ambientazione, sempre affascinante, dell’ospedale infestato. I disegni di Fortunato rendono bene l’atmosfera e il tutto funziona bene. Senza grandi picchi, ma funziona.

Copertina di Angelo Stano

Copertina di Angelo Stano

Dylan Dog 342, “Il cuore degli uomini”
(Roberto Recchioni – Luigi Dall’Agnol)

Il rinnovamento dylandoghiano affidato a Roberto Recchioni è stato per oltre un anno una lunghissima rincorsa verso un traguardo che ancora non si vede benissimo. Da quando è iniziato ufficialmente il nuovo corso abbiamo visto introdurre nuovi personaggi e Bloch lasciare Londra per godersi la pensione in provincia; la serie sta rassettando la sala e disponendo il necessario per una nuova festa, per così dire. Non fa eccezione questo numero che si propone di spiegare l’esatta natura del priapis… ehm, del perenne stato di innamoramento di Dylan Dog.
Non è la prima volta che il farfallonismo di Dylan viene usato come motore di una storia e non è la prima volta che l’indagatore dell’incubo viene messo di fronte alle conseguenze dei cuori che spezza. Oltre alla moscetta “La donna che uccide il passato” (in cui il passato erano un tot di ex di Dylan che passavano a miglior vita per cause non naturali), ricordo una storia della Barbato in cui accusato di essere una sorta di distruttore seriale di vite altrui Dylan risponde “ma io le amavo tutte” e viene ridicolizzato dal suo accusatore e dalla sua autrice. Recchioni affronta l’argomento in un’amena storia dalle vaghe sfumature torture porn e giunge a conclusioni più miti e rassicuranti. La storia funziona bene e alterna, come una volta, realtà e sogno, amore e odio, vita e morte. Sul fronte della trama “orizzontale” (cioè il filo rosso che dovrebbe tenere insieme le storie di questo primo anno di nuovo corso), si scopre qualcosa di più (anzi, di meno), su Groucho, che qui compare nella sua non consuetissima veste di amico preoccupato e serio.

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Ai disegni, Dall’Agnol si produce in un osticissimo esercizio di sintesi, con un tratto marcatissimo che riduce i personaggi a poche linee, però di straordinaria espressività. Non piacerà a tutti, anzi è più probabile che non piaccia quasi a nessuno, ma la storia non avrebbe avuto la stessa efficacia, con un disegno più morbido. Come Dall’Agnol sia arrivato a questo dai suoi esordi in stile Manara / Moebius è un mezzo mistero, ma tutto sommato sono contento che l’abbia fatto.

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