Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

ringo6

Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ
Scusate, un momento di debolezza. Il fatto è questo: siamo a metà della serie/stagione e, dopo un ottimo primo numero, tutto quello che abbiamo visto, ripetutamente, è che
a. Ringo non vuole saperne di fare il padre e ne ha pure per le palle di dover fare da balia a questi tre;
b. Nuè è quello irruento e Seba quello più riflessivo (essendo in una serie di Recchioni, fossi in Seba inizierei a preoccuparmi tantissimo);
c. entrambi sono attratti da Rosa e Rosa è attratta da entrambi;
d. l’Italia è comunque un posto pericoloso;
e. ambientare le storie in diverse città italiane probabilmente è un’ottima idea per titillare la curiosità dei giornali locali;
f. le didascalie in Times New Roman non si possono vedere.
Cambierà qualcosa nella seconda metà della stagione? Il prossimo numero, ambientato a Bologna, è di Luca Vanzella e Luca Genovese (dei quali spero abbiate letto i due volumi di Beta). Speriamo bene.

"MI SEMBRA DI ESSERE FINITO NELLA TERZA STAGIONE DI JOHN DOE! BIOPARCOOOOOOOO!"

“MI SEMBRA DI ESSERE FINITO NELLA TERZA STAGIONE DI JOHN DOE! BIOPARCOOOOOOOO!”


 

Copertina di Aldo Di Gennaro

Copertina di Aldo Di Gennaro

Le Storie 30, “I due Re”
(Paola Barbato – Giulio Giordano)

Paola Barbato è un’autrice di cui compro più o meno qualsiasi cosa a scatola chiusa. Anni e anni fa fu per le sue storie che tornai a leggere Dylan Dog e non fui certo l’unico, in quel periodo (a una Lucca più o meno tutti quelli che mi precedevano nella fila delle dediche le ripetevano la stessa cosa). Per fortuna o purtroppo, però, è umana anche lei e non sempre tutte le storie che scrive sono perfette; ad esempio questa, che a dire il vero è un peggio che non perfetta. Parecchio peggio. “I due re” è ambientata durante la repressione della Primavera di Praga eppure potrebbe essere ambientata più o meno ovunque ci sia stata una città in preda a una situazione di caos. Magari negli anni ’80, perché alla fine sembra di trovarsi in un action movie per la televisione di quelli che una volta Italia Uno trasmetteva il sabato sera.
Non so. Forse è un esperimento narrativo: tentare uno scollamento tra un’ambientazione e le atmosfere che ci si aspetta da quelle atmosfere. Però per me non ha funzionato.
La cosa positiva dell’albo sono, in parte, i disegni: sporchi e nervosi, abbastanza lontani da quello che ci si aspetta da un albo Bonelli.


NathanVsLegs

Copertina di Patrizia Mandanici

 

Le grandi storie di Nathan Never 2: “Nathan contro Legs”
(Giovanni Eccher – Patrizia Mandanici)

La collana “le grandi storie” ha in pratica preso il posto dei vecchi Giganti, i “nathanneveroni”, albi di grande formato discendenti dal primo, storico, “Texone” disegnato da Buzzelli. Un tempo venivano pubblicati per Dylan Dog, Nathan Never, Martin Mystère, Zagor e Tex, ora è rimasto solo il capostipite a godere del formato gigante. A Nathan Never sono toccati in sostituzione questi albi di formato classico ma foliazione maggiore e copertina con alette, che tentano di dare un senso al loro essere “speciali” pubblicando storie che in qualche modo tocchino temi inediti. La prima uscita, dell’anno scorso, presentava Nathan Never sfigurato e costretto a portare una maschera che finiva per alterarne la personalità; quest’anno ci si gioca la carta dello scontro fratricida.
Doverosa premessa: ho letto Nathan Never regolarmente fino circa al numero 70 (e l’ho amato tantissimo per i primi 40 numeri o giù di lì). Considerato che siamo al numero 286 della serie regolare, a cui si aggiunge una mole piuttosto importante di testate collaterali, la mia conoscenza dell’universo neveriano, anche se ogni tanto compro qualche numero speciale o celebrativo, è ormai prossima allo zero.
Di conseguenza, non sono riuscito ad appassionarmi davvero a questa storia in cui i primi due Agenti Alfa si trovano divisi da uno scontro ideologico, che diventa presto fisico, che li costringe a scegliere tra la morte di un’altra agente e quella di un sacco di persone. Il problema principale della storia (oltre al fatto che a quanto ho capito l’antagonista principale della serie è un robot con un teschio fiammeggiante e ali da angelo che comanda una città di robot ed è figlio di Sigmund) (don’t ask) è che è difficile riuscire ad accettare che si stia facendo sul serio. Fin dall’inizio si intuisce che nessuno si farà davvero del male e in qualche modo Nathan troverà una soluzione per salvare capra e cavoli (e la sua amicizia con Legs).Nathangrandistorie2_1Quindi alla fine, quello che resta è una sequenze di scene d’azione senza infamia né lode, interpretate da un cast di personaggi un po’ stereotipato. Persino Nathan Never resta un po’ sullo sfondo, quasi che questa fosse in realtà una storia della serie di Legs (al cui tono per certi versi si avvicina abbastanza). I disegni di Patrizia Mandanici sono puliti e dinamici (l’interno è molto meglio della copertina), ma forse anche loro concorrono a quell’idea di “innocuità” che la storia trasmette.
Insomma, una storia media che non riesca a essere davvero l’evento che prometteva.
(Chiedo ai neveriani in ascolto: tra l’altro non era già successo nella serie, dopo che Legs venne allontanata dall’Agenzia Alfa per farla “traslocare” nella sua serie, che lei e Nathan si trovassero su fronti opposti? O ricordo male io?)


Copertina di Bruno Brindisi

Copertina di Bruno Brindisi

Dylan Dog Magazine 2015: “Nuovo Cinema Wickedford” e “Il Saldo”
(Davide Barzi – Bruno Brindisi / Giovanni Gualdoni – Fabrizio De Tommaso)

Nel nuovo corso dylandoghiano, l’Almanacco dell’Orrore è destinato a ospitare le storie che si svolgono a Wickedford, la cittadina inglese dove Bloch si è ritirato a trascorrere la tanto agognata pensione. Solo che, nel frattempo, la casa editrice ha rivisto il formato degli Almanacchi, che sono diventati Magazine. Nati nel lontano 1987 con l’Almanacco del Mistero, gli almanacchi prevedevano una panoramica sulla produzione letteraria e cinematografica del genere di riferimento per l’anno precedente, una storia del personaggio titolare e uno o più servizi tematici. Il primo Almanacco della Paura, dedicato all’orrore e a Dylan Dog uscì nel 1991; nel 1994 l’intera collana cambiò grafica e carta, un passaggio che non ho mai amato. Sono quindi parecchio contento che il Magazine sia tornato a usare una carta uso mano (come quella su cui vengono stampati gli albi regolari o i libri) invece che una patinata. Ed è anche una strizzata d’occhio al primo titolo la collana la presenza di ben storie, una più lunga e una breve.
La prima, di Barzi e Brindisi è ovviamente il pezzo forte: un horror con tinte da commedia che ripesca un tema tanto caro alla serie (chi sono i veri mostri? La risposta la sapete) ma lo modula su una sceneggiatura frizzante. Come immaginavo, Barzi è stato a chiamato a occuparsi di queste storie per il suo lavoro sui fumetti di Don Camillo e Peppone: infatti quello che funziona meglio nella storia è l’alchimia tra Dylan e Bloch, supportata dai disegni di Brindisi, che è forse il disegnatore della serie più a suo agio con l’espressività di Dylan (peccato solo che le copertine non siano proprio il suo forte). La trama horror mostra un po’ di splatter, è sanamente improbabile e va benissimo così.

Non mi sono ancora abituato alla mezzatinta sugli albi Bonelli, assolutamente tabù per un sacco di tempo

Non mi sono ancora abituato alla mezzatinta sugli albi Bonelli, assolutamente tabù per un sacco di tempo

“Il saldo” è stata molto lodata, per il soggetto e per i disegni, ravvivati dalla scelta di usare non solo il nero ma anche il rosso (nella camicia di Dylan, ma il fatto che Dylan sia “in rosso” ha un senso nella storia). Il lavoro di De Tommaseo è in effetti per me la cosa migliore della storia, che altrimenti cade in un dylandoghismo fiabesco e improbabile con cui faccio onestamente molta (molta) fatica. Va bene tutto ma (SPOILER) il bancomat di buon cuore NO.

red

 

Comunque, nel complesso, una buona pubblicazione: l’idea di dare un tema ricorrente alla storia del Magazine (già visto per esempio negli Almanacchi di Martin Mystère con il Docteur Mystère e in quelli di Julia con le avventure di lei da giovane) evita un po’ quella spiacevole sensazione che lì ci finissero gli scarti della serie regolare.


Copertina di Corrado Mastantuono

Copertina di Corrado Mastantuono

Coney Island 1: “La pupa e lo sbirro”
(Gianfranco Manfredi – Giuseppe Barbati, Bruno Ramella)

Dopo gli Almanacchi, anche i Romanzi a fumetti cambiano faccia: non più “balenotteri” da 300 pagine ma tre albi mensili da 96 pagine ciascuno, di fatto una miniserie. La prima storia a subire lo spezzettamento (a dire il vero parecchio brutale: il taglio alla fine dell’albo è netto e improvviso) è questo noir newyorchese scritto da Gianfranco Manfredi, ultima storia disegnata da Giuseppe Barbati prima di morire. Ambientato negli anni ’20, si presenta come un classico che più classico non si può: c’è il poliziotto stropicciato dalla vita, la bella ragazza venuta dalla campagna che si è messa nei guai, uno spericolato pilota circense di cui per ora non si sa molto. E poi gangster. Esce, per ora, dai canoni del genere il personaggio di un illusionista che sembra davvero dotato di doti paranormali e…
È un po’ difficile giudicare quest’albo in quanto tale perché è, come detto, il primo terzo di una storia: succedono delle cose ma non c’è una chiusura vera e propria. Quello che posso dire è che ho voglia di leggere il seguito e che Barbati e Ramella danno vita a un mondo vero e credibile, popolato di gente che recita bene la sua parte.

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Nota di demerito per la grafica di copertina: sembra che qualcuno abbia aperto il file di inDesign senza avere i font scelti dal grafico, che sono così stati trasformati in caratteri i più generici possibili. Peccato, perché il disegno di Mastantuono è molto bello. Nota di merito, invece, per i nomi degli autori in copertina (come in tutti i Romanzi a fumetti)


 

Copertina di Angelo Stano

Copertina di Angelo Stano

Dylan Dog 343: “Nel fumo della battaglia”
(Gigi Simeoni)

Primo albo della fase due del nuovo corso di Dylan Dog che non si porta dietro il fardello di introdurre qualche cambiamento nella serie ma che può finalmente dedicarsi, finalmente, a raccontare una storia, “Nel fumo della battaglia” è anche uno dei rari albi della collana scritti e disegnati da un autore unico (tra i precedenti che mi vengono in mente uno di Ambrosini – di fatto una prova generale per Napoleone –, un altro di Ambrosini – di fatto un numero di Napoleone riadattato a Dylan, ma che inaugurò la fase uno del nuovo corso – e uno, bruttino, di Stano). Simeoni, che sembra destinato a essere uno degli autori di punta del prossimo futuro di Dylan, aveva già fatto molto bene nel campo horror con i Romanzi “Gli occhi e il buio” e “Stria“, ma è da ricordare anche perché due sue storie per Gregory Hunter pubblicate in uno speciale uscito dopo la chiusura della serie mostrarono che cosa sarebbe potuta essere l’incursione nella fantascienza retrò di Antonio Serra se solo ci si fosse creduto un po’ di più (scusate, dopo tanti anni ancora non ho mandato giù la chiusura di Gregory Hunter – incidentalmente la prima serie Bonelli che si dovette confrontare con il giudizio preventivo del web e ne uscì con le ossa rotte) (ma è un altro – lungo – discorso).
Qui imbastisce una storia che rispetta il canovaccio dylandoghiano della giovane donna che si presenta a Dylan perché risolva il suo caso, ma ci infila dentro una dose di smisurato dolore raccontato con grande discrezione: la perdita di un figlio, ancora bambino, suicida. Funziona tutto molto bene: il fantastico e il reale sono gestiti con attenzione, Dylan fa quello che ci si aspetterebbe da Dylan e i mostri fanno ragionevolmente paura. Non mi convince, dal punto di vista del disegno, il volto di Dylan Dog, che Simeoni non sembra ancora avere ben messo a fuoco e rende un po’ troppo anonimo; ma per il resto la resa grafica dell’albo è di prim’ordine e all’altezza tra l’altro della spettacolare copertina che usa un inchiostro lucido e uno opaco per fare emergere dal nero il volto.
Comunque, finalmente un numero pienamente convincente in sé e non in relazione alle novità che introduce: la serie non è uscita (per ora?) stravolta dai cambiamenti portati da Recchioni, ma semplicemente fa meglio le cose che dovrebbe fare, gira tutto più pulito.
Speriamo continui così.

In realtà questa è la storia in cui diciamo addio allo storico televisore di Craven Road, uno scempio che evidentemente Sclavi permette perché non gliene frega più niente e pensa solo ai soldi!!1!!1!

In realtà questa è la storia in cui diciamo addio allo storico televisore di Craven Road, uno scempio che evidentemente Sclavi permette perché non gliene frega più niente e pensa solo ai soldi!!1!!1!


BONUS TRACK

Copertina (variant) di Paolo Mottura per Topolino 3094

Copertina (variant) di Paolo Mottura per Topolino 3094 (after Claudio Villa)

È uscita sul numero 3094 di Topolino “L’alba dei topi invadenti”, parodia del primo numero di Dylan Dog scritta da Tito Faraci (da uno spunto di Roberto Recchioni) e disegnata da Paolo Mottura. Topolino veste i panni di Dylan Top, Pippo quelli di Groucho e Minni è Sybil. Macchianera nei panni di Xabaras conclude il cast. La storia è una piacevole rilettura in chiave soft di quella di Sclavi (che riletta oggi continua a essere un esempio di fumetto straordinario), di cui riprende i momenti salienti e rilegge parecchie vignette.
A malincuore, nonostante Dylan condivida le iniziali con Paperino, devo ammettere che Faraci ha ragione e che il Topo è perfetto per interpretare l’indagatore dell’incubo. Purtroppo, niente bomba nella custodia del clarinetto, però.
Divertenti le gag metafumettistiche, che richiamano appunto la grande lezione di sceneggiatura che è l’albo originale.
Non indispensabile, ma spero non ve lo siate perso.

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