Omarsharif ibn Guglielmo – una satira

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L’unico film con Omar Sharif che abbia mai visto è Top Secret!, che come tutti sanno è il più bel film del mondo.
Qualche anno fa, però, all’epoca delle “vignette su maometto” dopo che in una discussione qualcuno mi scrisse “voglio capire tu come faresti della satira sull’Islam” scrissi una roba che aveva il nome dell’attore nel titolo. Non è propriamente satira sull’Islam, o almeno non solo sull’Islam.
Mi è ovviamente tornato in mente e sono andato a ripescarlo. Non sono sicurissimo della mia vena comica, ma mi sembra passabile. Eccolo qui sotto in tutto il suo splendore:

OMARSHARIF IBN GUGLIELMO

Quella mattina, il signor Anselmo Bartoletti, pensionato ottantenne, venne cacciato di casa presto dalla moglie, la signora Luisa Ceccarelli in Bartoletti, sua coetanea, che doveva fare le pulizie di primavera.
«Non tornare prima di mezzogiorno», gli aveva intimato mentre scendeva le scale.
Anselmo aveva guardato l’ora. Erano le otto e mezza.
Sospirando, si era diretto verso l’edicola, aveva comprato il giornale e poi era andato al parco a leggerlo. Dopo mezz’ora si era già stufato, ma le lancette gli dicevano che non erano nemmeno le nove e un quarto. Che fare? Dove andare?
Poi il suo occhio cadde su di una piccola notizia della pagina della città.
“Si inaugura oggi la Festa delle Religioni”, diceva il giornale. E spiegava che in Fiera ci sarebbero stati gli esponenti di diverse religioni che sarebbero stati a disposizione del pubblico per spiegare il loro credo, le loro idee e la loro storia. “Un’occasione di incontro per capirsi meglio”, spiegavano gli organizzatori.
Da lì alla Fiera, calcolò Anselmo, ci volevano venti minuti di bus. Avrebbe potuto spendere un bel po’ di tempo ad andare fin là. E poi avrebbe gironzolato tra gli stand, facendo due chiacchiere con chi lavorava lì. E poi era sempre meglio che andare a vedere gli scavi dei tubi del gas con Galleani e Purselli, come faceva di solito la mattina. Tornò all’edicola, comprò due biglietti e si mise ad aspettare il 54. Poi affrontò i tre gradini del bus, roba da far venire paura anche a uno che aveva il militare negli alpini. Per timbrare il biglietto dovette far scansare un giovanotto che se ne stava appoggiato alla macchinetta obliteratrice. E poi rimase in piedi, troppo orgoglioso per chiedere a qualcuno di cedergli il posto. Dopo venti minuti di accelerazioni assassine, svolte brusche, frenate improvvise e ripartenze da Formula Uno il 54 scaricò i suoi passeggeri davanti ai brutti palazzoni della Fiera, un incubo fascista di cemento armato e vetro che metteva angoscia solo a nominarlo. Erano trent’anni che si pensava di buttarlo giù per rifarlo nuovo, ma nessuno aveva mai presentato un progetto che non fosse ancora più allucinante di quello.
Già provato dal viaggio, il signor Anselmo avanzò a piccoli passi verso la biglietteria, superato a destra e manca da trentenni che avevano fatto tutto il tragitto seduti, guardandolo quasi con schifo.
Pagò otto euro alla cassiera per entrare. Nessuno sconto, di nessun tipo. Conoscersi meglio, pensò, è un’attività piuttosto costosa.


Alla manifestazione, realizzata in evidente economia, era stato assegnato uno stanzone spoglio dal soffitto altissimo, costellato da decine di piccoli banchetti, spesso niente di più di un tavolino con appoggiata su una tovaglia colorata e con un cartello di fianco che spiegava di che si trattasse. Persino la Chiesa Cattolica, rappresentata dalla parrocchia di San Guglielmino della Rotula Infranta, non brillava per la magnificenza della sua postazione. A fianco del tavolo C’era una brutta replica in plastica della statua del santo, raffigurato come da tradizione nel gesto di stringersi il ginocchio frantumato, si raccontava, da una cornata del Diavolo in persona. Un paio di boy scout in pantaloncini corti, nonostante avessero almeno trent’anni ciascuno, stavano lì attorno distribuendo volantini. Appoggiata al muro c’era il loro strumento caratteristico: la chitarra classica con le corde di metallo. La tensione del corpo dello strumento, progettato per montare corde di nylon e non di acciaio, era tale che sembrava che da un istante all’altro si sarebbe ripiegata su se stessa con un CRACK! assordante, lanciando schegge di legno qua e là come micidiali shrapnel.
Ma i cattolici erano solo una goccia nel mare. C’erano protestanti di tutte le confessioni, persino quelle che Anselmo credeva essere state sterminate secoli prima, come gli anabattisti o i valdesi. C’erano persino gli anglicani, rappresentanti di una chiesa nata per capriccio di un re al quale la chiesa cattolica impediva di divorziare. E poi c’erano gli Avventisti del Settimo Giorno, con quel nome meraviglioso che evocava scenari biblici e che tanto piaceva ad Anselmo. Per non parlare di quei due amish con le loro barbe lunghe e i vestiti da far west. Erano gli unici che non avevano nulla che funzionasse a elettricità sul loro tavolo. Anselmo si chiese come fossero giunti fin lì dagli Stati Uniti. Vicino a loro, una coppia di giovani mormoni, con la cravatta ben annodata sulla camicia bianca e i pantaloni eleganti. Sorridevano a chiunque, mostrando i loro denti yankee ipervitaminizzati e le loro facce pulite da bravi ragazzi, ma ad Anselmo un po’ facevano paura.
I testimoni di Geova invece non sorridevano. Erano serissimi, pronti a spiegare al mondo che il momento della fine si stava avvicinando e che bisognava convertirsi, al più presto, prima che Gruumshelkan, il terribile demone mastino dalle otto facce da pappagallo si saziasse con le anime purulente dei peccatori, gettando gli ossi a Grabelmonk, il demone dal lungo pennacchio fiammeggiante che solletica gli adulteri fino a farli rovesciare come guanti per il gran ridere.
Poi c’erano gli ebrei, con i loro lunghi riccioli sotto ai cappelli neri. Offrivano dolcetti kosher e cercavano di convincere i passanti del fatto che era innegabile che la terra degli avi di gente che aveva vissuto per secoli in Russia fosse la Palestina. Ma avevano anche un cartellone che mostrava come, in molti campi della scienza e dell’intrattenimento, gli ebrei avessero molte più possibilità dei gentili di sfondare e avere successo. Nonché una simpatica videocassetta dal titolo “Via il cappuccio!”, sul cui contenuto Anselmo preferì non indagare.
Stufo del monoteismo, il signor Anselmo si perse tra gli stand della religioni minori. Dai buddisti quasi vomitò per il lezzo di incenso bruciato, mentre pensava che l’idea di una reincarnazione dopo la morte era terribile quasi quanto quella di mettersi di nuovo a lavorare dopo la pensione.
Andò un po’ meglio con gli animisti, che gli dicevano cose che lui già sapeva: tutto ha un’anima. Certo, altrimenti perché la televisione si guasta dieci minuti prima della finale di coppa e lo scaldabagno proprio nel bel mezzo dell’inverno? Tutto ha un’anima, ma gli oggetti di cui hai più bisogno di solito ce l’hanno nera. Devono essere i peccatori dei buddisti che si reincarnano.
Di fronte alle religioni sciamaniche quasi scoppiò a ridere. Cercare il suo animale guida? Perché avrebbe dovuto? Mica era cieco. Certo, aveva bisogno degli occhiali per leggere, ma da lì all’animale guida ce ne voleva…
Lasciò perdere quelli con il serpente intorno al collo e anche i neopagani. Per non parlare dei satanisti. Ai tempi del signor Anselmo se una ragazza veniva con te in un bosco di notte non c’era bisogno di inventarsi le menate del diavolo per farla spogliare. E poi a lui il nero non era mai piaciuto.
Guardò l’ora. Erano le undici e venti, quasi ora di andare. Però gli mancava qualcosa: non aveva ancora visto gli islamici. Si faceva un gran parlare di questo islam negli ultimi tempi e voleva saperne qualcosa. Magari era gente interessante. Chiese indicazioni a un altro visitatore, che gli indicò un piccolo tavolo, senza insegne, al quale era seduto un giovane con la barba, vestito con un elegante abito grigio. Si avvicinò.
«Buongiorno», disse.
«La benedizione del Profeta sia con lei», rispose il giovane in perfetto italiano, con un sorriso che metteva in mostra una fila di denti bianchissimi. «Desidera qualcosa?»
Anselmo chiese che gli parlasse della sua religione. E sentì un mucchio di cose interessanti. Gli piaceva il fatto che anche questi islamici avessero una buona impressione di Cristo. E gli piaceva quell’idea del viaggio alla Mecca, con tutte quelle cose da fare. Doveva essere più interessante della gita alla Madonna di Loreto e forse non c’era nemmeno nessuno che cercava di venderti pentole sul pullman. Per non parlare del digiuno rituale solo durante il giorno mentre la sera si poteva mangiare quello che si voleva quanto si voleva. Potevano avere più mogli.
Ma c’era una domanda che, vista l’età, premeva al signor Anselmo: «E il vostro piano di trattamento per l’aldilà quale sarebbe?»
Il giovane sorrise come un assicuratore: «Abbiamo un paradiso piuttosto confortevole. Fiumi di latte e miele e settantadue uri a disposizione di ogni buon credente. Niente a che vedere con la sala televisione dei cristiani, se capisce cosa intendo».
Anselmo in parte capiva. Neanche lui aveva mai amato l’idea che il paradiso fosse una specie di cinema dove tutti se ne stavano zitti e buoni a fissare l’Altissimo per l’eternità. E se poi l’Altissimo non gli fosse piaciuto? E se si fosse rivelato essere Pippo Baudo? Dopotutto Anselmo era piuttosto sicuro di andarci, in paradiso. Si era sempre comportato bene, non mangiava carne il venerdì, rispettava la moglie, andava a messa, si confessava e tutto il resto. Il latte e il miele lo solleticavano, invece. Almeno il mal di gola non sarebbe stato un grosso problema. Restava un particolare da chiarire:
«E cosa sarebbero queste uri?»
«Giovani fanciulle. Vergini. Perennemente vergini. Tutte per lei».
Il cuore del signor Anselmo perse un colpo. Il sorriso del giovane gli vorticò negli occhi. Le parole “giovani vergini” presero a ronzare nelle sue orecchie. Una parte del suo corpo che credeva ormai a riposo ebbe un lieve sussulto.
Si sentì chiedere: «E cosa devo fare, per diventare dei vostri?»
«Adesso le spiego», sussurrò mellifluo il giovane mentre gli versava un bicchiere di tè alla menta.

Mezz’ora più tardi, il signor Anselmo era diventato musulmano. E non si chiamava più nemmeno Anselmo. Aveva sottoscritto un’offerta speciale per i convertiti da altre religioni, che comprendeva una circoncisione gratis in day hospital, il 25% di sconto nelle macellerie halal e agevolazioni per la prenotazione del pellegrinaggio alla Mecca. In più, gli avevano regalato una copia del Corano a fumetti e un abbonamento gratis al servizio di consigli telefonici di un noto imam locale. Tuttavia, l’offerta non comprendeva la portabilità del nome di battesimo, quindi aveva dovuto scegliere un nome adatto alla sua nuova confessione. Così su due piedi aveva dato sfogo al sogno di una vita ed era diventato Omarsharif, come il suo attore preferito. Poi aveva dovuto aggiungere il patronimico, cioè il nome di suo padre. Il risultato finale era che Anselmo Bartoletti, di Guglielmo, ora si chiamava Omarsharif ibn Guglielmo.
Sulla via del ritorno rifletté su altri particolari della sua scelta: non avrebbe potuto più mangiare carne di maiale e bere vino, ma in realtà non era un grosso problema perché entrambi gli erano stati proibiti anni prima dal medico curante e ne aveva quasi dimenticato il sapore. Poi c’era quella proposta che gli aveva fatto il giovane, prima di andarsene: «Sa, c’è il rischio che Allah non ammetta nel suo paradiso chi si è convertito in età così avanzata… ma c’è una scorciatoia che le permetterà di avere un posto assicurato, e le sue settantadue uri, mi ascolti…».
Anselmo aveva ascoltato in silenzio. Molto in silenzio. E aveva promesso che ci avrebbe pensato su almeno un pochino. Che magari ne avrebbe parlato con la moglie, prima. Il giovane aveva detto che non c’era fretta, e gli aveva dato un biglietto da visita. «Mi chiami quando avrà deciso», aveva detto.

«Da oggi mi chiamo Omarsharif ibn Guglielmo», aveva detto entrando in casa. «E sono musulmano».
La signora Luisa lo aveva guardato come se fosse diventato matto, poi aveva continuato a controllare la cottura della pasta. «Certo Anselmo», gli aveva detto. «E io sono Soraya. Dai, togliti il cappotto e mettiti a tavola che tra poco è pronto».
Ma Omarsharif non voleva essere preso in giro dalla moglie. E così gli raccontò della sua giornata in fiera, del suo incontro, della sua conversione all’Islam. Omise solo la parte sulle vergini, che la signora Luisa non avrebbe digerito affatto. Ma anche così, la donna fece quello che le sembrava più logico: mise degli abiti in una valigia, prese su i suoi ori e nel giro di dieci minuti fu per le scale. Sarebbe andata dall’Adelina. Anselmo poteva andarsene al diavolo. Quello degli arabi se ce l’avevano, sennò andava bene anche quello loro. Del resto era questione di tempo, prima che impazzisse del tutto. Poteva avere più mogli adesso, no? Beh, che se ne trovasse delle altre. Luisa Ceccarelli, ormai non più in Bartoletti, a fare l’odalisca nell’harem proprio non ci stava.
Il rumore della porta che sbatteva fu definitivo, per il neobattezzato Omarsharif ibn Guglielmo. Era il sigillo definitivo sulla bara di Anselmo Bartoletti.
Aprì il portafoglio e prese il biglietto da visita del giovane. Compose il numero del cellulare e rimase in attesa.
La voce rispose al terzo squillo.
«Sono Omarsharif», disse. «Accetto».
«Bene», disse la voce. «Molto bene. Ora stia tranquillo. Ci faremo sentire noi. Le forniremo tutto. Lei farà uno sfolgorante ingresso in paradiso, glielo assicuro. Le uri faranno a gara per averla».
Poi il giovane chiuse la conversazione. Aveva già smontato il banchetto ed era fuori dalla Fiera. Gli era andata bene. Se qualcuno avesse fatto troppo domande avrebbe scoperto in fretta che non era lui che doveva occupare quello stand. I legittimi assegnatari avevano avuto un contrattempo e non erano potuti presentarsi. La polizia aveva trovato diversi chili di esplosivo nella loro macchina e li aveva arrestati per la strada.
Compose un numero sul telefonino.
«Il gallo è nel pollaio», disse quando dall’altra parte gli risposero. «Passa alla seconda fase». La seconda fase consisteva nell’acquistare azioni dell’impresa appaltatrice della manutenzione e delle infrastrutture della metropolitana.

Omarsharif ibn Guglielmo saltò in aria nella metropolitana meno di un mese dopo. Contrariamente a quanto si aspettava, non provò alcun dolore. Un attimo prima era vivo e respirava in un vagone affollato e un attimo dopo stava immerso in un cielo vuoto, costellato di nuvole. Sembrava la pubblicità di una marca di caffè che lo divertiva tanto.
Si guardò intorno. Era tutto così silenzioso.
Poi il silenzio venne infranto. E davanti a lui comparve un uomo. Arrabbiato. Molto arrabbiato.
«Dannato suicida», lo apostrofò. «Preparati a scontare per l’eternità la pena del tuo gesto scellerato! Brucerai nei 121 pozzi di catrame delle piane di Belgahr e le tue carni saranno straziate dai Guglar alati di Merziban!».
E così dicendo aprì una porta in mezzo al nulla.
Omarsharif rimase interdetto. Suicida? Punizione? Pozzi di catrame?
«Un momento, giovanotto! Non è questo quello per cui ho firmato io, sa?»
L’uomo, che aveva l’aspetto di un giudice, lo guardò perplesso: «Come osi rivolgerti a me? E come puoi pensare che il tuo gesto non possa non essere punito in questo modo?».
Da una tasca del suo abito, Omarsharif estrasse una copia del contratto che aveva firmato quando si era convertito.
«Legga qua», disse. «C’è tutto scritto. Nero su bianco. Firmato e controfirmato».
L’uomo gli strappò di mano il foglio e lo scorse rapidamente. La sua espressione mutò. Una smorfia gli si dipinse sul volto. «Oh no, un altro» disse. «Aspetti un secondo». Nella sua mano destra si materializzò un telefono. Compose un numero.
«Capo?», disse nell’apparecchio. «Un 21 bis. Sì, un altro. Eh, lo so. Va bene, aspetto».
Il telefono scomparve come era apparso.
«Allora?», chiese Omarsharif.
«Un momento solo, ho chiamato il superiore. Sarà qui a momenti. Intanto le spiace pensare al volto dell’uomo che le ha fatto firmare questo foglio?».
«Come?».
«Cerchi di ricordarsi il suo volto, per favore».
Omarsharif lo fece. I lineamenti dell’uomo si materializzarono nell’aria tra lui e il suo giudice.
«Oh», fece. «È proprio lui».
«Come immaginavo», disse l’altro, consultando un’agendina. «Servizi segreti. Non sappiamo più dove metterli questi qua. Ne abbiamo piene intere regioni. Figli di…»
«Ehi, niente parolacce qua!».
A parlare era stato un terzo uomo, comparso all’improvviso sulla scena. Era alto, con i capelli lunghi e lunghi baffi che continuavano seguendo il profilo della mascella. Sulla guancia sinistra aveva due grosse bugne, come se delle ciliegie stessero crescendo sotto la pelle. Indossava dei jeans stretti, una t-shirt nera e degli stivali da cowboy. Nella mano destra teneva una bottiglia piena di un liquore marroncino e il suo alito puzzava di whisky da lontano un miglio.
«Mi perdoni, Signore», disse il giudice, chinando il capo.
«Quello è dio?», gli chiese sottovoce Omarsharif. «Quel pendaglio da forca alcolizzato è dio?»
«Dio è un’entità metafisica priva di forma… quella che lei vede è la sua rappresentazione, come è immaginata dalla stragrande maggioranza delle persone della sua area geografica di origine. “Lemmy”, pare si chiami. Piuttosto sgradevole, in effetti», rispose l’uomo.
«Allora, è questo il truffato?»
«Sì, sono io. E pretendo che mi venga dato quello per cui ho firmato. Ora».
Dio-Lemmy lo guardò. Il vecchio era combattivo, non c’erano dubbi.
«Un sorso?», gli chiese.
Omarsharif guardò schifato la bottiglia: «Non bevo alcool! Tu vuoi così! L’hai detto al tuo profeta!».
«Ah, sì, tu fai parte di quelli là adesso, giusto… quelli che mi venerano in quel modo. Okay, niente alcool, allora. Sigaretta?».
«No, grazie. Sono qui per avere quello che mi spetta, non per perdere tempo».
«Corretto. E tu vorresti il paradiso con latte e miele e vergini, giusto?».
«Esatto».
«Già. E sei stato truffato da un convertitore abusivo. Di fatto, la tua conversione non ha valore. E ti spetterebbe l’aldilà della tua religione originaria. Per non parlare delle circostanze della tua morte e della sue conseguenze. Guarda!».
Si aprì come una finestra in mezzo a loro due. E come in uno schermo televisivo, Omarsharif vide la carrozza sventrata dall’esplosivo, i cadaveri, le urla, il sangue, i brandelli di corpi umani… Rimase in silenzio.
«Per non parlare», continuò dio-Lemmy, «degli abbietti motivi della tua conversione… Le vergini e tutta quella roba lì».
«Ma signore, io…».
«Taci! Nessuno ti ha dato la parola! E lasciami continuare. Tuttavia, il fatto che tu sia stato ingannato depone a tuo favore. E anche quello che sei sempre stato un buon credente. Per non parlare poi dello stress in cui hai maturato la tua decisione di farla finita. Quindi, in fondo, la tua richiesta può anche essere accolta, Omarsharif ibn Guglielmo o come accidenti vuoi farti chiamare. Avrai il tuo paradiso e avrai le tue settantadue vergini. E ora sbrigati, prima che cambi idea! Ma ricordati quel vecchio proverbio…»
«Quale?»
«Attento a ciò che desideri!», urlò dio-Lemmy mentre la realtà attorno a Omarsharif si distorceva in un turbinio di colori.

Non si preoccupò di ricordare come finiva il proverbio.
Era nel suo paradiso. Quello che gli avevano promesso. Quello per cui era morto.
Aveva l’aspetto di un giardino, di un bellissimo giardino. Tra le piante esotiche scorrevano due fiumi, uno di latte e uno di acqua freschissima. E ovunque c’erano cesti di frutta e di dolci.
L’aria aveva il profumo inebriante dell’odore di mille fiori sbocciati tutti assieme.
E poi c’erano le ragazze.
Non vedeva tanta carne fresca tutta assieme dall’ultima volta che aveva guardato la finale di Miss Italia con la moglie. La più vecchia non dimostrava più di diciott’anni. I loro seni erano meraviglie che sfidavano le leggi della gravità. Le loro gambe erano lisce e levigate come marmo ma la pelle doveva avere la stessa morbidezza della seta. E i loro occhi… le loro espressioni innocenti e giocose, come se fossero state delle bambine cresciute troppo in fretta, intrappolate in corpi da donna troppo presto.
Omarsharif scoprì di sentirsi più vivo da morto che non nei suoi ultimi anni di esistenza terrena.
Alcune di loro gli si fecero incontro. Erano vestite di pochi veli trasparenti, che nascondevano e mostravano allo stesso modo. Avevano le risate innocenti e tintinnanti della gioventù.
Lo fecero sdraiare su un divanetto in mezzo all’erba e gli tolsero la giacca, le scarpe, le calze. Lui si vergognava di quel corpo vecchio e cadente e voleva fermarle, ma loro non ci facevano caso. Rimase nudo, sdraiato sul divano con un’inattesa erezione granitica esposta all’aria. Non vedeva il suo pene così duro da decenni. Le ragazze non avevano il minimo imbarazzo a stargli accanto.
Lui non sapeva che fare. Aveva il respiro affannoso, non sapeva dove mettere le mani. Doveva parlare? Doveva chiedere qualcosa? O sarebbe bastato prenderne una, e poi un’altra e poi un’altra ancora e soddisfare il proprio piacere fino a che ne avesse avuto le forze? Avrebbe passato l’eternità perduto tra le cosce di queste giovani insegnando loro l’amore? Approfittando di loro ogni volta ne avesse avuta voglia?
Sì. Era questo quello che aveva intenzione di fare.
Allungò una mano verso la ragazza che aveva di fronte, che non mostrava più di diciassette anni e aveva lunghe gambe da gazzella. La afferrò per la vita e la trasse a sé. Lei non oppose resistenza.
La fece sedere accanto a lui e iniziò ad accarezzarle le cosce. Sempre più in alto, sempre più verso l’interno, mentre con il viso premeva contro i suoi seni piccoli e sodi. Sentì i capezzoli sollevarsi eccitati. Sollevò il top leggero che portava la ragazza e le baciò il petto. Poi la sua mano destra risalì fino alla fine delle gambe, fino alla calda umidità di un segreto che ancora nessuno non aveva ancora violato. Lì scoprì che la ragazza non portava biancheria intima. La toccò, scostando il corto pelo morbido che ricopriva il suo pube e la sentì bagnarsi. Allora non capì più nulla.
Ribaltò la ragazza sulla schiena e le salì sopra. Il suo pene premette contro la vagina della ragazza, cercando di farsi strada.
Fu in quel momento che il mondo esplose in un fragore di suoni senza fine. La ragazza urlava. Le altre settantuno ragazze urlavano. Gli uccelli che fino a quel momento avevano cinguettando leggeri e soavi iniziarono a berciare tanto forte da squarciare il cielo.
«Omarsharif!», tuonò una voce.
Lui si tirò su di scatto, paonazzo e congestionato, con il pene che si ritirava per lo spavento, mentre la ragazza sgusciava via da sotto di lui. Il cielo si era veramente squarciato, come se fosse stato il tendone di un circo. Dallo squarcio scendeva un uomo bellissimo, con i lunghi capelli biondi e grandi ali bianchi. In mano stringeva una spada fiammeggiante e anche i suoi occhi sembravano mandare fiamme. Era sua la voce che aveva chiamato il nome di Omarsharif: «Come hai osato! Immonda bestia lussuriosa! Hai osato provare a violare le uri!».
«M-ma io», balbettò Omarsharif vergognandosi per la sua oscena nudità da vecchio, «il contratto diceva che…»
«Il contratto parlava di settantadue vergini. Perennemente vergini! Esse avrebbero allietato la tua vita con il loro canto, la loro gentilezza, la loro dolcezza! Avresti potuto praticare diverse forme di sesso con loro. Ma devono restare perennemente vergini!»
«Ah, ho capito. Mi scusi. Non lo farò più…»
L’angelo esplose in una poderosa risata carica di derisione: «Certo che non lo farai mai più, Omarsharif ibn Guglielmo! Non lo farai più perché trascorrerai il resto dell’eternità nelle miniere di sale di Golconda! E non hai idea di che cosa facciano lì a chi cerca di violare le uri… vedrai che andrai d’accordo con i ragazzi laggiù. Anche a loro piacciono i verginelli!»
E mentre Omarsharif vedeva svanire il suo paradiso e materializzarsi un pozzo senza fondo irto di rocce aguzze e splendente di una bianchezza accecante, attorno al quale si muovevano milioni di anime dannate, si ricordò come finiva quel vecchio proverbio, che sua moglie amava ripetergli spesso: attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.
Poi, la prima frustrata del demone guardiano gli fece capire che non era il caso di perdere tempo.

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