Finlandiamo, Ep. 3: Norwegian Wood

Riassunto delle puntate precedenti: siamo andati in Finlandia, per la precisione a Rovaniemi. La sera prima di arrivare in Norvegia (la nostra destinazione è Capo Nord), scopriamo che la macchina a noleggio non può uscire dalla Finlandia. Per fortuna, un intraprendente finlandese ci mette una pezza.

Varcare la frontiera con la Norvegia non è particolarmente eccitante, in condizioni normali. Schengen è una figata, ma ci ha tolto il brividino delle frontiere. Quando da piccolo andavo in montagna a Bardonecchia con i miei genitori, ricordo l’impressione che mi facevano le guardie francesi alla dogana per entrare in Vallé Étroite. Bisognava fermarsi, tirare fuori i documenti, a volte il tizio in divisa (e armato) guardava dentro la macchina e tu ti ritraevi come fossi stato colpevole di qualcosa. Adesso invece, niente. Persino per prendere l’aereo in Europa tiri fuori la carta di identità meno spesso che per andare allo stadio.
Però le nostre non sono condizioni normali, perché è molto probabile che nel momento in cui usciamo dalla Finlandia stiamo guidando una macchina non assicurata. Quindi ecco che, anche se la frontiera è una linea immaginaria per terra, bandiere che cambiano, cartelli scritti in un’altra lingua e alci disegnate diverse sui cartelli stradali, il brividino lo sentiamo tutto.

L'alce finlandese (questi cartelli vanno letteralmente a ruba e i paesi nordici spendono un sacco di soldi ogni anno per rimpiazzarli)

L’alce finlandese (questi cartelli vanno letteralmente a ruba e i paesi nordici spendono un sacco di soldi ogni anno per rimpiazzarli)

L'alce norvegese

L’alce norvegese.

Non cambia neanche granché il paesaggio: sempre foreste, sempre strada a due sole corsie, che se ti si piazza davanti un camion o un camper è una sofferenza superare perché tra dossi e curve è raro avere una buona visuale della strada.
Questa volta, almeno, non sbaglio le indicazioni stradali e proseguiamo verso la nostra meta, che non è ancora Capo Nord, senza grossi intoppi. Almeno fino a che non deviamo dalla strada principale, e dalla civiltà – relativa – per imboccare la strada che deve condurci al posto dove abbiamo prenotato la stanza per la notte. Siamo stanchi, vagamente nervosi per la storia dell’auto e affamati. Non vediamo l’ora di arrivare e mangiare qualcosa. Perché c’è il bar e un ristorante, lì. C’è scritto sulla stampata di Booking.com. Però la strada sembra non finire mai e inizia a salirci la paranoia che possiamo avere sbagliato qualcosa. Così a un certo punto, quando vediamo alcune case e una ragazzina che attraversa la strada, Lucilla si ferma e io scendo a cercare qualcuno a chiedere informazioni.
E qui inizia il mio momento Norwegian Gothic.
Dove ci siamo fermati ci sono degli incazzosissimi cavalli in un recinto. La ragazza è sparita nel bosco dall’altra parte della strada. Io avanzo verso le case. Tutto chiuso. Ci sono auto parcheggiate ma nelle case non vedo nessuno.
Poi vedo una stalla. La porta è aperta.
“Hello?” dico. Mi affaccio.
Da dentro viene della musica. Country. E muggiti. Ci sono un sacco di mucche, dentro i loro recinti. Vedo una stanza piena di attrezzi, cinghie, finimenti. “Hello?” ripeto. Mi risponde solo la musica. E le mucche.
Per un attimo mi immagino che adesso sbucherà un tizio sporco di sangue con addosso una maschera e io urlerò. E poi ci ucciderà. Ma non succede. Non c’è nessuno.
Esco dall’altra parte della stalla. C’è un campo incolto. E una vasca di letame.
Chiamo ancora. Non risponde nessuno.
Torno alla macchina.
“Non ho trovato nessuno,” dico al Lucilla che in piedi vicino ai cavalli, con in mano il pacchetto di Wasa che, insieme con i marshmellow, costituiscono le nostre scorte di cibo. “Però qui c’è un numero civico, è l’80, noi dobbiamo arrivare al 92, non deve mancare molto”.
“Mmmh,” dice lei e mi porge un cracker in cartongesso (i Wasa sanno di cartongesso, è per questo che sono così buoni e li compro spesso) (sul serio).
“Ma lo mangiano?”
Alza gli occhi cielo, come ogni donna che sta dietro a un grande uomo. “Per te (idiota)”.
Considerato che come ci mettiamo in macchina i cavalli iniziano a menarsi tra loro probabilmente mi avrebbero staccato la mano se avessi provato ad avvicinarmi.

Il nostro cottage.

Il nostro cottage.

Alla fine arriviamo. L’albergo, Gargia Fjellstue, è in realtà un posto che affitta alcuni cottage (di diverse dimensioni) che stanno attorno all’edificio principale che fa da reception, bar, ristorante e sala comune. Il posto è bellissimo: siamo in mezzo al bosco, subito sotto scorre un fiume e sulla strada non passa nessuno.
Solo che arriviamo e passano tipo dieci minuti perché alla reception si presenti qualcuno. La stanza, cioè il cottage, non è ancora pronta, ma almeno ci lasciano mettere lì le nostre cose. Il dramma è quando alla richiesta di mangiare qualcosa ci sentiamo rispondere che loro fanno solo la colazione e la cena e anche se c’è un bar non c’è niente da mangiare. Manco uno snack. L’unica alternativa è rifarsi la strada per cui siamo venuti e andare ad Alta, perché 300 metri dopo la strada finisce e si trasforma nello sterrato che porta al canyon. Sono le 13.30.
La mia idea per passare il pomeriggio fino alle 18.30, ora in cui iniziano a servire la cena, visto che il tempo è incerto, è la seguente:

Sedermi in veranda a leggere, approfittando del tempo uggioso

(foto di Lucilla) (mi sento Gianni Morandi).

Quella di Lucilla è questa:

IMG_9329

Ovviamente, poco dopo siamo parcheggiati all’imbocco dello sterrato, perché con l’incertezza sullo status della macchina l’ultima cosa di cui abbiamo voglia è trovarci un sasso che buca la coppa dell’olio o robe del genere.
Attacchiamo la salita e inizia a piovere. Anche fortino. Torniamo alla macchina, io spero che sia la volta buona che ce ne torniamo a leggere in veranda e invece alla fine decidiamo di riprovarci. Tanto che saranno mai tre chilometri in più?
Inizia una penosa salita durante la quale scopriamo che siamo dei pessimi valutatori di distanze e tre chilometri sono un po’ di strada, specie se in salita. Io credo di farli tutti con la neanche troppo segreta speranza che ce ne torneremo indietro da un momento all’altro. E invece no. Quindi a un certo punto me ne faccio una ragione, butto già marshmellow come nocciole e metto un piede davanti all’altro.
Il paesaggio, salendo, cambia abbastanza in fretta e ci lasciamo alle spalle il bosco. Attraversiamo un grande, grandissimo spazio privo di alberi, battuto dal vento e solcato da acquitrini.
Mi tocca ammettere che è uno spettacolo infinitamente migliore di quello che mi avrebbe aspettato sulla veranda. A un certo punto mi viene quasi voglia di urlare “THEY’RE TAKING THE HOBBITS TO ISENGARD!”

DSCN1397 DSCN1405 DSCN1385Certo, il clima continua a essere quello che è (ma è il bello di questi posti) e ‘sto cavolo di canyon non si accenna a farsi vedere.
A un certo punto, saranno ormai le 16, mi viene l’idea di chiedere a qualche escursionista che incrociamo quanto manchi alla fine del sentiero. Così, chiedo a due tizie che sembrano sponsorizzate dalla North Face quanto manchi.
Queste ci guardano con una certa pietà (io ancora ho un minimo di parvenza escursionistica perché ho i pantoloni con i tasconi e degli scarponcini, ma una tragica felpa Lee e il borsello a tracolla; Lucilla è un jeans e scarpe da ginnastica, con la borsa a tracolla come fosse in giro per via XX Settembre) e dicono: “Eh, one and a half or two…”. Noi pensiamo “chilometri, dai che la facciamo”.
“Hours”.
“Ah”.
Ci salutano con quel tono tipo “non fate minchiate”.
Noi per darci un tono decidiamo di non tornare indietro subito, ma facciamo ancora un po’ di strada.
Alla fine siamo costretti a fermarci da un torrente impossibile da guadare senza metterci i piedi dentro. Per un po’ provo anche a spostare delle pietre per creare degli appoggi, ma tutto quello che ottengo è trovare un pezzo del cranio di una renna (credo), che uso per una delle mie tradizionali foto di Cthulhu in viaggio:

IMG_9322

Torniamo alla base e alle 18.45 siamo a cena. Mangiamo con ferocia spezzatino di renna e merluzzo affumicato (una cosa buonissima), spazzoliamo un carissimo dolce (in Norvegia costa tutto tendenzialmente caruccio), coccoliamo una gatta forse dell’albergo forse no, torniamo nella nostra casupola e credo che alle 21 stiamo già dormendo, devastati dalla camminata.

DSCN1415

Il mattino dopo siamo nella sala comune a fare colazione. Fuori piove, anche abbastanza forte, e lì ci siamo noi, il rumore della pioggia e una coppia anglosassone silenziosissima. Beviamo caffè, approfittiamo del buffet per mangiare salmone (buonissimo) (io tutte le volte che bevo caffè lungo e mangio salmone mi sento un po’ Mikael Blomkvist), ci prepariamo idealmente alla tirata fino a Capo Nord.
Poi di colpo si apre la porta e “OH MA È APERTO!”
“MA CE L’HANNO IL CAFFÈ?”
“OH, IL CAFFÈ C’È?”
“MA FANNO IL CAFFÈ?”
“LA MACCHINA L’HAI CHIUSA?”
“GIANNI, LE HAI TU LE CHIAVI?”
Insomma, come i miei venticinque lettori avranno capito, nel nostro piccolo paradiso è arrivato un gruppo di una decina di italiani, diretti al canyon. Secondo un protocollo ampiamente collaudato, io e Lucilla tagliamo qualsiasi comunicazione verbale ed evitiamo ogni contatto visivo. Che poi è un attimo trovarti con qualcuno che insiste tantissimo per informarti degli effetti della cucina locale sulla sua regolarità intestinale. (Sì, sono uno di quegli snob che all’estero evita il contatto con i connazionali, fatemi causa) (una volta tornavo in aereo dalla Germania, da solo, avevo da leggere un libro in italiano e in aeroporto mi sono comprato uno Stephen King in inglese per non rischiare).

Continua

ps: il Canyon di Alta è poi questo:212_Sautso_Canyon_near_Altapps: il Gargia Fjellstue è un posto molto bello per trascorrere la notte da quelle parti. Tra l’altro in inverno organizzano pure escursioni in slitta con (gli incazzosissimi) cani da slitta. Però se ci andate tenete presente che forse fareste meglio a portarvi del cibo – tra l’altro i cottage hanno la cucina.

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4 commenti

Archiviato in finlandia, norvegia, viaggio

4 risposte a “Finlandiamo, Ep. 3: Norwegian Wood

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  3. Mari

    Il club degli snob è ben frequentato! 😉 Solitamente mi rivolgo a mio marito, in tedesco. Funziona! 😊

  4. Pingback: Australia, 10. Finire. | buoni presagi

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