Bonelliana – Gennaio 2016

Sergio_Bonelli_Editore

Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog.


 

Copertina di Darko Perovic

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 16
Lagos
(Gianfranco Manfredi; Pedro Mauro)

La seconda stagione di Adam Wild, dopo la parentesi londinese, torna sul suolo africano. Manfredi, dopo l’Africa avventurosa, riparte da un aspetto del continente inconsueto: Lagos, città portuale europeizzata, dove Adam si trova ad avere a che fare con trafficanti e doppiogiochisti. E allo stesso tempo deve prepararsi ad affrontare la minaccia di un profeta islamico che minaccia di lanciare le sue milizie contro la città.
È la prima parte di una storia doppia, quindi è presto per trarre conclusioni. Si può solo annotare il buono stato di salute della serie, con un protagonista dinamico e uno scrittore totalmente a suo agio nelle atmosfere spregiudicate e scanzonate dell’avventura.
Ai disegni, il brasiliano Pedro Mauro illustra le vicende con un tratto che ricorda le illustrazioni dei vecchi libri d’avventura e, in alcune cose, Sergio Toppi. La ricerca fatta da Manfredi per i disegnatori della serie colpisce un’altra volta nel segno.
È davvero un peccato che sia praticamente certa la chiusura della serie con il numero 26. Spero che Manfredi possa riprendere in futuro il personaggio (e i suoi comprimari) per qualche albo speciale.


 

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Copertina di Aldo Di Gennaro

Le Storie 40
I sogni dei morti
(Paola Barbato; Anna Lazzarini)

Involontariamente in tempo per le polemiche legate all’esclusione delle fumettiste dalla selezione del Grand Prix del Festival di Angouleme, un raro albo Bonelli scritto da una donna e disegnato da una donna. Paola Barbato è una delle mie firme Bonelli preferite (e pure i romanzi non sono affatto male) e questa storia, anche se non è certamente una delle sue prove migliori, è una piacevole lettura. La storia di Shannon, che percepisce gli ultimi pensieri dei morti e che casualmente scopre un omicidio, tocca alcuni dei temi che l’autrice ha affrontato in altre sue storie: l’adolescenza, la crudeltà e l’indifferenza del prossimo, e in generale l’idea che gli esseri umani siano delle creature orribili. I tempi delle storia sono precisi, la caratterizzazione del piccolo cast di personaggi immediata; non mi convince solo l’ambientazione inglese, perché è una storia che poteva essere benissimo ambientata in Italia e questa collana dovrebbe essere quella in cui provare cose un po’ diverse dal solito.
I disegni di Anna Lazzarini, morbidi ed espressivi, penalizzano un po’ l’atmosfera della storia: funzionano nella parte più adolescenziale, ma sono troppo solari e luminosi per una storia che delle tinte più che fosche (e purtroppo non creano neanche un effetto straniante che sarebbe stato invece più interessante).


 

Copertina di Sergio Giardo

Copertina di Sergio Giardo

Nathan Never 296
Metropolitan Hospital
(Diego Cajelli; Francesco Mortarino)

Diego Cajelli esordisce su Nathan Never con un “dramma medicale” futuribile, che rimanda immediatamente alle atmosfere delle prime annate della serie, quando Nathan non era ancora coinvolto nel salvataggio del mondo ma si barcamenava nella risoluzione di casi criminali più o meno grandi. Ovviamente, in questa occasione, la cosa più complicata era trovare un modo per rendere credibile l’inserimento sotto copertura del protagonista nello staff chirurgico di un ospedale per indagare una serie di morti sospette; la soluzione trovata da Cajelli è interessante e non mette particolarmente alla prova la credibilità del lettore (per dire, la cosa è molto più plausibile di quello che succede in Face Off, dato il contesto). Risolto questo problema, è divertente vedere Nathan muoversi sullo sfondo delle dinamiche ospedaliere che abbiamo imparato a conoscere in questi anni di tv (o meglio, vi hanno; io oltre Scrubs e Dr. House non vado), in una storia in cui non spara neanche un colpo di pistola, così come è piacevole ritrovare una sequenza che quasi rimanda al primo speciale, ultra-cyberpunk, Cybermaster (che tempi). Per soprannumero, la risoluzione dell’intreccia ruota in modo molto naturale attorno a uno dei conflitti tipici della serie, quello tra un mondo ultra-tecnologico e la necessità/difficoltà di “restare umani”, con tutto ciò che comporta.
Ai disegni, Mortarino si muove bene in una storia in cui la tensione è data da inquadrature, macchinari e sequenze concitate. Il suo cyberspazio è forse un po’ spoglio, ma si vede che dai tempi di Cybermaster la pulizia delle interfacce ha fatto passi da gigante.
Insomma: è un buon esordio sulla testata, che mi ha rimandato ai tempi in cui Nathan Never era il mio personaggio preferito per la solidità di ogni uscita e il tentativo di fare sempre qualcosa di leggermente diverso.


 

Copertina di Fabrizio De Tommaso

Copertina di Fabrizio De Tommaso

Morgan Lost 4
La rosa nera
(Claudio Chiaverotti; Val Romeo; Arancia Studio)

Evocato più volte nei numeri precedenti, fa il suo ingresso in scena Wallendream, la rockstar dei serial killer”. Al quarto numero, la serie di Chiaverotti ha messo le carte in tavola: è squisitamente adolescenziale, nel senso forse migliore del termine. Tutto è gigantesco, in ML: non solo le architetture della città che sembrano sempre sul punto di collassare sui suoi abitanti, ma anche le loro passioni, i loro dolori, i loro drammi, le loro reazioni. È un gioco difficile da portare avanti, perché si sta sempre sul filo del ridicolo ma, per ora, Chiaverotti ce la fa. In questo ha un ruolo non secondario l’avete scelto disegnatori di grandissima potenza, il cui lavoro viene esaltato dalla colorazione particolarissima delle tavole. Per quanto riguarda la storia in sé, Wallendream segue un po’ il manuale del perfetto serial killer (infanzia difficile, trauma, personalità multiple), ma in realtà la storia serve solo a introdurre la sua nuova incarnazione (e anche qui siamo in equilibrio sul “maccosa”, ma per ora funziona). Per le curiosità, credo sia uno dei pochi albi Bonelli con una violenza sessuale non suggerita, evocata o altro ma mostrata al lettore.


 

Copertina di Angelo Stano

Copertina di Angelo Stano

Dylan Dog 353
Il Generale Inquisitore
(Fabrizio Accatino; Luca Casalanguida)

Scrivere un Dylan Dog “classico” deve essere apparentemente un’operazione non troppo complessa: ci sono un tot di canovacci classici a cui attingere (DyD va in un posto sperduto; cliente che ha perso qualcuno di caro ed è convinta ci sia qualcosa di sovrannaturale; cliente accusata di delitto; DyD incappa per caso in situazione surreale, ecc.) e che possono essere all’uso mescolati tra di loro; l’investigazione non deve essere una rigorosa deduction sherlockiana ma anzi alla soluzione si può arrivare per coincidenze, illuminazioni, suggestioni (o non arrivarci affatto); Dylan e Groucho sono personaggi molto codificati con dei tic riconoscibilissimi; si può giocare con la tensione erotica tra Dylan e la donna del mese; varie ed eventuali.
In realtà, la combinazione di questi elementi è complicatissima, altrimenti non staremmo qui a essere molto felici quando qualcuno riesce a tirare fuori un gioiellino di albo come questo. A memoria, è credo la prima volta in cui Dylan si occupa (anche se a distanza di tempo) di un caso reale: la morte, nel 1969, del regista inglese Michael Reeves, appena venticinquenne e con tre soli film all’attivo. Ne viene fuori una storia che tiene insieme orrore (ci sono un paio di sequenze di tortura parecchio forti, per un albo “per tutti”), quell’amore per il cinema (horror e in generale) che caratterizzava il “vecchio” Dylan, assurdo (la sequenza dell’inseguimento finale, con la straordinaria – per la collocazione e per quello che dice su un certo modo di scrivere Dylan che spero non si ripresenti più – battuta sulle pecore). Il tutto raccontato attraverso i disegni, davvero buoni, di Luca Casalanguida, che alterna bianco e nero e toni di grigio.
Si è detto tantissimo sul rilancio di Dylan Dog affidato a Roberto Recchioni. Forse addirittura troppo, caricando di aspettative eccessive una serie che deve comunque sopravvivere mediando tra i gusti del lettore casuale, del fan di vecchia di data, di quello che ha scoperto Dylan Dog da poco e chissà quante altre categorie in cui si segmenta il pubblico della testata. E se ci sono stati esperimenti coraggiosi (riusciti, come La mano sbagliata di Barbara Baraldi e Nicola Mari, e no, come In fondo al male di Ratigher e Alessandro Baggi), ci sono stati anche molti numeri che cercano semplicemente di scrivere delle normali storie di Dylan Dog. Se il livello di queste storie “normali”, che non si appoggiano ad altro che al proprio valore di storia (quindi niente “ospiti” illustri, niente momenti di svolta per il personaggio o cose del genere), resterà sempre quello di questa storia, Recchioni avrà fatto davvero centro.

 

2 commenti

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2 risposte a “Bonelliana – Gennaio 2016

  1. Pingback: Nathan Never, altra recensione! | diegozilla

  2. Pingback: Bonelliana – Febbraio 2016 | buoni presagi

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