Bonelliana – Febbraio 2016

Bonelliana, opinioni non richieste sugli albi Bonelli del mese precedente.
Contiene Adam Wild, Le Storie, Morgan Lost, Dylan Dog (ben sette storie), Tex.
Sigla.

Copertina di Darko Perovic

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 17
La suprema catastrofe
(Gianfranco Manfredi; Pedro Mauro)

Seconda, conclusiva, parte della storia ambientata a Lagos che segna il ritorno in Africa dell’avventuriero scozzese. Erroneamente vista come una serie retrò (e non aiutata da copertine non sempre all’altezza), AW ha invece il merito di usare strutture e ambientazioni tipiche del romanzo d’avventura esotico per metterci dentro dell’altro. In questo caso, Lagos diventa il teatro di una vicenda che ha quasi i toni del noir in costume e che tocca il tema dello scontro di culture, sia tra lo jhadista Baba e Prince sia all’interno dello stesso Prince, nigeriano occidentalizzato (e che alla fine vince perché capace di manipolare entrambi i mondi).
Ai disegni, Mauro conferma la bella prova della prima parte, con un bel tratteggio che ricorda un po’ le illustrazioni di un vecchio libro d’avventura e un po’ Sergio Toppi.


 

Copertina di Arturo Lauria

Copertina di Arturo Lauria

Dylan Dog Color Fest 16
Tre passi nel delirio
(Ausonia; Marco Galli; Aka B)

Finalmente il DDCF si rifà il look, adeguando la grafica di copertina a quella del nuovo corso dylandoghiano e sbarazzandosi del brutto vecchio logo. Questo inoltre è il primo numero della collana interamente composto da storie commissionate per il nuovo corso (nello scorso erano solo due) e il primo a rinunciare alla formula delle quattro storie (e alla carta patinata).
Per marcare bene questa nuova vita della collana, dietro alla bella copertina mignolana di Arturo Lauria ci sono tre storie scritte e disegnate da tre autori che con il mondo bonelliano (o in generale con il fumetto “popolare”) non hanno nulla a che fare. Ovviamente, l’effetto nel suo insieme è spiazzante, perché ciascuno si porta dietro un modo di raccontare e/o disegnare che ha pochi precedenti (se non nessuno) negli albi di casa Bonelli. Non che Dylan sia nuovissimo a questo tipo di esperimenti – in fondo è il personaggio che li regge meglio – perché immagino che il secondo Speciale, Gli Orrori di Altroquando, debba avere spiazzato non poco per i disegni di Micheluzzi; ma questo è un albo decisamente radicale.
La prima storia è di Ausonia, che con un tratto a metà tra l’iper-realista e il surreale racconta l’origine dei vestiti di Dylan Dog: sono fatti di carne, prodotti da dèmoni che dissezionano cadaveri. L’inferno di Ausonia è popolato da sarti con corna al posto della testa, dèmoni-capra sfruttati e paciose impiegate. La visione è potente (mi pare di ricordare che eoni fa Ausonia avesse illustrato un fumetto per la rivista di giochi di ruolo Kaos con una discesa all’inferno simile), ma la storia in sé è un po’ insoddisfacente, se non si ricorre alla chiave di lettura meta-testuale: Dylan (e Groucho) indossano sempre gli stessi abiti per non dovere scegliere. E questi abiti sono prodotti da un gigantesco demone morto le cui corna continuano a crescere e ramificare il cui nome (che è anche il titolo della storia) è Sir Bone, che suona un po’ come Ser(gio) Bon(elli). Insomma, se ho decifrato bene, Dylan è sempre uguale a se stesso ma ogni tanto bisogna trovare qualcuno di nuovo che sacrifichi la sua identità per mandarne avanti le storie prima che ci si accorga che è vestito di cadaveri. Che è una bella presa di posizione da esprimere non in un blog ma su un albo Bonelli; mi pare di ricordare che anni fa Roberto Recchioni e Ausonia avessero avuto degli scambi di opinioni piuttosto intensi sull’argomento del fumetto, dell’arte e del mercato e tutto quanto, quindi se questa storia è un corollario di quella discussione è un bel valore aggiunto.
Grick Grick, di Marco Galli, è apparentemente la storia più classicamente dylandoghiana del lotto: un demone ciccione con cappelli e stivali da cowboy e minuscole ali compare nel salotto di Craven Road 7, mentre Dylan è a letto con la fidanzata del mese. Complicazioni. Il disegno di Galli, espressionista fino a un paio di passi oltre il confine della caricatura, e il modo di affrontare il problema allontana però il tutto dai rasserenanti confini della “storia breve standard di Dylan Dog”: non c’è un vero tentativo di risolvere il problema, il mostro resta lì e condiziona, senza effettivamente fare altro che avere fame, la vita di Dylan (assistiamo anche a una cilecca del nostro, evento direi abbastanza raro), fino a che la ragazza non fa un errore di troppo. Finalino chiaverottiano, con ricomparsa del mostro altrove. Onestamente, è la storia delle tre che ho capito meno; ma mi piacciono il tratto e la scelta delle inquadrature, che trasmettono un’inquietante claustrofobia. Visto che l’ultima storia ha di nuovo una chiave di lettura meta-testuale, forse ce n’è una pure qui; ma onestamente non riesco a trovarla, come non capisco nemmeno se il mostro possa essere un simbolo di qualcosa (alla Babadook, per intenderci).
Chiude l’albo Claustrophobia, scritta e disegnata da Aka B. Il soggetto è semplicissimo: Dylan è finito in fondo a un pozzo da cui non riesce a uscire e riflette su se stesso. Aka B fa un lavorone per rendere visivamente varia e mai noiosa una storia che si svolge interamente in un pozzo, al massimo visto dal bosco circostante, senza mai barare (con flashback o altro): alterna una gabbia standard con infrazioni che danno il ritmo, azzecca la rischiosa parentesi psichedelica, usa molto bene il suo tratto spigoloso e sinteticissimo. Per il resto, appunto, è Dylan che riflette su se stesso. C’è una tavola molto bella in cui i nomi delle donne che ha amato (o creduto di) diventano quasi un altro muro alle sue spalle e si sovrappongono l’uno all’altro. Però appunto, è una storia in cui Dylan riflette su stesso in fondo a un pozzo da cui non sa se riuscirà mai a uscire e in cui non sa nemmeno come è finito, dove comunque potrebbe sopravvivere vivacchiando, se non fosse che il rischio maggiore non è quello di sopravvivere senza cibo o acqua ma quello di dovere sopravvivere senza storie. Di per sé non ho un grande amore per le storie il cui valore si basa puramente sulla meta-testualità; mi piace se c’è come valore aggiunto, specie se stiamo parlando di un personaggio seriale, ma se diventa il piatto forte mi sento un po’ ricattato. E quindi questa storia, visivamente molto bella, mi lascia un po’ indifferente.
Sicuramente, comunque, non può lasciare indifferenti questo Color Fest: se si è fan del Dylan classico lo si vedrà come un oltraggio da lavare con commenti indignati sulla pagina Facebook, se si è curiosi si avrà comunque la possibilità di “assaggiare” modi di fare fumetto lontani da quelli che solitamente si praticano in via Buonarroti, se si è fan degli autori forse si sorriderà a questa loro incursione bonelliana.
Per quello che mi riguarda è un albo che, con i suoi difetti, ha il grande merito di essere coraggioso e di presentare lo sguardo di una parte del fumetto italiano contemporaneo “d’autore” sul fumetto “popolare”.
(Poi, sempre per quel discorso sui pubblici di Dylan che facevo il mese scorso, il prossimo Color Fest sarà un più rassicurante Barbato / Saudelli di 94 pagine)


Copertina di Aldo Di Gennaro

Copertina di Aldo Di Gennaro

Le Storie 41
Atto d’accusa
(Giuseppe De Nardo; Giuliano Piccininno)

Se fosse necessario dimostrare che “la Bonelli” non è affatto quell’entità monolitica che era fino a qualche tempo, direi che questo albo è uscito un paio di giorni dopo il Color Fest di Dylan Dog. Prima incursione della collana delle Storie nel mondo romano, Atto d’accusa è una storia classica che più classica non si può. Nonostante lo spunto iniziale fosse interessante (ricostruire un retroscena immaginario del processo al corrotto governatore siciliano Gaio Licinio Verre, in cui Cicerone rappresentava l’accusa), lo svolgimento è scolastico e piatto come una lezione sui casi particolari della seconda declinazione. Il personaggio dell’ex gladiatore a cui Cicerone delega la protezione del suo assistente sarebbe anche, seppur non originalissimo, interessante, ma si trova ingabbiato in una storia che non sceglie né se spingere sul pedale dell’azione né se essere una lezione di storia. Si procede a fatica tra un sacco di tavole fitte di balloon e di soluzioni già viste.
Piccininno fa un buon lavoro di ricostruzione degli ambienti e azzecca una buona caratterizzazione per l’ex gladiatore, ma il suo lavoro non si stacca mai da un diligente compito. Francamente, faccio un po’ fatica a immaginare chi potrebbe essere il destinatario ideale di questo albo, assolutamente anonimo. Battuta a vuoto per la serie.


Copertina di Fabrizio De Tommaso

Copertina di Fabrizio De Tommaso

 

Morgan Lost 5
L’orologio del tempo
(Claudio Chiaverotti; Giuseppe Liotti; Arancia Studio)

La ripetitività in una serie come Morgan Lost è un rischio sempre in agguato: lo schema del mostro del mese è tentatore e, in fondo, facile da scrivere. Ben venga quindi che in questo episodio Chiaverotti sembri interessarsi più a quello che succede dopo, e attorno, alla cattura dell’assassino piuttosto che alla sua caccia. Peccato però che lo svolgimento di questa parte sia un po’ frettoloso e semplicistico. Anche in questo caso sono i disegni a colpire maggiormente, insieme a una città che meriterebbe di essere un po’ più che una semplice quinta scenografica (ho una sinistra fascinazione per questa città grigia popolata da gente triste e sola).


Copertina di Angelo Stano

Copertina di Angelo Stano

Tex romanzi a fumetti 3
Painted Desert
(Mauro Boselli; Angelo Stano)

Terza uscita per la collana di cartonati alla francese di Tex, che ospita questa volta ai disegni Angelo Stano, in una nuova escursione nell’avventura dopo lo speciale delle Storie “Mohawk river” (sempre scritto da Boselli). Boselli ormai scrive Tex quasi a occhi chiusi, attingendo con gusto e competenza al campionario di situazioni che offre il mondo del ranger. La sua storia non è probabilmente di quelle memorabili, ma il soggetto è giusto per quel numero di pagine e fornisce a Stano lo spunto per divertirsi nella colorazione. Dal deserto dipinto alle cupe caverne, le pagine sono un trionfo di colori decisamente piacevoli da vedere. Per il disegno in sé, invece, mi pare che Stano fosse più a suo agio con i boschi del nord-est che non con la Frontiera. Un’occasione un po’ sprecata.


Copertina di Gigi Cavenagp

Copertina di Gigi Cavenago

Maxi Dylan Dog “Old Boy” 26
In fuga
(Giuseppe De Nardo; Riccardo Torti)
Il lago nero
(Rita Porretto & Silvia Mericone; Valerio Piccioni e Maurizio Di Vincenzo)
Per amore del Diavolo
(Claudio Chiaverotti; Gianluigi Coppola) 

Nella risistemazione delle testate dylandoghiane, il “maxi” (un balenottero che contiene tre storie da 96 pagine l’una) è diventato il contenitore di storie “classiche”, cioè che non recepiscono i cambiamenti del rilancio; quindi Bloch non è in pensione, Dylan non ha un cellulare, ecc. (fosse stato per me, avrei proposto una scelta più radicale: solo storie ambientate in un eterno 1989, un po’ come le storie dei paperi di Don Rosa sono sempre ambientate verso la fine degli anni ’50). In parte un modo per tranquillizzare i lettori saltuari che sono probabilmente il target principale di questi tomi, un po’ per smaltire storie già pronte prima del rilancio; anche se ormai queste ultime devono essere quasi finite. Confesso di avere preso l’albo (per la seconda o terza volta da quando esiste la collana) per la presenza, in chiusura, di una delle famose storie scritte da Chiaverotti e rimaste poi inedite. Storie completate, disegnate e pagate, ma mai pubblicate. Leggendo questa prima “graziata” ci si trova di fronte a una storia che cerca di rifare, sulle pagine di DD, il thriller sovrannaturale alla Dario Argento (citato in apertura non a caso): parecchie scene di forte impatto visivo, un forte senso di angoscia, morbosità. I disegni di Coppola, nerissimi, affogano il tutto in un nero profondissimo e danno un tocco retrò che non guasta. Non è certo un capolavoro e probabilmente non è nemmeno una storia particolarmente buona; ma da quando è stata messa in un cassetto a oggi abbiamo letto storie di Dylan sicuramente più brutte e, cosa ancora più grave, più noiose. Questa almeno, pur con i suoi “maccosa?” è divertente. Speriamo che siano liberate anche le sue compagne, prima o poi. Per dire, è decisivamente più anonima la prima storia, di De Nardo (non è il suo mese, per me) e Torti, con il suo serial killer scappato dall’inferno e la bella diavolessa. Mentre la seconda storia (scritta dalle autrici della serie Dr. Morgue) è una bella sorpresa che non sfigurerebbe nella serie regolare. Ha degli echi delle cose migliori di Lindqvist, è articolata bene e non ha paura di andare fino in fondo. I disegni di Piccioni e De Vincenzo sono un po’ anonimi, ma la storia merita.


Copertina di Angelo Stano

Copertina di Angelo Stano

Dylan Dog 354
Miseria e crudeltà
(Gigi Simeoni; Emiliano Tanzillo)

Il Dylan “sociale” fa il suo ritorno sulle pagine del mensile in questa storia che lo vede indagare su un serial killer che sta uccidendo i senzatetto di Londra. Dylan si infiltra nel loro mondo, scopre che non sono tutti dei paladini di Francia, sperimenta l’invisibilità sociale in modo così grossolano che quasi tifi per i due cocainomani con il macchinone che quasi lo arrotano, porta a casa la soluzione del caso (l’equivalente dylandoghiano di “il colpevole è il maggiordomo”). Nonostante Simeoni abbia realizzato delle cose molto buone (e non penso solo ai romanzi Gli occhi e il buioStria, ma anche alle sue due storie per Gregory Hunter che sono forse la migliore interpretazione del personaggio e del suo mondo) (non fatemi caso, sono credo l’unico al mondo che pensa ancora che GH potesse essere una buona serie; il problema è che a un certo punto non ci ha creduto manco Antonio Serra che la scriveva, mi sa), su Dylan Dog non mi sembra abbia ancora trovato il modo giusto di esprimersi. Delle quattro storie sue viste finora la migliore è stata senza dubbio Nel fumo della battagliaAnarchia nel Regno Unito, come questa, affrontava la tematica sociale con il pennarello grosso, Il sapore dell’acqua ricordava quei “giallettini senz’anima” che la nuova gestione vorrebbe lasciarsi alle spalle. Nota positiva: Emiliano Tanzillo ai disegni dà una buona prova, sfoderando uno stile espressivo e minaccioso che è sicuramente la cosa migliore dell’albo e dà vita e credibilità ai personaggi.
Però se questo mese usciva la seconda serie del Maxi al posto di questa ero molto più felice.

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