Cinque di quattro

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Per farla breve: il titolo onorifico di “quinto Beatle” è stato assegnato a così tanta gente che c’è una pagina Wikipedia apposta.
Ma la realtà l’ha detta oggi Paul McCartney una volta per tutte: se c’è mai stato un membro esterno del gruppo dotato di pari dignità degli altri, quello è stato George Martin.
Sì, Brian Epstein ce li ha portati, da George Martin, li ha tirati fuori da Liverpool e li ha ripuliti. Ma Epstein era “solo” uno che aveva visto nei Beatles, così com’erano, qualcosa su cui valeva la pena investire.
George Martin è stato quello che ha avuto la lungimiranza di capire che quei tre giovanotti sfacciati (quando alla prima sessione di registrazione chiese al gruppo se c’era qualcosa che non andava nello studio George Harrison, implume, gli rispose “beh, tanto per cominciare la tua cravatta”), avevano qualcosa da dire. A patto di levare di torno quel batterista inaffidabile, Pete Best; una cosa che Epstein non aveva mai tentato di fare.
Si fidò di loro e accettò di farli esordire con Love me do invece che con una canzone scritta da un autore professionista. Mise le mani in Please Please Me in modo da farla diventare, dal lento che era, un pezzo più accattivante e, come predetto alla fine della seduta di registrazione, il loro primo numero uno in classifica.

E poi, con pazienza, li coltivò, assecondò la loro curiosità, fu complice e istigatore di tutto quello che fecero in una manciata, bruciante, di anni.
Anni di cui non è stato un testimone ma un protagonista. Nel 1965-66 i Beatles decisero, come altri gruppi nello stesso periodo, che anche lo studio doveva diventare uno strumento. E lo studio lo “suonava” Martin con i suoi tecnici.
Se a casa avete i DVD dell’Anthology, potrebbe essere la serata giusta per rivedere la parte in cui Martin, al banco del mixer di Abbey Road, spiega Tomorrow Never Knows.

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