Come non si pubblica il Mein Kampf

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Un “libro” non è quello che c’è scritto dentro. Quello è un testo.
Un libro è, più correttamente, la somma delle parti che lo compongono. Questa è una cosa parecchio importante per noi che di lavoro “facciamo libri”, definendo il nostro mestiere con una formula che indica tutto quello che succede da quando un testo arriva in casa editrice a quando vengono mandati allo stampatore i PDF definitivi.
Il formato del volume, il tipo di carta, la presenza di immagini, la gabbia grafica, il tipo di font usato sono tutti elementi che “fanno” un libro, che lo definiscono. Prendete una vecchia edizione di uno dei romanzi di James Bond scritti da Fleming e confrontatelo con la veste della recente edizione di Adelphi. Anche se la storia è la stessa, cambia tutto: la vecchia edizione è un libro mordi-e-fuggi, quella di Adelphi presenta le vicende di 007 in volumi raffinati, oggetti anche belli da esporre. Cerca di riqualificare quelli che sono romanzi di intrattenimento, non privi di un loro, ancorché sghembo, fascino, come grandi protagonisti della Letteratura.

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

 

L'edizione Guanda

L’edizione Guanda

 

L'edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

L’edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

 

Inoltre, un “libro”, specie se non è alla sua prima edizione, è anche tutti i discorsi che su quel libro sono stati fatti, il ruolo che ha svolto nella storia, sia quella letteraria sia quella del mondo o del Paese in cui è stato pubblicato.
Per esempio, come si pubblica un libro scritto da un dittatore che ha causato una guerra mondiale e, tra le altre cose, approvato un piano per lo sterminio dell’intera razza ebraica in Europa che, tutto sommato, gli è anche riuscito piuttosto bene? Non un romanzo giovanile o una silloge di poesie, no: proprio il suo manifesto programmatico.
Il Mein Kampf, tra tutti i libri “maledetti” è quello che senza dubbio si porta più a ragione questo titolo, essendo alla radice della morte violenta di svariati milioni di esseri umani tra il 1930 e il 1945. E non per un accidente della storia: proprio perché è stato messo in atto quello che in quel libro si teorizzava.
Nonostante questo, il Mein Kampf non è il Necronomicon: non è che se lo leggi diventi nazista automaticamente (come non è vero che il fascismo si cura leggendo). È bello pensare che si dia tutto questo potere ai libri, ma il MK da solo non basta a fare diventare nazista una nazione. Ci vogliono anche certe condizioni storico-sociali e una generale benevolenza del potere economico.
Sicuramente è un documento storico importante e come tale andrebbe trattato.
Il che è esattamente quello che non ha fatto il Giornale di Alessandro Sallusti quando ha deciso di proporlo come allegato al proprio giornale per inaugurare una serie di volumi dedicati al nazionalsocialismo.

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Quella qui sopra è la copertina di una delle più fortunate e iconiche edizioni del MK, in pieno periodo nazista.

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E questa è la copertina dell’edizione pubblicata dal Giornale.
Che riprende quella dell’edizione nazista e, già che c’è, ci aggiunge una bella svastica in primo piano.
Così, invece quella che viene presentata come un’operazione di Grande Storia, si trasforma immediatamente nel più bieco fanservice per fascistelli di tutta Italia, che possono portarsi a casa la loro quasi anastatica del libro dello Zio Adolfo (peccato solo non possano farselo firmare, ma chi lo sa, magari il 2016 può essere un buon anno). Le edicole in Italia sono 30.000; e questo genere di operazioni ha senso quando, per ottimizzare i costi di stampa, stampi in grandi volumi. Possiamo ipotizzare che il Giornale abbia stampato un 45.000 copie del Mein Kampf con una svastica in copertina. Che tra qualche anno ingolferanno i mercatini dell’usato.
È sempre curioso come questi sedicenti paladini dell’ideologia liberale poi finiscano sempre, sarà la sfiga, saranno le crudeli leggi del mercato, a comportarsi come dei fascisti qualsiasi.
Consola solo pensare che, nello stesso giorno, in edicola fosse sbarcata la ristampa delle storie di Pazienza con protagonista Pertini.
Chissà se il buon Pazienza se lo sarebbe mai immaginato, di finire in edicola lo stesso giorno di Hitler. Ma, in fondo, aveva già previsto tutto.

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ps: che poi, uno manco ha bisogno di leggerselo, il Mein Kampf.
In un romanzo del 1972, Il signore della Svastica (“The Iron Dream”) Norman Spinrad immagina che Adolf Hitler sia fuggito dalla Germania nel 1919 per emigrare in America, dove è diventato un illustratore di libri di fantascienza prima e un autore poi. Il romanzo che dà il titolo al libro è proprio l’ultimo scritto da Hitler prima di uscire nel 1953 ed è una storia di heroic fantasy in cui un eroe bellissimo, fortissimo e biondissimo che conduce gli esseri umani alla vittoria contro una viscida razza di mutanti che ne minaccia la sopravvivenza. In un crescendo virtuosistico di divertito delirio, Spinrad trasfigura in narrativa fantastica le aspirazioni hitleriane, sbattendo in faccia al lettore la contiguità che esiste tra molti luoghi comuni di un certo tipo di narrativa fantastica e molte delle idee del Mein Kampf.
È un romanzo molto bello, che in Italia è stato pubblicato per l’ultima volta da Fanucci nel 2005 e che oggi non si trova più in libreria. Questo dovreste allegare ai giornali, mannaggia a voi.

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