Lavori che gli italiani non vogliono più fare: ricacciare gli insulti in gola ai razzisti

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Fino a un certo punto, il racconto degli eventi che hanno portato alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi ha un taglio grottesco che richiama certe cose di Ammaniti.
C’è un caldo primo pomeriggio in una provincia dell’Italia centrale.
C’è un ultras della Fermana (nel mio mondo piccolo-borghese, già mi fa sorridere l’esistenza degli ultras delle squadre maggiori; figurarsi delle squadre dilettantistiche), con una storia di frequentazioni tra Casa Pound e i Forconi (ve li ricordate, i Forconi?). Un allegrone che, parole del fratello che cercherà di difenderlo, “quando passa un negro gli tira le noccioline”. Addosso ha la maglietta di un gruppo fascista ma, dice lui, non lo sa. Fascisti ingenui.
A un certo punto passa una coppia. Di negri.
Il nostro, che è un buontempone, non ha noccioline. Quindi dà sfogo alla sua allegrezza urlando “scimmia africana” alla donna.
A questo punto, apriamo un flashback.
Una chiesa piena di gente, una bambina che guarda in su, sorride. Poi uno scoppio, urla, silenzio.
Deserto. Camion, furgoni, jeep.
Botte.
Una donna che urla. Sangue. Sangue dove non c’era da mesi, dove non dovrebbe esserci per mesi.
Silenzio.
Il mare. Una barca.
Buio. Onde. Corpi.
Pianti, preghiere.
Terra.
Divise. Guanti di gomma.
Treni. Autobus.
Un’altra chiesa.
Anelli.
Documenti. Firme.
Sguardi. Attese. Sguardi.
“TUA MOGLIE È UNA SCIMMIA AFRICANA”.
A questo punto dobbiamo immaginare lo stupore e lo sgomento del nostro uomo che, ignaro delle storie che si portano dietro quei corpi, ignaro di quali siano le forze che li hanno portati fin davanti a lui nella provincia marchigiana, si trova a prenderle.
Stando alle testimonianze, lui lo colpisce con un segnale stradale, lei lo prende a scarpate urlando “SCIMMIA A CHI?”
Questo è l’apice del momento involontariamente comico: una donna che, per il tuo razzismo, ti prende a scarpate.
Ed è giusto, è così giusto che non ci sono le parole per dire quanto sia giusto.
Non fare passare ai razzisti neanche una parola, neanche un’aggressione, anche se “solo” verbale.
È una questione neanche di orgoglio: di dignità.
Nessuno dovrebbe sentirsi legittimato a esprimere idee razziste o sessiste o discriminatorie senza avere paura. Anche per la propria incolumità, visto che, come registrava lo stesso Ammaniti in un suo romanzo, la vergogna è morta, lo stigma sociale non sappiamo cosa sia.
Se c’era un ripugnante fascista nella classe politica di questo paese, quello era Gianluca Buonanno. Ma gli è bastato morire come è vissuto per diventare “ruspante”, “autentico”.
È il solito lavoro che gli italiani non vogliono più fare.
Comunque, passata l’incazzatura, Emmanuel e sua moglie lasciano perdere. Stanno aspettando un permesso di soggiorno, è già stata una mossa avventata cedere a quella rabbia.
Non hanno fatto davvero male al razzista. È caduto per terra, ma niente di che.
Se ne vanno.
È a questo punto che cambia il tono.
Il tizio si rialza, li raggiunge.
Pare che sia un cazzotto, uno solo, quello che va a segno.
Come lo so pijato bene, lo so allungato!
Hai fatto una lunga la strada dalla Nigeria, per sentire tra le ultime parole della tua vita un canto di vittoria in vernacolo marchigiano, prima di scivolare nel grande nulla.

E poi c’è tutto il contorno.
Non si può dare un italiano se non in ruolo di vittima.
Vittima assoluta.
Quindi ecco che salta fuori la “supertestimone” (perché nulla può essere normale, in questa storia) che racconta di 4-5 minuti di pestaggio (che miracolosamente non hanno lasciato alcun segno su chi lo ha subito, cioè l’assassino, che forse ha il fattore rigenerante come Wolverine), di un esercito di nigeriani accorsi sul posto pronti a menare e che nessuno ha mai visto (a parte lei). Una super-testimone che un anno e mezzo fa ha visto, dice, una leggenda urbana diventare realtà: orde di cinesi a caccia di gatti con i retini. Del resto che cosa fa della gente sul lungomare con i retini? Va a caccia di gatti, chiaro. Chissà come fanno a Vicenza, che non hanno il lungomare.
È improbabile, indifendibile, pure da se stessa. Eppure ottiene articoli, link, interviste radiofoniche. Fino a che scompare, ma ormai ha inquinato l’ambiente.
E intanto, prima ancora che inizi il processo all’omicida, va in scena il processo alla vittima.
La reazione di Emmanuel all’aggressione verbale del suo assassino diventa machismo, razzismo, violenza fine a se stessa.
Ci si inventa una bufalazza attribuita a Giobbe Covatta su questi africani che arrivano in Italia che sarebbero, se ho capito bene, eccentrici miliardari palestrati che attraversano mezza Africa e il Mediterraneo con mezzi di fortuna per sport. Quando lo stesso Covatta la smentisce, qualcuno suggerisce che la smentita gli sia stata imposta.
A Libero non pare vero di potere tirare in ballo la Kyenge, bersaglio preferito di tutti i razzisti italiani, ritirata troppo in fretta dalla scena politica.
Partono insensati paragoni con il trattamento da parte delle istituzioni della morte di Emmanuel e di quelle dei nove italiani uccisi a Daqqa in un attentato terroristico (le cui salme in effetti sono solo state accolte in Italia dal Presidente della Repubblica dopo avere interrotto una visita di Stato).
Fascisti e razzisti di ogni risma che al grido di #iostoconAmedeo si riversano su twitter invece di stare in carcere con lui.
Tutta la destra unita a rivendicare un omicidio che, a fatica, i mass media avevano cercato di non assegnarle.

Se ci si distrae un attimo, ci si potrebbe fermarsi e domandarsi chi sia morto. Chi sia stato aggredito.
“Era solo un insulto, doveva starsene, è un ospite”
È un pensiero che serpeggia.
È un pensiero fascista, nel suo volere cristallizare lo stato di cose.
Non siamo abituati a vedere neri, li chiamiamo ancora vu cumprà e pensiamo sia una cosa simpatica.
Non esistono italiani neri.
C’è un esperimento molto semplice da fare: prendete un treno regionale, uno di quelli dove i posti non sono prenotati. Trovate un blocco di quattro sedili il cui unico occupante sia qualcuno non bianco. Più nero è meglio è, se è maschio è meglio e se giovane ancora meglio. L’abbigliamente etnico rende più semplice l’esperimento. Sedetevi nello stesso gruppo di sedili. Ci sono buone probabilità che gli altri due posti restino vuoti, non importa quanto sia pieno il vagone.
Ma sarà sicuramente solo un caso.

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3 commenti

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3 risposte a “Lavori che gli italiani non vogliono più fare: ricacciare gli insulti in gola ai razzisti

  1. Tutto questo post è molto interessante e condivisibile. Grazie per averlo scritto.
    Sull’ultima parte (l’esperimento sociale sul treno regionale) mi permetto di dire la mia.
    Siccome sono una giovane donna che spesso porta le gonne, ho imparato a mie spese che certe situazioni sono più rischiose di altre. E così, nel corso della vita ho imparato ad evitare: le entrate delle stazioni dei treni dopo il tramonto, di camminare sola di notte per determinati quartieri, di non passare troppo vicino ad un cantiere, di non girarmi se sento un commento esplicito o un fischio e di non dare retta agli uomini (soprattutto se alterati) che mi si avvicinano in circostanze in cui io mi trovi sola, a non sedermi vicino ad uomini giovani e dotati di forza fisica se il vagone del regionale è vuoto.
    Sono precauzioni che ho imparato dopo anni di ingenuità. Non sono sicura si tratti -sempre- di razzismo.
    Negli ultimi anni ho insegnato in una scuola internazionale, in cui più della metà degli studenti era composto da rifugiati politici o in attesa di diritto d’asilo. Ho avuto a che fare con genitori (e studenti) di ogni forma, dimensione, colore, provenienza e mi sono relazionata con loro in base all’etica della scuola, non in base alle credenze o culture personali (o nazionali). Lì dentro c’era un’etica scolastica condivisa, e tutti ci comportavamo di conseguenza.
    Ma fuori? Fuori non sono sicura ci sia un’etica condivisa tra me (giovane donna italiana che esce in gonna) e una persona che viene da un paese qualsiasi e non so da quanto tempo si trovi in Italia (quindi se conosce o no l’etica condivisa e sa – per esempio- che non si importunano le signorine sole sul treno).
    Se le istituzioni fanno acqua da tutte le parti nel garantire che vengano applicate a tutti le stesse leggi (siano essi qui dalla nascita o siano essi appena arrivati), perché io privata cittadina devo correre il pericolo? Per dimostrare di non essere razzista?

    • Ciao, grazie per il commento.
      Mi rendo conto che l'”esperimento” così formulato tagli un po’ con l’accetta la tematica che tu espliciti. Però quello che osservo io è un atteggiamento di diffidenza che è trasversale ai generi.
      Per dire, succede a una mia amica di origine indiana molto scura di pelle, di restare in splendida solitudine su treni affollati…

  2. rae

    “And that dispassion, is the very essence of justice. For justice delivered without dispassion, is always in danger, of not being justice.”

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