Non è giornalismo

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L’ultima volta è stato con l’attentato a Monaco.
Ma prima si potrebbe citare il tentato golpe in Turchia, la strage di Nizza, la notte del Bataclan, l’attacco a Charlie Hebdo, l’attentato alla maratona di Boston…
Il modello della copertura in diretta di un evento tragico e drammatico sta diventando, a ogni ricorrenza, un rituale sempre più stanco e patetico.
Non è propriamente una novità: se n’era già accorto Furio Colombo, nel 1999, che l’idea di potere fare del giornalismo in diretta andava quantomeno ridimensionata:

L’annuncio è questo: il villaggio globale non esiste più. Credo di poter indicare un giorno e un’ ora per questo annuncio: 13 aprile 1999, ore 15. Giunge la notizia di una infiltrazione di soldati serbi in un posto di frontiera albanese. Italia Radio è collegata con il funzionario delle Nazioni Unite Andrea Angeli, che si scusa per l’ uso di frequenti parole inglesi. “La vostra”, dice, “è la trentesima telefonata in pochi minuti. Chiamano le agenzie di stampa di tutto il mondo”. Con un altro telefonino il funzionario dell’ Onu ascolta qualcuno che vede a distanza il posto di frontiera e può testimoniare. C’è una colonna di fumo dalle caserme della polizia albanese, gli dicono. Si sentono spari. Un mondo di media, satelliti, unità mobili e cellulari, siepi di telecamere, ponti radio, microfoni a quattro fili, studi aperti secondo i diversi fusi orari, tutto dipende dal telefonino di un funzionario di agenzia internazionale disperato per la stanchezza, che cerca di tenere la linea benché anche a lui sfuggano il senso di quello che vede e le conseguenze di quello che dice.

Il trascorrere degli anni non solo gli ha dato ragione: ma lo sviluppo tecnologico e sociale ci ha dotati di strumenti che fanno risaltare con violenza ancora maggiore tutti i limiti dell’idea che il giornalismo possa essere fatto secondo per secondo.
Si è venuto anzi a creare un circolo vizioso: le testate giornalistiche devono tenere “caldo” il canale, sia in tv sia sul web, rilanciando continuamente qualcosa di nuovo. Questo va ovviamente a discapito della verifica della notizia, perché si tende a buttare in pasto al lettore qualsiasi voce. Si usano formule tipo “non è ancora confermato ma…”, “ci sarebbe la notizia che…” e via dicendo. Ma questo non è giornalismo, non è informazione.
Se voglio sentire delle voci non verificate vado da un’altra parte; non ho bisogno che professionisti rilancino dei video che potrebbero essere quelli dell’evento in corso o di mesi prima, come è successo a RaiNews, che ha mandato in onda il video di un’esercitazione a Manchester spacciandolo per un video dell’attacco di Monaco. Questo genere di cose, tra l’altro, dà fiato ai vari coglioni che sono pronti a urlare “FALSE FLAG!”, “GLI EBBBREI!!!”, “NUOVO ORDINE MONDIALE” (non che ne abbiano bisogno, fanno tutto da sé di solito, però aiutarli mi sembra eccessivo).
In realtà non è neanche vero che non ci sia il tempo per fare le verifiche del materiale che gira online: c’è una bella storia di come sia stato verificato in tempo quasi reale uno dei video dell’attentato alla maratona di Boston, usando strumenti disponibili a tutti.
Su questo, si innestano poi le personalità più o meno pubbliche che si sentono obbligate a intervenire e dire la loro attraverso i social network. in quanto personalità pubbliche, la loro opinione è comunque “notiziabile” e va rilanciata.
Per dire, un campionario messo insieme da Leonardo Bianchi di Vice su Monaco.

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A un certo punto, sembra durante l’attacco di Monaco, Magdi Allam (che in passato è arrivato a essere vicedirettore del Corriere della Sera), ha addirittura rilanciato una bufala basata sul nulla, con tanto di fotografia del presunto colpevole che ritraeva un’altra persona.

(NON È VERO NIENTE)

(NON È VERO NIENTE)

Se ai falsi conclamati di bufalari che tirano a indovinare sperando di tirare l’acqua al proprio mulino uniamo l’inevitabile casino che circonda un evento in corso, in una zona magari non accessibile, ecco che abbiamo un disastro.
A cui si somma il caos di buttare in faccia a chi segue documenti senza saperli o poterli contestualizzare. Di nuovo Monaco, il video con l’attentatore sul tetto e un dialogo in bavarese. Drammatico, testimonianza preziosa, ok. Ma esattamente a chi di noi non parla tedesco cosa dice? Anche se ci metti un sottotitolo, non si capisce bene chi dica cosa a chi. Tanto che in un primo tempo “turco di merda” si pensava lo dicesse l’attentatore e non il tizio che gli urla contro.
Idem per i video delle auto in fuga o degli spari.
Emozionate, drammatico. Vero.
Ma non c’entra nulla con il giornalismo.
La leva emotiva nella narrazione giornalistica può anche starci; ma deve arrivare dopo che hai informato, dopo che hai fornito a chi ti segue un quadro preciso.
Altrimenti stai facendo dell’altro.
Che può essere meritorio e legittimo e avere una sua dignità.
Ma non è giornalismo, se per giornalismo intendiamo un’attività che parte da una massa di fatti e cerca di dare loro una forma, renderli comprensibili e spiegare perché sono significativi. Per potere fare questo il giornalista ha certamente bisogno di documenti; ma questi dovrebbero essere materiali di lavoro, semilavorati, che si possono anche presentare al pubblico; ma non come “notizia”.
Queste estenuanti dirette sono una specie di messa in scena della costruzione di una notizia; una volta, questo processo restava dietro le quinte. Le notizie arrivavano solo nelle redazioni, dove venivano vagliate fino al momento di andare in onda o in stampa, per presentarle nella forma più compiuta possibile.
Così, invece, è come andare al ristorante e, invece del piatto, vedersi portare dal cameriere prima un po’ di soffritto, poi un pezzo di carne cruda, poi gli ingredienti della salsa…
Non è soddisfacente, non è sano, non è serio.
Lo si vede in situazioni meno drammatiche con le dirette post-elettorali. Si inizia, c’è un exit poll, tutti a commentare l’exit poll come fossero i risultati reali. Poi arrivano le prime proiezioni e sono diverse dall’exit poll si fa finta che tutto quello detto fino a quel momento non sia esistito e si riparte da capo.
È divertente, certo. È un media-event piacevole e, a seconda dei partecipanti, anche interessante.
Ma, di nuovo, poco ha a che vedere con il giornalismo.

Però, evidentemente, è un modello che economicamente funziona, perché l’ansia e il qui-e-ora vendono sempre.
E l’indeterminazione piace perché permette a tutti di immaginare il proprio sviluppo preferito; quasi diventa una specie di tifo, come appunto successo con Monaco, dove agli ultras islamofobi hanno fatto da contraltare quelli che sembravano non aspettare altro che esultare perché invece era un attentato contro gli immigrati (esaspero, ma ho avuto questa sensazione della creazione di una tifoseria opposta).
Quindi, alla fine, è un modello la cui fine non vedremo tanto presto.
E amen, è andata così.
Solo, troviamogli un altro nome.

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