Australia, 2. Pinguiiini.

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Per farla breve: a Phillip Island, dove fanno le corse delle macchine, ci sono i pinguini.
Di più: sono una delle attrazioni turistiche più efficaci di tutta l’Australia. Ogni sera, al tramonto, escono dall’oceano al termine di una dura giornata di lavoro e, passettin passettino tornano alle loro tane.
Potevamo mancarli, anche se in realtà sono dei pinguini nani e non certo gli elegantoni bianchi e neri? Certo che no.
E così, eccoci la mattina del secondo giorno a Melbourne, Lucilla e io, che prendiamo il tram per andare in centro al punto di incontro del tour che abbiamo prenotato. Ne abbiamo scelto uno molto basico, che si concentra sull’avvistamento di animali ed evita attrazioni come la fabbrica di cioccolato o le cantine vinicole; inoltre, il bus porta massimo undici persone, quindi non dovrebbe esserci l’effetto “gita al santuario con dimostrazione di pentole senza impegno”.
Infatti, siamo in quattro. Oltre alla guida, Rob, c’è un’altra coppia, di Roma, in viaggio di nozze (io e Lucilla abbiamo fatto perdere a Rob una scommessa con il suo capo, perché pensava che saremmo stati anche noi in luna di miele).
Come il bus parte e inizia a dirigersi verso l’autostrada, scopriamo che il buon Rob ha intenzione di parlare e descriverci tutto. Gli altri due sono seduti più dietro, Lucilla si mette a leggere la guida… chi resta a farsi carico del contatto umano? Esatto, io. Hurrah.


Abbozzo una conversazione sui camion che si vedono in autostrada, che sono quello che a lui descrivo come “modello americano” ma che qui possiamo chiamare tranquillamente “come Commander” (o Optimus Prime, per i più giovani o gli amanti dei nomi originali). Il suo “ah, ma se andrete nel bush ne vedrai di enormi” qualche giorno dopo si rivelerà assolutamente corretto, del tipo che Fury Road, se vivi in Australia, è praticamente un film neorealista.
Comunque, mentre il traffico in entrata su Melbourne è una coda immobile (me lo spiegherà poi mio fratello: la gente che lavora nella city vuole vivere nei sobborghi, quindi poi passa le mattinate in coda per entrare in centro) noi arriviamo alla prima sosta in autogrill, dove mi scontro frontalmente con la mia incapacità di ordinare correttamente bevande a base di caffè in un Paese anglosassone. Volevo ordinare un caffelatte con molto più latte che caffè per Lucilla e finisce che le arriva praticamente un espresso macchiato. Comunque intanto che aspettiamo, prendo nota del fatto che in un autogrill tra Melbourne e il nulla ci si prende cura della macchina del caffè molto più che nel bar medio italiano. Infatti ci mettono una vita per ciascun caffè.
Ripartiti, con l’auto fiancheggiamo pascoli e fattorie; per la prima volta vedo del Black Angus vivo. Intanto, Rob tiene una lezione sulle catene montuose australiane e su perché molte montagne da lontano sembrino blu, da quelle parti (è colpa dell’eucalipto, che rilascia dei gas che reagiscono così con la luce).
Poi finalmente arriviamo alla prima sosta di avvistamento animali.

Esistono davvero.

Esistono davvero.

"io me la squaglio. BOING BOING BOING"

“io me la squaglio” (BOING BOING BOING)

Prima di scendere, ci spiega che è importantissimo non parlare, una volta che saremo fuori, perché rischia di fare scappare gli animali. Quindi, cammineremo in fila indiana, con lui in testa che ci farà segno di fermarci, di andare avanti o di guardare qualcosa.
Ok. La cosa fa un po’ ridere, però in effetti funziona. Siamo sulle rive di una zona paludosa, poco lontano dalla strada. Dall’altra parte dell’acqua, a una cinquantina di metri da noi, c’è un branco di canguri. Fanno avanti e indietro saltellando, si raggruppano e ci fissano, poi saltellano via di nuovo. Saranno gli unici canguri (intesi come quelli grandi, non i wallaby) che riusciremo a vedere in tutto il viaggio e sono senza dubbio uno spettacolo.

G'DAY MATES!

G’DAY MATES!

Allegriaaa!

Allegriaaa!

Ripresa la macchina dopo una spiegazione del comportamento a cui abbiamo assistito, Rob ci porta all’utima località della terraferma prima del ponte per Phillip Island: San Remo. Purtroppo non c’è la statua di Mike Bongiorno e nemmeno il teatro Ariston. E non si vedono nemmeno le razze dal pontile, come sperava.
In compenso, ci fermiamo a mangiare fish and chips in un posto sulla spiaggia, assediati dai gabbiani (e per fortuna non è l’ora in cui la pescheria getta ai cormorani gli scarti del pesce).
E poi via sull’isola. Missione koala.

"I'm so tired, I haven't slept a wink"

“I’m so tired, I haven’t slept a wink”

Io quando ti portano a vedere gli animali ho sempre questo pessimismo del tipo “eh sì, figurati se li vediamo davvero, al massimo da lontanissimo”. A Phillip Island però c’è questa zona recintata dove tengono dei koala separati dal resto dell’isola per aiutarli a riprodursi e proteggerli dalle malattie, quindi si gioca facile.
La vista del primo koala, addormentato come da manuale incastrato tra i rami, strappa un coro di “aaawww” liquefatti. C’è poco da fare: il koala è un animale assurdo che dimostra come l’evoluzione non sia la sopravvivenza del più forte ma quella del più adatto: si può nutrire di un solo cibo che è pure parzialmente tossico per lui, trascorre tipo 20 ore su 24 addormentato per digerirlo; ma siccome è l’unico a mangiare quel cibo e non ha mai avuto grossi problemi con i predatori, ha proliferato tranquillamente fino ai giorni nostri. Passiamo credo un’ora a ciondolare lungo le passerelle di legno, avvistando koala, tutti regolarmente addormentati. Ne vediamo giusto uno che, sveglio, sta cercando di raggiungere un ciuffo di foglie. Poi di colpo si ferma, arretra un poco fino a un punto comodo dell’albero, china la testa e si addormenta. Modello di vita.

"I'm only sleeping"

“I’m only sleeping”

"mmm... ancora cinque minuti, dai"

“mmm… ancora cinque minuti, dai”

La smetto con le foto dei koala che già mi sta venendo voglia di andare a dormire pure io.
A un certo punto Rob cerca di attirare la nostra attenzione su un punto da cui si possono osservare diverse specie di uccelli. Invano. Chissenefrega degli uccelli quando hai i koala.
O i wallaby, che sono i canguri di taglia più piccola. Quelli che ti fanno capire quanto i canguri siano, in sintesi, dei topi. Un po’ particolari, ma pur sempre dei grossi topi.

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esempio di wallaby

Esaurito il tempo per i koala, Rob ci conduce in bus a un’altra passeggiata nel bosco, sempre in silenzio e con questi gesti da SWAT durante un’irruzione per segnalare altri animali (molto bello quello per indicare il wallaby) a un posto da birdwatching sulle rive di un grosso stagno. “Beh, oggi è questa la vista dal mio ufficio,” dice mentre siamo affacciati a questo capanno a guardare passarci davanti mezza ornitologia australiana.

Un'inedita collaborazione tra H.R. Giger e Carl Barks ha prodotto queste pigne niente niente inquietanti

Un’inedita collaborazione tra H.R. Giger e Carl Barks ha prodotto queste pigne niente niente inquietanti

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E poi finalmente, dopo una breve sosta a una delle estremità dell’isola, dove già alcuni pinguini sono al sicuro nelle loro tane, con l’avvicinarsi del calare del sole è il momento dei pinguini.

Questo aveva preso ferie

Questo aveva preso ferie

Parentesi storica: prima dell’arrivo degli inglesi, tutta la costa di Melbourne e dintorni traboccava di animali marini. C’erano foche, pinguini e abbastanza balene di passaggio da rendere rischiosa la navigazione delle imbarcazioni più piccole nei passaggi più stretti in certi periodi dell’anno. Poi un po’ la caccia e un po’ l’introduzione di altri animali hanno sfoltito la popolazione.

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Tra parentesi, la data di estinzione della colonia

Tra parentesi, la data di estinzione della colonia

Phillip Island, in particolare, aveva un sacco di colonie di pinguini, più o meno una per ogni baia dell’isola. Attorno agli anni sessanta, ne era rimasta una sola, quella che c’è ancora oggi, minacciatissima: per rientrare alle loro tane dovevano attraversare una strada trafficata, c’erano case vicine alle tane (e quindi animali domestici come gatti e cani che si mangiavano uova e pinguini), chi andava ad assistere al ritorno a casa dei pinguini lo faceva letteralmente camminando in mezzo a loro, distruggendo tane, ecc. Alla fine sono stati presi dei rimedi: lo Stato ha ricomprato i terreni su cui sorgevano le case e le ha demolite; la strada viene chiusa dopo il tramonto; sono state costruite tribune e passerelle sopraelevate da cui osservare gli animali. E la cosa ha funzionato.
Di conseguenza, andare a vedere i pinguini è un’esperienza molto regolamentata: si paga un biglietto, si devono rispettare alcuni divieti. Tipo non portarti a casa i pinguini e non fare foto e video.

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Mentre sei su questa gradinata in faccia al mare, ti spiegano questa cosa. E se sei una persona normale, te ne stai. Tanto belle foto dei pinguini si trovano e in più così puoi goderti lo spettacolo senza la preoccupazione di beccare il momento migliore per scattare (e magari farlo mentre trecento persone sgomitano per fare la stessa cosa). Se sei i due padri di famiglia cinquantenni italiani e scoglionati seduti davanti a noi, la cosa improvvisamente ti svolta la giornata, perché diventa una sfida e qualcosa da raccontare al ritorno (“Eh eh, non si potevano fare foto, ma io…”).
Comunque. Mentre c’è uno dei ranger del parco che è sulla battigia a spiegare queste cose, il primo pinguino, solitario, approda sulla spiaggia, con l’aria di chi capisce bene che cosa ci faccia lì. Il ranger si ritira in buon ordine e lascia il palcoscenico alla star. Da quel momento, lungo tutta la spiaggia, arrivano orde di questi pinguini alti suppergiù due mele o poco più, a gruppetti scaraventati sul bagnasciuga dalle onde. Si guardano attorno, aspettano di essere un po’ (è più sicuro essere in gruppo, perché così diminuiscono le possibilità di essere presi da un predatore) e poi, ancheggiando, si dirigono verso l’interno.

"Ci siamo tutti? Lo Zoppo è arrivato? Zoppo ci sei? Mi raccomando, prenditi il tuo tempo, non sforzarti. Al tuo passo, eh. Tranquillo."

“Ci siamo tutti? Lo Zoppo è arrivato? Zoppo ci sei? Mi raccomando, prenditi il tuo tempo, non sforzarti. Al tuo passo, eh. Tranquillo.”

A un certo punto, uno dei due signori seduti davanti a noi, tutto accartocciato su se stesso come quando si copia a scuola, si illumina di quella tonalità azzurrina da “sto facendo una foto”. Dall’alto piomba un “oh man, come on!”. Colto sul fatto, poco ci manca che lo inghiotta, il telefonino. Poco dopo tocca al socio.
Finito lo spettacolo degli sbarchi, la seconda parte della caccia al pinguino si svolge sulle passerelle che fanno verso l’interno, dalle quali — lottando con orde di cinesi rumorosissimi e con un’attitudine spiccata allo spintonamento che me li fa sentire fratelli d’Oriente — si possono vedere i bestioli che ciondolano verso i loro rifugi.
Prima di tornare a svenire sul pullmino tornando a Melbourne, notiamo i cartelli del parcheggio, che ti avvisano di controllare sotto la macchina che non ci siano pinguini, prima di partire.

SUL SERIO

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1 Commento

Archiviato in australia, viaggio

Una risposta a “Australia, 2. Pinguiiini.

  1. Mari

    Il Koala come modus vivendi! :-D Un bel fuck agli italici idioti!

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