Webeti

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Lo screenshot viene dalla pagina FB “Enrico Mentana blasta lagggente!!!”

Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale mercoledì è il primo grande evento tragico che colpisce l’Italia da quando la grande macchina della costruzione di menzogne a scopo pubblicitario e politico su internet si è imposta come modello di creazione dell’opinione popolare. Il terremoto emiliano del 2012 arrivò quando questo processo era ancora in fieri e il livello delle sciocchezze rimase circoscritto (anche se certo, la convinzione che ci fosse qualcosa di strano perché l’Emilia non è terra sismica e quindi il terremoto doveva essere colpa di qualcuno tenne parecchio banco).
Da anni, una quantità imprecisata ma non trascurabile di italiani si è riversata sul web senza avere gli strumenti per sapere distinguere un sito di notizie affidabile da uno che sfrutta titoli a effetto e mezze verità per raccontare menzogne.
Il risultato di questo processo è in questi giorni terribilmente sotto gli occhi di tutti. Ed è fatto di “immigrati in albergo a cinque stelle italiani nelle tendopoli”, “hanno abbassato la magnitudo per non pagare i danni”, “Putin manda 10.000 uomini ad Amatrice”, “Destiniamo il jackpot del Superenalotto ai terremotati”.
Il fatto che quest’ultima idea, infattibile per un sacco di motivi, sia stata addirittura rilanciata da un partito, Fratelli d’Italia, la dice lunga su quale sia lo stato delle cose.

Enrico Mentana, che da qualche settimana si è messo a rispondere a tono ai commentatori più sciocchi su Facebook, ha coniato un neologismo semplice ma efficace, per indicare queste persone: webete.
È vero che la diffusione di stronzate ha trovato sicuramente terreno fertile in un Paese che già da decenni si era abituato a un’informazione prevalentemente televisiva e prevalentemente pessima. Ma il particolare intreccio di ignoranza, aggressività, populismo becero, ripetizione a pappagallo di notizie false prese da fonti improbabili è una mutazione che è completamente figlia di un ecosistema informativo nuovo, che ha al centro il web.
Un sistema che produce quelli che tempo fa proponevo di chiamare gasparri, in onore di quello che del club dei webeti ha sicuramente la tessera numero uno.
Mi cito:

Ora, lungi da me difendere a spada tratta in toto il sistema dei media tradizionali, però questi hanno in potenza (e non sempre applicano) un meccanismo virtuoso, quello del gate keeping. I “guardia di porta” sono quelle figure che decidono che cosa viene messo in circolo nel sistema dell’informazione e cosa no. Dico che è potenzialmente virtuoso perché dei gate keeper illuminati, in un mondo ideale, applicando sia i criteri di notiziabilità sia le buone pratiche del giornalismo (tipo considerare vera una notizia solo se proviene da almeno tre fonti autonome), possono tenere pulito il flusso delle informazioni. Ovviamente questo modello ideale deve fare i conti con la realtà, con gli interessi economici e politici del mondo dell’informazione e tutto quanto; però sulla carta un sistema basato sulla limitatezza fisica del supporto (le pagine di un giornale, i minuti di un notiziario) è potenzialmente più virtuoso di uno basato sulla virtuale assenza di limiti fisici e barriere economiche all’entrata, che può invece fare affidamento solo sul buon senso dei suoi autori.

Non mi stupisce che sia gente del “vecchio media” a denunciare questa deriva: non per una questione di gap generazionale puro e semplice, ma proprio per una questione di metodo. Se ti sei formato in un mondo in cui fare informazione voleva dire seguire certe norme, questa anarchia deve sembrarti ancora più folle. Poi, certo, il mondo del giornalismo non ha fatto molto per evitare quello che gli stava arrivando addosso e forse non l’ha nemmeno visto arrivare.
Nel 2000 ho dato un esame di economia, a Scienze della Comunicazione. Un modulo era sull’economia dei quotidiani. Quelli cartacei. Come ha detto poi un mio amico “era come se stessimo studiando le carrozze mentre Ford progettava il Modello T”. Nel libro c’era giusto un ultimo capitoletto, svogliato, sulle “sfide del web” o qualcosa del genere. Ma diceva semplicemente una roba tipo “sì, cambierà un po’ il metodo di distribuzione, uno potrà farsi il giornale con le notizie che interessano a lui, ma il processo di costruzione dei contenuti resterà invariato”. Quindi è probabile che per anni gli economisti siano andati dagli editori a dire “tranquilli, stamperete un po’ meno e venderete degli abbonamenti digitali”.
Intanto, i cancelli venivano scardinati, i loro guardiani derisi e appesi per i pollici. Il contenuto sostituito dal titolo (un annoso problema anche della carta stampata, ma ormai portato a un’arte: spesso il click-baiting prevede un titolone sensazionale a cui non corrisponde poi un articolo altrettanto sensazionale. Per esempio, il titolo dei 10.000 uomini mandati da Putin rimanda poi a un articolo che riporta semplicemente il comunicato della Russia che si dichiara pronta ad aiutare l’Italia).
Ora che i buoi sono scappati e non sono manco più in vista, non possiamo fare altro che constatare quello che è successo. E combattere piccole scaramucce di retroguardia.
Sperando, una volta di più, che non succeda mai in Italia un attentato di qualsiasi tipo, perché in un contesto sociale di simile ignoranza e violenza latente diffusa, i postumi saranno ancora peggio dell’evento stesso.

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