Tommaso Labranca

Ho perso di vista Tommaso Labranca dopo Haiducii (Homo Homini Pitbull), del 2010. Da quello che vedo, da allora ha scritto per lo più biografie musicali.
Il che, temo non sia un bel biglietto da visita per l’editoria italiana: lasciare una mente del genere a compilare biografie da autogrill è davvero un delitto.

Labranca lo avevo scoperto, in colpevole ritardo, nel 1998, al primo anno di università. Una compagna di corso aveva prestato Charltron Hescon a una coinquilina della mia ragazza. Lei non lo lesse mai, io lo divorai.
Risi come un dannato sull’analisi di Prospettiva Nevskij, uno dei pezzi di comicità più formidabili che mi fosse capitato di leggere e mi innamorai di quel libro e dei suoi concetti.
Il cialtrone di Labranca, convinto che basti guardare un quadro per diventare colto, che lo stereotipo descriva il mondo senza alcuna imprecisione, era già cablato per condividere bufale su Facebook senza un’esitazione. E infatti.
Gli scrissi anche, dal mio primo indirizzo email, forse una delle prime mail che scrissi a qualcuno, per dirgli quanto mi fosse piaciuto il libro e contestare un’eccesso di ingenerosità nei confronti delle conoscenze della musica colta da parte dei Queen. Mi rispose (wow), tenendo la sua posizione ma ringraziandomi per la critica civile; aveva appena litigato, mi scrisse, con uno che se l’era presa per una roba che aveva scritto su Panorama su “quella testa di cazzo di Kurt Cobain”. Ritenni di non avere nulla da replicare (in fondo, Cobain era una testa di cazzo, altrimenti non saremmo qui a parlarne al passato).

La presenza di Labranca sul web è stata particolare, intensa e unica.
Credo che almeno un paio di volte, nel periodo in cui l’ho seguito, abbia cancellato tutto quello che aveva pubblicato fino a quel momento.
La sua ultima pagina web ufficiale era un gelido comunicato.

Non puoi essere triste davvero per qualcuno che non hai mai conosciuto e di cui non leggevi una parola nuova da anni.
Però Tommaso Labranca è stato un pezzettino importante del mio percorso di formazione, dell’imparare un certo modo di guardare certe cose e scriverne. Nella tesi ho fatto in modo di inserire una citazione di Chaltron Hescon, giusto per poterlo mettere in bibliografia. Nei miei primi passi da blogger, quel modo di guardare alla cultura popolare è stato uno dei punti di riferimento.
Due righe qui, oggi, mi sembravano più che doverose.

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