Australia, 4. Uluru e Kata Tjuta (Sabbia rossa e deserto)

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In fin dei conti, è solo un grande sasso.
Una grande pietra rossa dai contorni arrotondati e la cima più o meno piatta, piazzata in mezzo al niente. Centinaia di chilometri di pianura tutt’intorno. Ci sono delle spiegazioni geologiche per cui Uluru (il nome originale di quella che gli australiani chiamarono poi Ayers Rock) ha la forma che ha e non è stata sbriciolata dall’erosione come tutto quello che doveva starle attorno (a eccezione del complesso di Kata Tjuta, di cui diremo più avanti), ma in fin dei conti ci interessano poco.
Quello che conta è il risultato, una bizzarria del caso che ha dotato l’Australia di una delle formazioni naturali più riconoscibili al mondo, giustamente considerata dai suoi primi abitanti un luogo ancora più “sacro” e importante di molti altri.
Solo un grosso sasso?
 Certo, ma a tutti piacciono le cose grosse.

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Se sei stato fortunato con l’assegnazione dei posti in aereo, Uluru la vedi già bene quando stai per atterrare a Yulara, il minuscolo aeroporto che si trova lì vicino e che in pratica serve solo a scaricare lì i turisti dal resto dell’Australia. L’altra via per arrivare a Uluru è, ovviamente, via terra; la città più vicina è Alice Springs, appena cinque ore di macchina (ma volendo c’è tutto un giro da fare visitando altre cose prima di arrivare a Uluru; giro che noi faremo al contrario, più o meno). 
Dall’alto, la pietra spicca in mezzo a una distesa di arbusti e sabbia, la stessa che ti ha accompagnato per le ore di volo precedenti.
Come atterri, compaiono i bushman hat, i cappelli un po’ da cowboy un po’ da Mister Crocodile Dundee tipici dell’Australia. Sembra che tutti ne avessero uno nella borsa pronto da tirare fuori. Ovviamente, anche io ho il mio, che mi aveva portato Francesco dall’Australia tre anni fa e che non avevo mai avuto occasione di usare (avrebbe fatto un figurone nel tour Armenia-Georgia che avevamo progettato e che poi era saltato).

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L’uomo in nero fuggì nel deserto…

Intanto che aspetto i bagagli, Lucilla va al banco della Hertz per il noleggio della macchina. Prima di partire ci siamo fatti due calcoli e abbiamo deciso che la soluzione migliore fosse quella, invece di affidarci ai tour organizzati dal resort dove si trova l’albergo. Più libertà e un minimo di risparmio. Siamo un po’ preoccupati perché non abbiamo ben capito se ci vuole la patente internazionale o basti una traduzione certificata della patente; avendo deciso all’ultimo, abbiamo fatto a tempo a fare solo la seconda. Così, mentre aspetto, spio la faccia dell’impiegata cercando di intuire come stia andando. Sono già preparato a scenari apocalittici in cui ci viene negata la macchina e, di conseguenza, veniamo banditi dal territorio australiano per sempre (mi piace prepararmi al peggio). Invece va tutto bene. “Figurati,” mi dice Lucilla intanto che controlliamo che gli zaini siano ancora integri, “era italiana. Cioè, figlia di italiani, ma ha sempre vissuto qui. E’ diventata tipo la mia migliore amica. Ah, e la traduzione delle patente non serviva”. Ciao, 40 euro.

#Stai Sereno

#Stai Sereno

La macchina è un rombante Qashqai bianco. Che era la stessa che avevamo prenotato (una volta in Spagna avevamo prenotato un’utilitaria ma ci hanno dato un transatlantico con il quale fu divertentissimo girare per i paesini dei Paesi Baschi). Ovviamente ha il cambio automatico, che a me che non guido sembra la civiltà più assoluta, ma che non rende altrettanto felice Lucilla. 
In macchina riprendo il mio antico ruolo di navigatore e riesco a sbagliare la prima indicazione per l’uscita dal parcheggio. C’era una possibilità su due. Poi imbrocchiamo quella giusta, usciamo dall’aeroporto e ci dirigiamo verso Uluru.
Va tutto molto bene, a parte quando a Lucilla viene da scalare marcia e si trova al massimo il tasto per i finestrini a portata di mano destra e quando invece della freccia partono i tergicristalli (perché hanno quelle due levette sono ribaltate). Però, a parte una volta la sera, non sbagliamo mai corsia e arriviamo in men che non si dica alle porte del parco.
Già, perché Uluru e Kata Tjuta sono all’interno di un parco nazionale, nato per tutelarle meglio dopo anni di “facciamo un po’ come cazzo ci pare”, con motel e piste di atterraggio a ridosso delle pietre.

Vedo tutto attraverso

Vedo tutto attraverso

Si paga per entrare (25 dollari a persona; il biglietto vale per tre giorni) e a una certa ora ti cacciano fuori, perché non si può campeggiare nel parco.
Il punto di partenza consigliato per la visita consapevole del parco è il centro visitatori, che si trova poco dopo l’ingresso. Qui si trova una piccola mostra che spiega il significato di Uluru e Kata Tjuta per le popolazioni originarie della zona, oltre a strutture più materiali come una tavola calda, un negozio di souvenir e uno di arte aborigena. Noi ne approfittiamo più che altro per mangiare qualcosa, comprare un cappello per Lucilla e riempire d’acqua le borracce. Come dicono gli aborigeni, se vuoi sopravvivere da queste parti portati sempre dietro dell’acqua e bevi sempre dell’acqua. Noi siamo nell’inverno australe, quindi il caldo è tutto sommato sopportabile; in estate deve essere davvero l’inferno (un collega mi ha raccontato di avere iniziato il giro di Uluru alle 6 di mattina per trovare un po’ di fresco, perché alle 9 già si vetrificava la sabbia). Comunque riempiamo le borracce (l’acqua che si trova a Uluru è bevibile fino a che resta fresca; come si scalda un po’ il sapore di plastica dei serbatoi in cui è conservata diventa abbastanza insopportabile) e ci prepariamo a partire lungo il sentiero dal benaugurante nome di “Liru”, cioè quello del serpente malvagio della mitologia aborigena. Infatti, dopo pochi passi iniziamo a discutere: “Liru” è una camminata nel bush di 45 minuti ad andare e 45 minuti a tornare, che ti porta fino alla roccia. Il giro completo della roccia prende circa tre ore e mezzo. È già tardi e se facciamo tutto, concordiamo alla fine, rischiamo di perderci il tramonto dal punto di vista consigliato. Così risaliamo in macchina e puntiamo al parcheggio “Mala” per iniziare da lì il giro della pietra.

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“Mala” si trova esattamente in uno dei punti più controversi di Uluru: quello da cui parte la via più semplice per salire in cima.
Questa cosa dello scalare Uluru è messa giù abbastanza chiaramente dall’amministrazione del parco, che gestito congiuntamente dalle comunità aborigene e dallo Stato: non si dovrebbe salire. Uluru è considerato sacro e non andrebbe scalato se non (pare) in determinate occasioni da persone con piena consapevolezza del significato dell’ascesa (quale che sia; gli aborigeni sono piuttosto restii a raccontare nel dettaglio quanto riguarda la loro mitologia). Però, non c’è un vero e proprio divieto, se non in particolari circostanze climatiche (caldo, vento) e l’accesso alla pietra è libero. Di più: il primo tratto della salita è facilitato da una pratica catena (lo scorso autunno un tizio si è introdotto nel parco di notte e ha tagliato per protesta la catena). C’è solo un cartello che riporta le ragioni degli aborigeni, dà alcune avvertenze di ordine pratico. La gente arriva, lo legge e poi parte a scalare.

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Io non avevo neanche idea che Uluru si potesse scalare. E in tutta onestà mi sembra pure sciocco: che senso ha salire sull’unico punto di interesse nel raggio di centinaia di chilometri? Una volta su e vedi una distesa sterminata di nulla, che hai risolto? Tra l’altro la salita è pericolosa senza essere nemmeno particolarmente impegnativa, quindi pure l’aspetto della sfida ai propri limiti (come può essere la scalata dell’Everest, toh) va un po’ a farsi benedire. Inoltre, c’è l’aspetto “spirituale” della cosa. Capisco che da occidentali razionali dovremmo farci beffe delle credenze magiche e che qualche turbo-razionalista metterebbe una funivia per fare arrivare tutti in cima. Però quando della gente a cui “noi” abbiamo rubato le terre migliori, che abbiamo chiuso in dei ghetti regolamentati, ti chiede, per favore, un minimo di rispetto… credo che non salire su un sasso sia tutto sommato una limitazione accettabile della mia libertà di movimento. E invece, pare che ci siano persone per cui la scalata di Uluru è un obiettivo irrinunciabile, il fulcro di tutta l’esperienza se non della propria vita. Ci sono alcune targhe, sul lato nascosto a destra della salita, che ricordano persone – occidentali – che sono morte su Uluru, cadendo o per un malore, e tutte citano la scalata come il loro più grande desiderio.

Intermezzo: quando sfracellarsi giù da Uluru serve a qualcosa
Fu cercando il cadavere di un turista caduto che nel 1986 furono trovati in una tana di dingo – i cani selvatici del bush – gli abiti di una bambina, Azaria Chamberlain, di due mesi scomparsa anni prima da Uluru. I genitori erano stati processati e condannati per omicidio, ma avevano sempre sostenuto che il bambino fosse stato portato via dagli animali. A seguito della scoperta sono stati infine prosciolti da tutte le accuse. È uno dei casi di cronaca nera più famosi dell’Australia, da cui è anche stato tratto un film per cui Meryl Streep è stata candidata all’Oscar (interpretava Uluru) (no, non è vero, ma ne sarebbe capace).

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Che poi, se devo dirla tutta, secondo me il tabù aborigeno della scalata di Uluru è molto semplice: arrivare in cima è rischioso e sostanzialmente inutile. Quindi cosa c’è di meglio per non perdere membri del gruppo in modo stupido che vietare un comportamento mettendolo sotto la protezione di un ordine superiore di cose, riservandolo solo a determinate circostanze?
Il pensiero “magico”, ci insegna l’antropologia, è solo una differente forma di razionalità, che a volte arriva per altre strade alle stesse conclusioni di quello “scientifico”.
Quindi, in pratica, se scali Uluru, non stai compiendo un atto di elevazione spirituale, non stai sfidando le sciocche superstizioni tribali degli indigeni, non stai compiendo uno sforzo sovraumano: stai facendo una cosa stupida che da decine di migliaia di anni cercano di impedire ai ragazzini stupidi.
Complimenti, fatti una bella foto, quando sei in cima.
Bene.

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Ciò detto, la camminata attorno a Uluru dovrebbe bastare e avanzare come esperienza sensoriale per un paio di vite. Visto da vicino (e in alcuni punti toccato), il monolite è vivo, la sua superficie marcata dall’erosione, dalle tracce nere dei microrganismi che vivono dove, dopo la pioggia, scorre l’acqua. È imponente, in alcuni punti il sentiero arriva così vicino che non solo si può toccare ma che la pietra occupa tutto il campo visivo. Dove offre più riparo dal sole, la roccia ha permesso la nascita di un piccolo boschetto, che risuona del canto degli uccelli. Ai suoi piedi si trovano pozze d’acque e ripari dal sole, spazi usati ritualmente secondo una rigida divisione (quelli per gli anziani, quelli per gli uomini adulti, quelli per le donne, quelli dove si insegnava ai giovani come sopravvivere nel bush). Non sorprende che un luogo così straordinario sia stato considerato speciale: offriva cibo, riparo, acqua, è facilmente visibile da una grande distanza…
E poi, è effettivamente speciale: per le sue dimensioni, per come il colore della pietra cambia al variare della luce, per come il vento lo attraversa. Non abbiamo avuto la fortuna di vedere l’acqua scendere dalla roccia in cascate, ma deve essere uno spettacolo straordinario.

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Un’altra magia è che ci aspettavamo di trovare orde di altri visitatori e invece il grosso si concentra attorno ai parcheggi, che sono in prossimità di alcuni dei punti più scenografici di Ayers Rock. Lì abbiamo incontrato diversi gruppi con le guide (ad avere tempo, prenotare una visita guidata può essere interessante per sentirsi raccontare i miti che riguardano le diverse zona della roccia). Facendo il giro completo, abbiamo trovato diversi tratti nei quali eravamo completamente soli: da un lato la roccia, dall’altro una distesa sterminata di arbusti, a perdita d’occhio. Una solitudine che ti fa sentire un po’ meno turista e un po’ più viaggiatore, anche se sei in una delle attrazioni turistiche più famose al mondo (una di quelle robe “da viaggio di nozze”). Invece, la compagnia più assidua è quella delle mosche: ce ne sono parecchie, sono insistenti e moleste proprio come delle mosche. Ci diranno poi che siamo fortunati perché in estate ce ne sono molte di più e che il gesto di agitarsi un braccio attorno alla faccia per scacciarle è noto come “saluto del bush”.

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Facendo il giro completo, ci si imbatte anche in alcuni cartelli che ti chiedono di non fotografare nulla a destra, o a sinistra, dipende da che lato stai facendo il giro, del cartello, fino a nuovo ordine. Si tratta di zone di particolare significato, il cui accesso è solitamente proibito ai non iniziati o agli uomini o alle donne. Chiedendo di non fare foto, si evita che chi non deve avere accesso a quelle parti possa comunque per caso imbattersi nelle loro immagini.
Comunque, il giro completo di Uluru, almeno in inverno, non è un’ammazzata: è tutto in piano, una buona parte è in ombra. Si possono anche noleggiare delle biciclette, per farlo; a naso, però, si tratta di dei mostri pesantissimi che fanno faticare molto più che a camminare.

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Il saluto finale a Uluru lo diamo dalla postazione consigliata per vedere il tramonto. Tramonto e alba sono due momenti chiave per osservare Uluru, perché si può osservare la roccia prendere un colore rosso vivo (e un attimo dopo diventare quasi viola e poi marron). Scattiamo tipo seimila foto in dieci minuti (io tento anche un time lapse con il telefono, ma in assenza di cavalletto mi annoio dopo pochissimo), arrivando all’infamata di copiare le impostazioni della Nikon di una signora giapponese per avere i risultati migliori.

Poi decidiamo che siamo la giornata è stata lunga abbastanza è che è ora di andare verso l’albergo. Abbiamo un attimo di panico con la macchina, perché quando ripartiamo va subito su di giri senza prendere velocità. Ci fermiamo a bordo strada, io do consigli fondamentali tipo “non è che è perché hai acceso le luci?” (sta facendo buio a velocità della luce) (ops). Poi scopriamo l’arcano: mentre la macchina di Francesco aveva le marce ridotte segnate a fianco della leva del cambio, questa no. Oltre “D” ci sono altri due scatti del selettore del cambio che non sono indicati in nessun modo. Quindi stavamo andando in piano con la ridotta. Felici dello scampato pericolo, puntiamo verso l’Ayers Rock Resort.

Mi ha fatto molto ridere (credo fosse un'auto a noleggio)

Mi ha fatto molto ridere (credo fosse un’auto a noleggio)

Ora.
Dimenticate tutto quello che ho detto prima sul non sentirsi quasi dei turisti.
Tutta l’accoglienza turistica per Ayers Rock è concentrata attorno a un grande anello di asfalto a una decina di minuti dall’ingresso del parco. Qui trovano spazio un campeggio, un hotel medio, una specie di ostello, un hotel più fighetto, un supermarket, negozi di souvenir, una piscina, il distributore di benzina e diversi ristoranti. Noi siamo alloggiati all’ostello, il che vuol dire uno stanzone misero e spoglio con due letti a castello in ferro (ma comunque abbiamo tutta la stanza per noi). Siamo di colpo stanchissimi e non abbiamo voglia di prendere la macchina per andare dall’altra parte dell’anello dove ci sono opzioni migliori per mangiare, perché per parcheggiare abbiamo già dovuto scrivere curiose fanfiction sulla vita sessuale di alcuni nomi importanti del calendario gregoriano. Quindi la scelta che abbiamo si riduce al barbecue fai da te (vai al bancone, compri la carne che preferisci, te la cuoci da solo su una piastra, metti insieme il contorno a buffet, vai da qualche parte a mangiare tutto) e il fast food (hamburger, pizze, fritti). Visto che il barbecue costa comunque come una cena al ristorante (e con il rischio di sbagliare pure a cuocere la carne) puntiamo sul fast food.
L’ambiente è un po’ quello di un villaggio vacanze trapiantato a forza in un posto che non c’entra nulla. C’è un pub, sotto una tettoia, che offre la musica dal vivo di un chitarrista (in gamba, per altro). E tipo tutta l’umanità del mondo in vacanza, in coda per prendere la carne, in coda per grigliarla al barbecue, in coda per i contorni, in cerca di un posto per sedersi. Un gran casino. Il confronto con il silenzio di Uluru, così vicino eppure già lontano anni luce, è schiacciante. In più, venendo dall’estate, i nostri organismi sono ancora abituati che quando fa buio è molto tardi ed è ora di spegnersi. Qui fa buio alle 19.30. Va a finire che siamo così stanchi che quando ordiniamo gli hamburger non ci accorgiamo neanche che quello di Lucilla, al bacon, non prevede la “svizzera”, ma solo il bacon (per uno di quei curiosi slittamenti semantici legati al cibo che sono una delle cose più belle del mondo, quello che gli australiani chiamano “bacon” è molto più simile a quello che noi chiamiamo “prosciutto di Praga” che a qualsivoglia forma di pancetta). Ce ne accorgiamo solo un istante prima di andare a protestare per la dimenticanza dell’hamburger nell’hamburger. Quando vado a ordinare una birra, mi chiedono la chiave della stanza, non per segnarmela sul conto ma perché non puoi ordinare alcolici se non sei cliente del resort (credo che abbia a che fare con le limitazioni sulla vendita dell’alcol agli aborigeni).
È tutto molto strano. E non piacevole.

In compenso hanno questi fighissimi piccioni con la cresta

In compenso hanno questi fighissimi piccioni con la cresta

Ce ne andiamo a letto, dopo avere abortito l’idea di provare ad andare a vedere un’installazione di luci nella piana di Uluru, che il giorno dopo si preannuncia lungo.
Il piano è: facciamo colazione dall’altra parte del resort, andiamo a fare dei giri a Kata Tjuta, torniamo indietro, facciamo benzina alla macchina, la restituiamo alla Hertz e aspettiamo che Amy e Francesco arrivino da Alice Springs con la 4×4 e l’attrezzatura da campeggio per i tre giorni seguenti.
Il piano inizia malissimo, perché andiamo a fare colazione alle 7.30 e il bar non apre prima delle 8. Scrivendo un altro capitolo delle avventure degli eroi del calendario, andiamo allora a fare colazione al centro visitatori del parco, dove alla cassa c’è un ragazzo che sembra il ragazzo che fa il commesso ovunque nelle puntate dei Simpson. Che sta ancora dormendo fortissimo. Non mi sento di biasimarlo neanche troppo, poveraccio, però arriviamo al punto che sono io a dovergli dire quanto mi deve dare di resto (e non ho il coraggio di dirgli che il latte, nel flat white, dovrebbe essere un po’ più caldo di così).
Va beh.

Kata Tjuta da Uluru

Kata Tjuta da Uluru

Per fortuna Kata Tjuta ci aiuta a dimenticare il drammatico fallimento del primo punto del piano.
Kata Tjuta (che io pronuncerò per giorni Kata Tuia) è un gruppo di formazioni rocciose tondeggianti, per la precisione 36, che ingiustamente non sono famose come Uluru. Certo, sono una cosa un po’ più classica, perché nel loro insieme è come formassero un gruppo di colline, ma anche qui si è davanti a uno spettacolo non indifferente.

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Ci sono due giri, in particolare, da fare alle Kata Tjuta; noi facciamo metà del primo, che la seconda metà ci porterebbe via troppo tempo (e anche perché c’è un vento impietoso – non a caso si chiama Valle dei Venti, quel punto), e tutto il secondo, un sentiero che porta in mezzo a due delle rocce, Walpa Gorge, dove si trova abbastanza acqua da avere permesso la nascita di un boschetto.

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Ad avere avuto più tempo, Kata Tjuta avrebbe meritato un giro più approfondito. Ci rimane un po’ di amaro in bocca, ma anche la soddisfazione di esserci trovati in due posti straordinari.
Torniamo al resort, salutiamo la macchina e ci sediamo ad aspettare Amy e Francesco.
Che, puntuali, arrivano con LA BESTIA.

Attrezzatura da campeggio ne abbiamo?

Attrezzatura da campeggio ne abbiamo?

"Sicuri di non avere bisogno di una mano? Vi traino? Vi offro da bere?"

“Sicuri di non avere bisogno di una mano? Vi traino? Vi offro da bere?”

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2 commenti

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2 risposte a “Australia, 4. Uluru e Kata Tjuta (Sabbia rossa e deserto)

  1. Gli euro erano 57.
    Uluru è uno dei posti più belli dell’universo.
    E si, menomale che wolf creek lo abbiamo visto solo dopo essere tornati.

    Ps dopo aver riconsegnato la macchina tra le bestemmie, il cambio automatico non era poi così male a ripensarci.

  2. Mari

    Uuuhhh che ricordo quello del barbecue fai da te!! C’era una coppia di simpatici romani, in viaggio di nozze, che continuavano a dileggiare il caffè (ahòòò, e che è caffè questo?) per poi finire la serata con questo bellissimo progetto “AHO’ UN MEGABARBECUE DAVANTI AR COLOSSEO! SAI CHE FIGATA AHO’!”
    :) :)

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