Australia, 5. Andiam, andiam, andiamo a campeggiar

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Toyota Landcruiser.
Quattro posti.
Cassone aperto.
Quattro ruote motrici.
Snorkel per non fare entrare acqua nel motore durante i guadi.
Bullbar per i canguri o altre bestie.
Se fossi Alan D. Altieri ora trovereste un sacco di dati tecnici sulla potenza del motore e altre cose così; ma siccome non ho trovato il modello preciso della macchina con cui Amy e Francesco si sono presentati all’Ayers Rock Resort tocca fare senza.
La macchina serve per il tour di tre notti nel Red Centre Way, la zona a sud di Alice Springs dove, oltre a Uluru, si trovano diverse meraviglie geologiche (in breve, l’Australia è praticamente un porno per geologi).
Prima di partire, saluto la civiltà entrando in shopping spree di calamite nel negozio del resort e giro un video della tristissima fontana che fa andare l’acqua in senso anti-orario per fare contenti tutti quelli che si domandano se davvero l’acqua nei lavandini nell’emisfero australe gira in senso opposto rispetto a qua (no, è una mezza leggenda urbana)

Red_Centre_Way_Map

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Il nostro equipaggiamento consiste in:

  • fondamentale frigo portatile con dentro tre blocchi di ghiaccio da 3kg l’uno;
  • swag, i fondamentali rotoli-letto con materassino incorporati, caldissimi e tendenzialmente impermeabili;
  • pentola in ghisa;
  • padella in ghisa;
  • fornelletto a gas;
  • pentolino per l’acqua;
  • moka;
  • piatti e posate;
  • un sacco di acqua potabile;
  • tanica di benzina per le emergenze;
  • pala grande;
  • toilette portatile costituita da una piccola pala pieghevole;
  • cibo vario, di cui si dirà più avanti;
  • due torce a led da impugnare;
  • due torce a led con fascia elastica per fissarle in fronte;
  • tavolo;
  • quattro sedie con braccioli e buco reggi-vivande;
  • macchina fotografica 360° (di Francesco, modello Ricoh Theta S)
  • varie ed eventuali.
eventuali

eventuali

Quella di oggi, visto che Amy e Fra hanno guidato per quasi sei ore per venirci a prendere è più che altro una tappa di avvicinamento a King’s Canyon.

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Facciamo una prima tappa a Curtin Springs, che altro non è una grande stazione di servizio con pub, tavola calda, campeggio e altre amenità, da cui partono vari tour alle attrazioni della zona. È l’interfaccia commerciale, per così dire, un ranch di 4.164 kmq (quasi 600 campi da calcio, per dirla nell’unità di misura ufficiale del giornalismo italiano).

L'emu c'era davvero.

L’emu c’era davvero.

Ci fermiamo nel parcheggio per preparare un rapido pasto del viaggiatore (una piadina sottile da arrotolare con avocado, pomodoro e formaggio) e subito riusciamo a fare un danno. Anzi due. Il primo è che il tappo del frigo che permette di scolare l’acqua che forma il ghiaccio sciogliendosi è rimasto aperto, quindi si è bagnata un po’ di roba nel cassone. Il secondo è che in qualche modo riesco a rompere il tappo avvitabile con il rubinetto di una delle taniche dell’acqua. È quella dell’acqua per lavare (che è pur sempre potabile ma meno buona dell’altra che abbiamo) quindi non è un grandissimo danno. Però è una rottura di cazzo. Prima con Fra proviamo a vedere se il negozio ha un tappo del genere, invano. Allora scatta il momento McGyver. “Prova un po’ a vedere se la plastica si scioglie, che saldiamo così la frattura,” dico.
Oh, funziona. Non solo: reggerà per tutti e tre i giorni, compresa una caduta della tanica dal cassone durante una salita (poi ci arriviamo).

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Mount Conner è una montagna piatta alta circa trecento metri, che si trova poco distante da Curtin Springs e che si vede molto bene dalla strada. Ha uno status molto particolare perché in molti, venendo da Alice Springs, si fermano a fotografarla convinti che si tratti di Ayers Rock, alla quale in effetti un po’ somiglia. Ma, una volta chiarito l’equivoco “non se la caga nessuno”, come ha detto correttamente Amy dimostrando che sta imparando le parti più importanti dell’italiano.
Tecnicamente, non ce lo caghiamo neppure noi, perché parcheggiamo sì al punto panoramico lungo la strada, ma voltiamo le spalle al bel monte e ci inerpichiamo su per la collinetta sabbiosa dall’altra parte della strada, seguendo la dritta ricevuta da un amico.
La dritta è un’ottima dritta, perché dalla cima alla collinetta, non cagando il povero monte Conner, ai nostri piedi si stende un grande lago, le cui acque riflettono il cielo grigiastro (dopo il sole del giorno prima, oggi il tempo non è dei migliori, nonostante faccia sempre caldo). Si tratta, ci è stato detto, di un lago salato, una propaggine dell’Amadeus Basin.

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Grande emozione, grande stupore, mentre ci incamminiamo lungo il sentiero che ci porta alle rive del lago. Io e Francesco dimostriamo di essere fratelli mettendo, tra lo scherno delle signore, tipo tre diversi segni per ricordare la via giusta all’unico bivio (in una situazione in cui basta tenersi il lago alle spalle per tornare alla macchina).
Quando però arriviamo giù… sorpresa.
Il lago è completamente asciutto. Quello che sembrava il riflesso delle nuvole sull’acqua è in realtà una distesa di sale.
A perdita d’occhio.

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Per capire le dimensioni della cosa, potete sbirciare dal satellite (se poi zoomate indietro tre o quattre volte, in alto a sinistra appare il lago Amadeus, che è davvero grosso).
Subito sotto al sale (buono, l’ho assaggiato) c’è uno strato fangoso che rende l’esperienza di camminare sul lago… curiosa, perché prima il piede rompe questa crosta croccante, poi affonda un po’ nella fanghiglia.

Fun with hats (in basso a destra, il vostro affezionato blogger)

Fun with hats (in basso a destra, il vostro affezionato blogger)

La tappa successiva è direttamente quella nel posto dove dormiremo.
“Ma andremo in dei campeggi?” avevo chiesto a Francesco quando mi aveva proposto questo giro.
“Campeggi?” avrebbe risposto se fosse più nerd, “dove stiamo andando non ci servono campeggi”.
Ed è esattamente così.
A un certo punto usciamo dalla strada in un’area di sosta con serbatoio per l’acqua e un paio di tavolini, scavalliamo una collinetta e… c’è solo l’imbarazzo della scelta per decidere dove fermarci a dormire.
È ancora abbastanza presto, ma va considerato che siamo tutti in giro dalla mattina presto e che fa buio presto. E con il buio non è per niente consigliato guidare nell’outback.
Non tanto perché poi arriva il tizio di Wolf Creek (che per fortuna io e Luci ancora non avevamo visto), ma perché le possibilità di trovarti animali che attraversano la strada tendono al 100%. E anche se abbiamo il bullbar che dovrebbe proteggere il radiatore, perché rischiare?
Quindi ci si accampa. Cosa che non ho mai fatto prima. O almeno non al di fuori di una partita a D&D. Ma lì era tutto molto più semplice.
Perché, per esempio, dobbiamo trovare un pezzo di legno grosso abbastanza da bruciare tutta la notte per tenerci caldo.
Ora, accendere il fuoco in Australia è ridicolmente facile: la legna secca piccola che si trova è così impregnata di resine che prende come se fosse cosparsa di benzina. Dimenticate tutte quelle menate di mettere la carta, soffiare… Basta veramente fare un mucchietto, buttarci dentro due o tre fiammiferi e… fuoco.
Il problema più grosso è quello di trovare della legna grossa, se non hai degli strumenti adatti a tagliarla. Già, perché alberi secchi ce ne sono quanti ne vuoi. E dai segni, l’australiano amante della vita all’aperto si porta dietro una fida motosega (o almeno un’accetta). Ma noi abbiamo solo una pala. Che non è il massimo per tagliare legna.
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Vado con Fra e la macchina a fare legna. Troviamo un po’ di legna di taglio medio ma non il pezzo grosso di cui abbiamo bisogno. Proviamo a chiedere un’accetta a un signore accampato lì vicino con la moglie (è un po’ troppo vicino a noi, un 70-80 metri, ben lontano dai 100 che prescriverebbe il galateo del bush), che ci risponde che ne aveva due ma il giorno prima ne ha rotta una e quindi non vuole rischiare di restare senza.
Siamo già rassegnati a dovere fare un altro lungo giro sulla strada per trovare qualche posto con il pezzo che ci serve, quando avvisto, tra il nostro campo e quello del signore, un mezzo tronco lungo più di un metro e mezzo spesso. Caricarlo sul retro del pickup non è semplicissimo ma alla fine l’uomo vince sul tronco.
Scarichiamo il bestio nel fuoco, sotto lo sguardo del nostro vicino che ci osserva mentre sorseggia l’amarissima tazza di tè della rosicata.

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Il tronco, il mattino dopo

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Il tronco, in azione (funziona anche da reggipadella)

Con tutta questa terra rossa attorno sembra di campeggiare al Roland Garros.
Con grande maestria, viene preparato quello che è un po’ il tipico piatto che ti aspetti di mangiare nel bush australiano: le orecchiette con i broccoli e le acciughe (un piatto che avrò mangiato dieci volte a dir tanto in tutta la mia vita). Lo scoglio maggiore è scolare la pasta senza un colino (e senza una schiumarola per pescare la pasta dalla pentola).
Alla fine, troviamo una soluzione a rischio ustioni multiple e perdita del cibo, che comprende la pala.
Vai con la sigla di McGyver.

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Archiviata la pratica cena, con annesso lavaggio piatti al buio, la giornata lunga (per me e Lucilla) o lunghissima (per Amy e Fra) inizia a farsi sentire. Così tiriamo giù dalla macchina gli swag e li srotoliamo accanto al fuoco.
Lo swag è, effettivamente, di grande comodità e tiene parecchio caldo.
È la prima volta da un sacco di tempo che non dormo all’aperto (cosa che a dire il vero devo avere fatto giusto due o tre volte), senza nemmeno una tenda. Per questo, nonostante la stanchezza, ci vuole un po’ per addormentarsi. Purtroppo è nuvolo (e comunque c’è una luna parecchio luminosa), quindi stelle non se ne vedono.
Però poi, poco a poco, inizi ad addormentarti.
Quando si alza il vento.
E senti una goccia. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Poi molte gocce.
Pic poc pic poc picpocpocpicpoc.
Cazzo, sta piovendo.
Io e Lucilla restiamo un po’ immobili nel nostro swag, aspettando di capire se sia il caso di preoccuparsi, cioè se Amy e Francesco, che sono più pratici di vita all’addiaccio, si preoccupano.
“Cazzo, piove,” dice Francesco uscendo dal suo swag. “Montiamo la tenda!”
Già, perché abbiamo anche un igloo da quattro posti, per le emergenze.
Igloo che scattiamo in quattro a montare. Al buio. Con il vento. Con la pioggia.
Nel giro di pochi minuti riusciamo a fare tutti gli errori che si fanno di solito quando si monta un igloo.
Il mio momento preferito è quando dobbiamo piantare i picchetti per tenere fermo il sopra tenda (che se non sta teso e separato dalla tenda sotto è un casino). “Fra, scusa, ma non abbiamo un martello?”
“No, tranquillo, tanto il terreno è sabbioso, andranno giù in un attimo!”
Ho un deja-vù che arriva direttamente al 1995, primo campeggio con gli amici. Esattamente come il campeggio della Secca, a Moneglia, anche qui il terreno è costituito da un paio di centimetri di sabbia ingannatrici che poggiano sulla roccia più dura della galassia (all’epoca cercammo di risolvere, per modo di dire, il problema, usando una padella come martello; il risultato fu una padella bombata al centro e dei vicini che impetositi ci prestarono il loro martello).
Alla fine non so bene come ma in qualche modo fissiamo ‘sto telo, legandolo dove capita.
Buttiamo dentro la tenda prima lo swag matrimoniale… e praticamente non ci sta più niente dentro.
“Va beh,” dicono Fra e Amy, “dormiteci voi, tanto lo swag è impermeabile e ha una specie di cappuccio.”
Ora.
Dormire in una tenda, mal fissata, mentre fuori soffia un vento tipo maestrale è un’esperienza piacevole, se hai desiderato sapere come si dorme nelle tele di un brigantino.
Tra scrosci di pioggia e folate di vento improvvise che ti prendono nel dormiveglia e pensi che la stoffa della tenda che ti si preme addosso possa essere qualche animale feroce che si è appoggiato lì fuori, trascorre la nostra prima, terribile e quasi insonne, notte all’aperto nell’outback australiano.

Poteva comunque andare anche peggio.

Poteva comunque andare anche peggio.

 

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