Australia, 6. Kings Canyon & Mereenie Loop Road.

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La cosa più brutale di Kings Canyon è la salita che dà il via alla passeggiata più lunga (e migliore) delle tre disponibili.
Del resto, c’è poco da fare. Se vuoi salire in cima a un canyon le cui pareti superano i cento metri, da qualche parte devi cominciare. I locali la chiamano “collina spaccacuori”, ma forse esagerano un po’.
La salita è ripida, ma fattibile. Magari con calma, ma fattibile.
Certo, noi la facciamo di mattina, in inverno e fa così fresco che io sono coperto come Totò e Peppino a Milano. D’estate deve essere ben più impegnativa.

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Ma una volta che arrivi in cima, ogni fatica è ripagata dal fatto che ciascun centimetro dei sei chilometri della passeggiata è una specie di campionario di tutte le cose strepitose che possono fare la giusta combinazione di sedimenti, pressione, erosione, se dai loro la giusta quantità di tempo.

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Ci sono pareti lisce come lavagne, cupole di roccia, tracce ondulate che sono il fossile del fondo di un mare scomparso. In fondo al canyon, poi, c’è una fonte, attorno alla quale c’è una vera e propria oasi lussureggiante.

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La passeggiata lungo il canyon è, tolta la salitaccia, piacevole. Gli unici ostacoli possono essere il vento, quasi incessante, e il terreno non sempre agevole. Non sono degli ostacoli, ma disturbano parecchio, gli elicotteri che a ciclo continuo sorvolano il canyon: sei in un posto che sembra una tavola di uno dei Tex migliori e hai un elicottero sopra la testa sempre, come a Genova nel luglio 2001.

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"per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?"

“per tutti i diavoli, che mi siano ancora alle costole?” (foto di Francesco)

Comunque, a poco a poco inizia a fare caldissimo e quando siamo tornati al parcheggio è ora di pranzo e siamo di nuovo tutti in maglietta. Consumiamo una nuova piadina del viaggiatore nel parcheggio, dove spiccano alcune buffe auto, decorate con personaggi dei fumetti, cartoni animati, ecc. Si tratta di una specie di corsa per beneficenza che tocca diverse località del Red Centre Way, e che ritroveremo poi il giorno dopo.

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Ora siamo un po’ di fretta perché per arrivare al campeggio dove vorremmo trascorrere la notte c’è da guidare parecchio. Quindi uscendo dal parcheggio quasi arrotiamo un tizio che ha parcheggiato male la moto.
Parte della fretta è dovuta al fatto che per arrivarci dobbiamo affrontare la Mereenie Loop Road, quasi 200 km di strada sterrata e che, ovviamente, dobbiamo arrivare a destinazione prima che faccia buio.
Per accedere alla Mereenie è necessario acquistare un pass, perché la strada attraversa il territorio di una “riserva” aborigena. Il costo del pass è più che altro simbolico (mi pare un paio di dollari a persona) e si può acquistare in uno degli ultimi avamposti di civiltà prima del nulla. Già che ci siamo, ci concediamo un pieno di benzina e un gelato. Nello stesso luogo tributo gli ultimi onori ai miei scarponcini da trekking, comprati quasi dieci anni prima da Decatholn per tipo 30 euro e usati sei o sette volte, che a Kings Canyon hanno decisamente esalato gli ultimi respiri, dimostrando di valere esattamente quanto li avevo pagati. Intono una solitaria marcia funebre mentre gli lascio cadere nel bidone della spazzatura e risaliamo in macchina.

Il Mereenie Loop è esattamente quello che viene promesso: una pista di terra battuta attraverso, più o meno, il nulla. Non ci si può fermare, non si può campeggiare. Ogni tanto qualche cartello ricorda di fare attenzione agli animali, al fondo dissestato, a qualsiasi cosa. Tutto sommato, su un 4×4 ben rialzato e ammortizzato, non si soffre nemmeno troppo. A parte che qualcosa nel cassone è fissato male e inizia a fare rumore. Ci fermiamo tre volte per trovare il problema, che non troviamo (poi capiamo che probabilmente sono le sedie, ma per sistemarle bisognerebbe risistemare tutto il carico).
Ci sono due incontri inquietanti, lungo la strada.
Il primo è con un “road train” che viene nella direzione opposta alla nostra. I road train sono camion con due o più rimorchi. Enormi, pesanti e veloci, avanzano come se fossero inarrestabili – cosa che, considerata l’inerzia è più o meno vera. Hanno dei bull bar che probabilmente il rendono immuni persino all’impatto con le mucche. Quando ne incontri uno che viene verso di te, quello che succede è questo:

WITNESS ME!

A video posted by Alessandro (@nipresa) on

Il secondo, più enigmatico, è un con un albero spoglio al bordo della strada, coperto di stracci svolazzanti nel vento.

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Ma, del resto, ai lati della strada è facile vedere cose abbandonate, soprattutto macchine; del resto, se da queste parte ti si guasta l’auto fai prima a tirare via tutto quello che può servire e lasciarla lì. C’è un documentario in quattro parti sui “meccanici del bush”, che mostra come ci si ingegni quando i pezzi di ricambio non sono molto facili da trovare.

Poi ci sono, ogni tanto, indicazioni per deviazioni, nomi di luoghi scritti a mano su cartelli di legno o bidoni di metallo prima di piste che si diramano dalla strada principale. Si tratta probabilmente di comunità aborigene, dove però, se ho ben capito, non è consentito accedere senza appositi permessi.
Così, semplicemente, andiamo avanti e avanti e avanti.
Fino a che non arriviamo alla deviazione per Palms Valley, la nostra meta.
Il cartello all’incrocio è parecchio terroristico, perché ricorda che la strada può essere percorsa solo con un 4×4 e che ci vogliono tre ore. Sulle prime andiamo un po’ nel panico perché tre ore vuol dire arrivare ben dopo il tramonto. Su una strada sterrata solo per fuoristrada. Poi leggiamo meglio e capiamo che le tre ore sono per andare e tornare, compresa la visita alla valle, mentre per l’area campeggio ci vuole molto meno.
Rinfrancati, ci rimettiamo in marcia.
Facciamo, pacatamente, legna nel letto del fiume come indicato, perché più avanti non si potrà più raccogliere niente (i parchi naturali australiani hanno delle regole abbastanza rigide). Anche questa volta ne usciamo vittoriosi.

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Sul tronco c’era una bestiaccia insettosa, del genere che Bear Grylls guarda libidinoso dicendo “questa ha un sacco di proteine”, prima di mangiarla come una sfogliatella. Noi ci siamo limitati a lasciarla cadere per terra.

La strada verso l’area campeggio non è particolarmente ostica. C’è un piccolo guado, un po’ di pendenze, ma niente di davvero impressionante.
Quando arriviamo alla meta, ci immaginiamo che sarà praticamente deserta. In fondo, chi vuoi che venga quassù per campeggiare, che poi ci devi arrivare con la jeep?
La risposta, molto semplice, è: un sacco di pensionati.
Ora, dovete sapere che se per noi il pensionato-tipo è l’umarell, l’anziano che passa le giornate a guardare i cantieri, in Australia c’è un’altra figura stereotipica di pensionato: il grey nomad, il nomade grigio.
In pratica, chi può permetterselo quando va in pensione compra una buona macchina e inizia a girare per il Paese. Quando serve, noleggia una buona roulotte e se la porta in posti come questo.
Che, appunto, è piena di gente che potrebbero essere i nostri genitori.
“Sono tutti vecchi,” dice con la voce della morte Francesco mentre cerchiamo un posto dove fermarci. “Tutti vecchi.”
A me, che ho letto di recente Doctor Sleep, il (bruttino) romanzo di King in cui una stirpe di (grossomodo) vampiri psichici si mescola proprio ai grey nomads americani viene persino un po’ di inquietudine.
Più seriamente, la delusione è un po’ quella di doversi trovare, nel mezzo del bush, in una situazione di forzata vicinanza con delle altre persone. Ma c’è poco da fare. Non possiamo raggiungere nessun altro posto. Si paga, sei dollari a testa, con un sistema commovente: si mettono i soldi in una busta su cui si scrivono i nomi delle persone per cui si paga, poi si strappa un talloncino dalla busta e lo si mette in macchina, mentre la busta va in una specie di buca delle lettere. Non c’è nessuno che controlli, almeno in pianta stabile, ma immagino che se passa il ranger a controllare e non ti trova in regola… probabilmente paghi come se avessi dormito al Four Seasons di Sydney.

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Comunque, il posto è bello: lì di fianco scorre un fiume, spazio ce n’è e persino dei bagni veri e propri.
L’unica menata è che per fare il fuoco bisogna usare necessariamente i “fire pit” comuni, dei braceri di metallo. Quello più vicino alla nostra piazzola è presidiato da un gruppetto di anziani. Per impressionarli abbiamo un piano in due fasi: la prima è presentarsi con il nostro mezzo tronco d’albero, per fare vedere che non è siamo proprio gli ultimi arrivati. Funziona abbastanza bene, infatti riusciamo anche a farci prestare una sega per tagliarlo in pezzi più gestibili.

"Taglia mo' bene, giovane"

“Taglia mo’ bene, giovane”

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La seconda, quando Francesco e Amy sono già diventati i migliori amici dei signori, è il nostro menu della sera: arrosto di agnello con patate dolci, zucca e noci macadama. Il tutto da cucinare nella pentola di ghisa in modalità “dutch oven“: butti tutto in pentola, metti la pentola nelle braci e copri di braci anche il coperchio. L’effetto è quello di cuocere in un forno.
Anche qui, il piano riesce alla grande. Quando innaffiamo con un po’ di vino rosso prima della cottura è facile cogliere persino un breve moto di ammirazione. Grazie a questo, riusciamo a farci prestare degli attrezzi per disossare e porzionare la bestia quando è pronta (io, nel frattempo, ho migliorato il mio karma regalando una birra al povero motociclista del parcheggio di Kings Canyon, che mi aveva chiesto se potessi vendergliene una. Il poveraccio, abbiamo scoperto più tardi, aveva fatto male i calcoli con la benzina e stava per rimanere a secco; era però riuscito a concordare la consegna di una tanica da parte di un camion di passaggio il giorno dopo, probabilmente pagandola come tutta l’operazione Enduring Freedom).
Certo, abbiamo un po’ carbonizzato il fondo della pentola e ci vorranno altri due giorni e almeno tre tecniche diverse per pulirla, ma va tutto bene.

Ovviamente, appena ci mettiamo a letto cade qualche goccia di pioggia. Ma questa notte la ignoriamo.
Durante la notte succedono un paio di cose.
La prima è che devo alzarmi per andare in bagno. Sono serenissimo, perché ci sono dei cartelli che ti avvertono che di notte potrebbero aggirarsi dei dingo (infatti abbiamo chiuso tutti i rifiuti in macchina, che il mattino dopo sa di abbacchio al forno, altro che Arbre Magique) e altri che ricordano di chiudere bene la luce in bagno perché la luce attira gli insetti, gli insetti attirano le rane e le rane attirano i serpenti. Inoltre, la luce a led che mi piazzo in testa dà a tutto quella tonalità livida e monocromatica che fa tanto film dell’orrore in soggettiva (found footage, per chi ha studiato). Però alla fine va tutto bene e torno sano a e salvo a letto.
La seconda è che a un certo punto, mentre mi rigiro, apro gli occhi e mi rendo conto che siamo in quel momento in cui: a. il cielo si è aperto; b. la luna è tramontata; c. il sole deve ancora sorgere. Il risultato è che sopra di me c’è una notte stellata pazzesca, che riesco a intuire anche senza occhiali. A quel punto, benché io stia praticamente dormendo, decido che è giusto che anche Lucilla la veda. A questo punto, il lettore si immagini la poveretta che si sente chiamare, nel sonno, da uno che, immobile e voce bassissima, le dice “apri gli occhi”. “Oddio c’è un dingo che vuole sbranarci,” mi dirà poi di avere pensato.
E invece.

Nella prossima puntata: the bloody Batman, mate.

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