Australia, 7. Palme, luterani, crateri, acqua, cammello e canguro.

Il risveglio, quando stavi dormendo beato e ti svegliano e per colazione c’è sì del caffè ma poco altro, può non essere il massimo.

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Specie se poi, mentre stai mettendo a posto le sedie per prepararsi alla partenza, finalmente (per modo di dire) ti trovi un ragno a pochi dalla mano. E sei l’unico della compagnia ad avere problemi con gli aracnidi e nessuno sembra condividere il tuo terrore.

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“Ah, ma è un cucciolo” dirà Amy.

Comunque, esaurito il caricamento della macchina, ci rimettiamo in marcia verso la prima meta della giornata, Palm Valley, che si trova al termine della strada. Dal campeggio in poi, in effetti, inizia la vera parte del percorso che richiede per forza non solo un 4×4 ma anche un minimo di dimestichezza con le pendenze e con l’arrampicarsi su delle rocce. Ma con grande tranquillità, Amy si mette alla guida della Bestia e ci porta senza grossi problemi a destinazione (c’è solo un momento in cui ci incliniamo un po’, ma ci rimettiamo subito in assetto).

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Palm Valley è un posto molto curioso, perché ospita una colonia di palme (specie Livistona mariae) che si trovano solo qui; la specie di palme più simile a questa vive a 850 km di distanza, nel Queensland. E nessuno ha ancora trovato una spiegazione sicura del perché. Per molto tempo, l’ipotesi più accreditata era che fossero una specie di fossile vivente di un’era in cui l’Australia centrale era più ricca d’acqua e verdeggiante. Ma nuovi studi basati sul patrimonio genetico avrebbero dimostrato che le palme si trovano nella valle “solo” da 30. 000 – 15.000 anni. La cosa buffa è che le leggende aborigene raccontano che i semi delle palme erano stati portati lì da “dèi venuti dal nord“, quindi vuol dire che da millenni i primi abitanti dell’Australia si sono tramandati la storia corretta.

C'è anche una terza via: i semi trasportati dai pellicani

C’è anche una terza via: i semi trasportati dai pellicani.

A ogni modo, Palm Valley si presenta come un altro canyon, con due pareti di roccia che circondano uno specchio d’acqua sulle cui sponde crescono sia le palme misteriose sia un’altra specie di palma, tipica della zona.
Il giro completo è molto semplice, molto piacevole (vista la stagione, è tutto fiorito) e si fa abbastanza fretta.

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Questi alberi dalla corteccia bianchissima sono quasi degli eucalipti (c’è tutto un dibattito nella comunità botanica) che si chiamano Ghost Gum Tree (Ghost perché pare che di notte la corteccia sia quasi fluorescente). Ho scoperto solo scrivendo poco fa che l’esemplare della foto qui sopra è anche presente nella pagina wikipedia dedicata alla specie. È un albero famoso.

Questo invece è un lucertolone che prende il sole, non credo sia famoso.

Questo invece è un lucertolone che prende il sole, non credo sia famoso.

Lasciata la valle, e rifatto il percorso da fuoristrada con qualche nuovo ostacolo (ma ritroviamo intatta la tanica di acqua già riparata artigianalmente il primo giorno, caduta dal cassone durante la salita), ci dirigiamo verso la seconda tappa: Hermannsburg, oggi comunità aborigena, un tempo sede di una missione luterana (il nome è quello della città della Bassa Sassonia dove avevano studiato i due missionari che la fondarono). Per chi ne sa, Hermannsburg è famosa per essere stata la città natale di Albert Namatjira, pittore aborigeno fondatore di una corrente pittorica di ispirazione occidentale, che si esprimeva per lo più in vedute ad acquarello dell’outback australiano.
Qui si possono fare alcune cose interessanti, come comprare dell’arte aborigena, per lo più nello stile del dot painting. Ma anche visitare i vecchi locali della missione. Nella caffetteria, in particolare, sostiene la Lonely Planet che si possa mangiare un ottimo strudel di mele. Visto che non ho avuto una vera colazione, entro immediatamente nella modalità “esigo lo strudel”. Ma senza dirlo. Lucilla, che ormai sa leggere bene il mio modo di guardarmi intorno, se ne accorge e fa in modo che io possa avere il mio strudel.
La cosa interessante è che Hermannsburg è anche la tappa finale di quella corsa di macchine strane che avevamo incrociato al Kings Canyon. Quindi la zona della missione si presenta più o meno così.

 

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Trovato Wally?

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Quindi, in pratica, succede questo: dentro alla caffetteria sei in una specie di casa tedesca di fine ottocento, mangi uno strudel tutto sommato passabile (se consideri dove ti trovi); fuori, c’è questa scena surreale di gente vestita da qualsiasi cosa che consegna regali a bambini aborigeni.

 

Gosse Bluff da lontano

Gosses Bluff da lontano

Racconta la leggenda che un gruppo di donne ballava nella Via Lattea, quando il figlio di una di queste, che era stato messo dalla madre in una cesta di legno, precipitò. Cadde sulla terra, si schiantò sulle rocce e le sollevò, creando un circolo di montagne, Tnorala.
Oggi, Tnorala è più conosciuto come Gosses Bluff e siamo abbastanza certi che si tratti di quello che resta del cratere di impatto di una cometa che si è schiantata lì circa 140 milioni di anni fa. Esisteva probabilmente un secondo cratere esterno, di una ventina di chilometri di diametro, ormai eroso; la struttura che resta cinque chilometri di diametro ed è alta circa 180 metri (si vede bene dal satellite). Ora, siccome è improbabile che gli aborigeni fossero lì 150 milioni di anni fa, è comunque impressionante come abbiano indovinato l’origine di quella formazione rocciosa: qualcosa che è caduto da molto in alto. Ma forse, semplicemente, basta pensare per analogia. Se ti cade qualcosa dall’alto nel terreno, probabilmente solleva i bordi della sabbia in modo simile. Per creare qualcosa di così grosso, è evidente che deve essere caduto qualcosa da molto in alto. Tipo le stelle, appunto.
La presenza di questo “figlio delle stelle” ha comunque reso Tnorala un posto particolare:

Tnorala was a special place where many bush foods were created by rubbing special rocks made by the falling star, the Milky Way baby. On the baby’s body were many sacred stories, about other matters of importance, which were held in these rocks. Men were responsible for some rocks and women for others. Each rock represented a particular bush food. Men or women would rub the rock and sing, so that there would be a good supply of the food that rock represented.

Se vi interessa saperne di più, se ne occupa un articolo sulle credenze degli aborigeni legate ai crateri di meteoriti o simili.

Comunque.
Dentro Gosses Bluff ci si arriva in macchina, ci sono da fare un paio di giri a piedi, ma vi viene chiesto di non gironzolare fuori dai sentieri e di non campeggiare. Quest’ultima richiesta nasce dal fatto che per gli aborigeni Tnorala è un “posto dolente” dove, per una serie di fatti di sangue (precedenti all’arrivo degli europei), nessuno dovrebbe mai abitare. Ma, come giustamente mi ha fatto notare Francesco, anche qui il tabù ha una natura molto pratica: non c’è un goccio d’acqua, non c’è ombra, siamo in inverno e fa un caldo infernale.

In compenso, ci sono milioni di mosche

In compenso, ci sono milioni di mosche

È comunque un posto molto suggestivo, se pensi che sei lì in mezzo a dove è caduta una roba enorme, probabilmente facendo un bel po’ di rumore.

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Acqua, invece, ce n’è parecchia a Ormiston Gorge, una gola attraversata da una placida pozza d’acqua dove in molti si recano per fare il bagno. Noi, più prosaicamente, compriamo allo spaccio lì vicino una confezione di salsicce di cammello e fichi, come “rinforzino” per la cena della sera, perché gli spiedini di canguro potrebbero non essere abbastanza (spoiler: sarebbero stati abbastanza, ma vuoi mettere mangiare del cammello?), poi facciamo due passi lungo l’acqua e ne approfittiamo per mettere un po’ a bagno i piedi, dopo tutto questo camminare.

Piccione punk e dorato.

Piccione punk e dorato.

L’ultima tappa della giornata prima di andarci ad accampare è Glen Helen Gorge, un’altra spettacolare gola attraversata da un fiume.

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Anche da qui, come da altri posti, partirebbero un sacco di sentieri per andare a esplorare la gola, ma il nostro tempo è ormai agli sgoccioli e ci teniamo appena all’imboccatura, tra le rocce.
Sono tutti posti molto belli, simili tra loro ma ciascuno con qualcosa che lo rende unico.
A Glen Helen, per altro, si trova un “resort” parecchio bello, che offre una gran quantità di possibilità di alloggio, per tutte le tasche e tutte le comodità. Al bar, Lucilla scopre la carne essiccata e minaccia di comprarne alcuni chili da riportare in patria come spuntino (spoiler: non lo farà).

Siamo rimasti senza tramonto

Siamo rimasti senza tramonto

Noi però andiamo a campeggiare poco lontano da lì, alla 2 Mile Camping Area, lungo il fiume.
Montiamo, per l’ultima volta, il campo. Facendo legna, Francesco e Amy trovano un tronco bellissimo, che però non abbiamo modo di tagliare. Allora lo portano da della gente campeggiata poco lontano e dotata di motosega, che accetta di tagliarcelo, al costo di un paio di “fette” da tenersi. Economia del bush.
Il menù della cena, come detto, è semplice: spiedini di canguro e salsicce di cammello. Ottimi i primi (anche se sulle prime Fra esagera un po’ con il concetto di “al sangue” e il canguro è così crudo che si mette a fare a pugni con Topolino), un po’ secche le seconde. Va a finire che, per abbandono della metà femminile della spedizione, io e Francesco ci troviamo a sperimentare quanto canguro può ingerire un essere umano prima di morire.

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E poi, niente, arriva il triste momento dell’ultima notte all’aperto.

"Ultima? Ci penso io?"

“Ultima? Ci penso io?”

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