Il diritto ad avere successo senza essere famosi

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In una “lettera aperta” all’autrice, Sandra Ozzola aveva infatti sostenuto che la curiosità dei suoi lettori avrebbe meritato “una risposta più generale, al di là delle interviste ai giornali, non solo per placare chi perdersi nelle ipotesi più inverosimili sulla tua vera identità, ma anche da un sano desiderio da parte dei tuoi lettori […] di conoscerti meglio.”

Era nata così La Frantumaglia, il saggio sedicentemente autobiografico dal quale i lettori hanno appreso che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana incline a esprimersi “nel suo dialetto”, e che lei aveva vissuto a Napoli fin quando non ne era “scappata via” avendo trovato lavoro altrove. La mia inchiesta ha dimostrato però che niente di tutto questo corrisponde alla vita personale della scrittrice.

Insomma, la prima a violare la privacy di Elena Ferrante è stata… Elena Ferrante. Ma lo ha fatto fornendo ai suoi fan informazioni assolutamente non vere, per di più su richiesta di quegli stessi editori che oggi mi attaccano per aver fornito invece dati veri. (via)

Di tutto il bailamme attorno all’inchiesta del giornalista Claudio Gatti che ha verificato intrecciando dati finanziari una delle ipotesi sull’identità reale della persona che firma dei libri con il nome di Elena Ferrante, mi stupisce e incuriosisce la dedizione, degna di migliore causa, con la quale Gatti (volevo scrivere “il giornalista” per non ripetere il cognome, anche perché ho un amico con lo stesso cognome e mi sembra di stare parlando di lui, però se scrivevo “il giornalista” mi sembravo uno di quelli che usano il termine in senso dispregiativo) difende il suo operato.
Andare a ravanare nei conti di una casa editrice e delle persone a essa collegata per scoprire l’identità di una persona che nonostante il suo grande successo preferisce vivere una vita il più lontano possibile dai riflettori è un gesto che appartiene più al gossip che non al giornalismo di inchiesta.
Tant’è che pure Luca Sofri, che difende l’operato di Gatti, la mette – inconsciamente – giù così:

Perché raccontare chi sia Elena Ferrante non è diverso da raccontare il divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie – e probabilmente più interessante -, o chi fosse Gola Profonda.

Prima il gossip, poi, alzando il tiro vertiginosamente, l’identità della fonte dei cronisti dello scandalo del Watergate. La cui vera identità ci aiuta nella comprensione della realtà esattamente come quella di Elena Ferrante.

Claudio Gatti (che ha un curriculum giornalistico di tutto rispetto, ma io ho fatto il portiere e ho introiettato questa cosa che se hai fatto dieci miracoli e poi hai preso un gol da pirla negli spogliatoi tutti ti chiederanno conto del gol da pirla) insiste con questa idea che in qualche modo sia tutta colpa di “Elena Ferrante” stessa, che avendo successo avrebbe perso il suo diritto all’anonimato e, mentendo per proteggerlo, avrebbe ulteriormente “provocato” le indagini sul suo conto.
È questo aspetto che da molti, sia lettori sia altri giornalisti, per lo più all’estero, è stato visto – con diverse sfumature e approcci – come un atto di violenza nei confronti di una persona che, appunto, chiedeva solo di essere lasciata in pace (una breve rassegna è stata assemblata dai Wu Ming su twitter); tanto più con l’utilizzo di un metodo decisamente invasivo e “brutale”, se paragonato per esempio al più approfondito tentativo recente, quello di Marco Santagata, tutto basato sull’intreccio di biografie.
Come mi sembra feroce raccontare persino la vita della madre della presunta persona dietro a Elena Ferrante: storia tragica e affascinante certamente, ma che la persona più titolata a raccontarla (nel caso l’identificazione fosse stata vera) aveva deciso di non raccontare e magari aveva i suoi motivi. Invece, SBAM, è il giornalismo bellezza. Tra l’altro Gatti, da buon giornalista investigativo, ha una prosa che sembra sempre stia incastrando qualcuno e a un certo punto ti viene quasi paura che stia cercando una macchina del tempo per segnalare gli spostamenti della famiglia ebrea alle autorità competenti.
Anche nell’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore, il tono è quello di qualcuno che sta incastrando un mascalzone che inganna noialtra brava gente che andiamo in giro con il nostro nome e cognome (omissis e corsivi miei):

[…] le prove da noi raccolte puntano il dito su [omissis], traduttrice residente a Roma la cui madre era un’ebrea di origine polacca […]

[…] (anche se non si può certamente escludere che Starnone abbia dato un rilevante contributo intellettuale). […]

[…] Nessuno di questi dettagli corrisponde alla vita di [omissis]. Come la madre di Elsa Morante, la sua era infatti un’insegnante, non una sarta. E non era affatto napoletana. […]

Da non giornalista, mi domando se ne valga la pena: una volta che tutte le tue indagini conducono a confermare che “Elena Ferrante” non è lo pseudonimo di qualcuno di famoso, non è una scelta di marketing o una qualche altra forma di “inganno” per confezionare meglio un prodotto, ma che puntano a una persona il cui nome conoscono giusto un po’ di addetti ai lavori (che magari già sapevano tutto senza bisogno che arrivavi tu a scomodare il catasto) e quelli che leggono il frontespizio o il colophon dei libri… perché andare avanti?
Ti sei levato la curiosità, che giustamente è quello che spinge il tuo lavoro ed è giusto e bello che sia così, ma che senso ha trascinare sotto i riflettori chi stava evidentemente chiedendo di starsene in pace lì dietro le quinte?
Chi te ne dà il diritto?

In un tempo in cui sappiamo tutto di tutti ben più di quanto vorremmo, in cui siamo arrivati, santissimi numi, alle Facebook-stars non è bello pensare che qualcuno riesca a restare in incognito, a non parlare veramente se non attraverso quello che scrive?
Che riesca, come si augurava George Harrison, ad avere successo senza essere famoso?

ps: il primo commento all’inchiesta di Gatti è molto affascinante nella sua semplicità (è tutta una questione di tempismo: ci arrivi dopo avere letto un muro di testo e…)

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Ho riso molto (sono una persona semplice)

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