Australia, 8. Verso Alice Springs

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Per l’ultima colazione nel bush, visto che la sera prima non abbiamo assunto abbastanza proteine animali, ci siamo tenuti eggs & bacon.
Per l’ultima volta smontiamo il campo, arrotoliamo gli swag e copriamo il fuoco con la sabbia.
C’è parecchia mestizia, perché in poche ore Lucilla e io saremo su un aereo per Sydney – e qualche giorno dopo di nuovo nell’emisfero boreale – mentre Amy e Fra resteranno ad Alice Springs.

Sulla strada, facciamo una sosta agli Ochre Pits, una miniera all’aria aperta dove gli aborigeni estraevano l’ocra che usavano per dipingersi ritualmente il corpo nelle cerimonie. Ci sono, nelle pareti di roccia, diverse zone da cui affiora l’ocra, di diversi colori. Ci sarebbe anche un percorso che esplora la zona, ma non abbiamo molto tempo quindi lasciamo perdere.
Per la cronaca, se ti beccano a portarti via l’ocra ci sono delle multe ferocissime.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

Prima di arrivare ad Alice c’è questo momento molto scena iniziale di Breaking Bad in cui io e Fra scendiamo per fare pipì a bordo della strada mentre dalla macchina arriva questa musica messicaneggiante (mi pare fossero i Calexico) e io mi aspetto che minimo finiamo in mezzo a uno scambio di droga. Non succede, però Alice Springs, almeno i sobborghi, assomiglia un sacco ad Albuquerque (almeno per come la si vedeva nella serie).

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Alice Springs è una cittadina di 28.000 abitanti (più o meno come Chiavari) nel mezzo del nulla, nata attorno a una stazione della linea telegrafica che collegava Adelaide (nel sud) con Darwin (a nord) e, da lì, alla Gran Bretagna.  Il primo edificio degno di nota in città è stata una prigione, costruita nel 1909, quando la popolazione europea era di venti persone a dir tanto (tipo un albergo di Chiavari in un weekend in bassa stagione): la maggior parte dei reclusi erano aborigeni che per la prima volta incontravano gli occidentali e il loro bestiame. Vedevano degli animali che correvano più piano dei canguri, erano più grossi, si fidavano di più degli uomini… li uccidevano. Cosa che ai coloni non andava propriamente a genio (pure a Chiavari, se gli ammazzi il bestiame si incazzano come delle bestie).
Un’altra curiosa presenza ad Alice Springs erano i cammellieri afghani: il cammello (e il dromedario, ma diremo cammello per fare prima) è stato per decenni il mezzo di trasporto più affidabile e diffuso nell’outback e il caro vecchio impero britannico forniva personale esperto nella loro gestione. Per cui, dal 1860 al 1930 circa, l’outback australiano pullulava di afghani. Se ci mettiamo gli aborigeni e i coloni tedeschi di Hermannesburg, doveva essere un posto molto bizzarro. Quando i cammelli sono diventati obsoleti, alcuni se ne sono sbarazzati lasciandoli liberi nel deserto; così ora tra la fauna selvatica australiana ci sono pure i cammelli (Australia: dove ci siamo divertiti a importare specie animali e vegetali a cazzo per vedere l’effetto che fa).
Una curiosa presenza ad Alice Springs oggi sono le centinaia di americani che lavorano alla stazione di controllo satellitare gestita congiuntamente da Australia e USA (CIA e NSA), comunità nella comunità, legati al più stretto riserbo sul loro lavoro. La collocazione della base di Pine Gap è decisamente strategica: se qualcuno volesse bombardarla dovrebbe volare per ore sullo spazio aereo australiano (ma ricordiamo che l’Australia è così grande e scarsamente popolata che non si può escludere che nel 1993 qualcuno abbia fatto esplodere una testata nucleare nel deserto. Quello, o è caduto un meteorite)

foto storica, che non ne ho fatta neanche una

foto storica, che non ne ho fatta neanche una

Di Alice Springs in realtà non vediamo la città vera e propria, ma il complesso storico della stazione del telegrafo, che si trova proprio accanto alla sorgente che ha dato poi il nome alla città. La sorgente è in una giornata no ed è poco più che una pozza fangosa, ma c’è. La Alice a cui è intitolata la sorgente era Alice Todd, moglie di Sir Charles Heavitree Todd KCMG FRS FRAS FRMS FIEE (non sono bellissime tutte queste sigle?), responsabile del telegrafo per l’Australia del sud e ideatore della linea telegrafica Adelaide – Darwin. Mi pare di avere letto che nessuno dei due coniugi abbia mai visitato Alice Springs (che fino al 1933 si chiamava Stuart, tra l’altro).
La zona storica è carina e interessante; riesce a dare un’idea di come doveva vivere un gruppo di persone europee disperse in mezzo al deserto, lontanissime da più o meno tutto, collegate al mondo esterno solo dai fili del telegrafo. Certo, sembra un po’ il villaggio western di Gardaland perché è quasi tutto restauratissimo, però facciamo finta di niente.
È allo spaccio però, mentre compro i francobolli per le cartoline, che ho uno dei più interessanti dialoghi degli ultimi tempi.
Tanto per restare nel mio momento Breaking Bad, il commesso è un tizio più o meno della mia età ma parecchio più sfasciato e un po’ con quella pelle da consumatore di meth. Mi dà i francobolli e dice “oh, te li do misti”. In effetti ci sono diversi soggetti; me ne fa vedere uno con Elisabetta II: “Eh eh, dovrai leccare la Regina”. Al che, in uno di quei rari momenti nella mia vita in cui mi esce fuori la risposta giusta al momento giusto (saranno le salsicce di cammello della sera prima), butto lì “Well, actually I’ll have to lick the queen’s back”.
Ci guardiamo e conveniamo di chiuderla lì perché chiaramente entrambi siamo finiti a pensare cose che poi non posso più essere non pensate.
(Se spedite le cartoline dalla stazione del telegrafo di Alice Springs arrivano con un bel timbro postale un po’ vintage, tenetelo in considerazione).

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Prima dell’aeroporto, ci fermiamo per la foto da turisti all’area con la grande insegna in pietra double-face “Benvenuti ad Alice Springs / Tornate a trovarci”. La cosa un po’ triste è che ti accorgi che la sabbia rossa che c’è lì vicino è stata messa apposta per rendere l’attrazione più “tipica”, perché in zona il terreno è completamente diverso.
E poi arriva il momento dei saluti.
“Ma magari veniamo a salutarvi al gate, dopo che abbiamo riportato la macchina, ora vediamo.”
“Eh?”
Sì, perché all’aeroporto, capiamo dopo, nessuno ti controlla la carta di imbarco per arrivare alla zona dei gate (lo fanno prima di farti uscire dal gate), così in effetti si può salutare la gente proprio prima che salga sull’aereo. Comunque non faranno a tempo.

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Il volo Alice Springs – Sydney esaudisce uno dei sogni di infanzia di Lucilla: volare con la Qantas (don’t ask).
Tra l’altro, prima della partenza, ci domandiamo se ci daranno da mangiare in volo, perché abbiamo una certa fame (e anche perché l’unica tariffa disponibile per quella tratta nel giorno che ci serviva era sanguinosa).
Purtroppo, scopriamo che Qantas ha da un po’ questa politica di dare da mangiare su qualsiasi volo, anche quelli più brevi, per cui ha tutta una gamma di cibi da fast food veloci da preparare, da servire e da mangiare. Facciamo così la conoscenza con una delle cose più cattive che abbia mai mangiato in vita mia (e vi assicuro che sul cibo sono di larghe vedute): la Peri Peri Chicken Pizza.
Ora. Lasciate perdere la schizzinoseria sul fatto che sarebbe una pizza con sopra del pollo speziato. Ci può anche stare. In fondo, noi italiani già chiamiamo pizza una gran quantità di prodotti molto diversi tra loro.
L’orrore è che quello che sta dentro alla sua scatolina di cartone è una specie di bolo di glutine mezzo crudo con sopra qualcosa che sa di dado (come il pollo cubista di quella vecchia pubblicità); e il pollo è la parte più buona. Non ci sono parole per descrivere l’orrore glutinoso. Cioè: forse se lo pensi come una specie di mochi molto cattivo può avere un senso.
(scopriremo poi che poteva andarci peggio: nel viaggio di ritorno verso Melbourne, Amy e Fra incappano invece in un panino pesto e pastrami che garantiscono essere ancora peggiore) (e lui è uno che andato a vivere in Australia per non essere guardato male quando ordina la pizza con ananas e prosciutto) (che in fondo è pure buona, dai)

Atterrati a Sydney approfitto del wi-fi (lentissimo) dell’aeroporto per scaricare su google maps la mappa del centro e poterla usare sul telefonino anche offline; è stata un po’ la scoperta di questa vacanza, una roba incredibilmente utile, perché il GPS funziona anche senza connessione e quindi tu sei in giro sapendo sempre dove sei sulla cartina.
(ho ripetuto entusiasta questa cosa a Lucilla ogni volta che mi capitava di dover controllare se stavamo andando dalla parte giusta in città)
(sì, sono uno spasso)
L’altra cosa che faccio con il wi-fi è chiamare via Whatsapp Nicola, l’altro mio fratello che da febbraio è stato esportato a Sydney. Il dialogo va più o meno così:
“Bella Nico, com’è? Ci vediamo domani?”
“Sì, guarda, ho prenotato per andare a vedere le balene in mezzo all’oceano. In gommone.”

Non vedo che cosa possa andare storto

Non vedo che cosa possa andare storto

(continua)

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