Australia, 9. Sydney, possum e balene

Ibis: già uccello sacro nell'Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Ibis: già uccello sacro nell’Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Trovare l’ostello di Sydney dopo avere lasciato la metropolitana è abbastanza semplice.
Si percorrono un paio di vie dove ogni tre passi c’è un posto dove ci fermeremmo a mangiare tutto (siamo reduci dalla malefica Peri Peri Chicken Pizza, ricordatelo) e si arriva in questo che è proprio un ostello come uno si aspetta un ostello: giovane, dinamico, un sacco di musica nella hall dove ci sono dei divani comodissimi.
Fare il check-in in ostello è, di colpo, complicatissimo, perché bisogno prima registrarsi usando i tablet forniti su un sito, con tanto di scansione del passaporto (che funziona malissimo), e scarsa collaborazione dai tizi dietro al bancone.
Quando finalmente riusciamo ad avere la camera siamo esausti.
Ma la grande gioia, dopo tre notti di bisogni corporali espletati all’aperto e lavaggio più o meno a secco e/o a pezzi, è scoprire che avevamo prenotato una stanza con bagno privato.
Ritrasformati in creature presentabili, affrontiamo il panorama gastronomico che Sydney ha da offrirci e alla fine cosa c’è che dice “mollezze delle civiltà” più che polpette di riso e aceto con sopra dei pezzi di pesce crudo?
Nulla. Quindi troviamo un sushi con il rullo, ci sediamo e mostriamo ai locali come si mangia il sushi nel Ponente genovese.

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Tipo così.

La scena è pericolosamente simile a quella che si verificò a Tokyo, quando l’ultimo giorno riuscimmo finalmente a dedicarci come avremmo voluto al sushi. Seguendo la dritta di un amico, ci eravamo avventurati per le vie di Ueno alla ricerca di Oedo. Per raggiungerlo (trovare gli indirizzi in Giappone non è esattamente semplice) avevamo dovuto implorare l’aiuto di un compunto signore bloccato a un semaforo che, mosso a compassione, ha estratto il suo cellulare per mostrarci la strada e, infine, parassitare dall’esterno, appiccicati alla vetrina, la rete wifi di uno Starbucks per controllare di non avere sbagliato strada, ma ne era valsa la pena.
Solo che il gap culturale è che la maggior parte dei locali era lì per uno spuntino, prendeva un paio di piattini, chiacchierava… noi in poco temp avevamo già le pile.

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Lì però ho avuto il mio momento di grande riscossa del gaijin quando ho mostrato a due signore giapponesi come funzionava l’erogatore di acqua calda per fare il tè.

ospiti illustri da Oedo: membri degli Obituary, gruppo death metal americano

ospiti illustri da Oedo: membri degli Obituary, gruppo death metal americano.

Tornando a Sydney, saziata la fame con il pescato di una settimana, facciamo due passi.
Siamo nel cuore della city, che è un po’ un incrocio, come atmosfera, tra Manhattan e Londra. Tanto che il parco al centro della zona si chiama Hyde Park. Più che un parco vero e proprio è un’enorme piazza con alberi e aiuole, ma qui notiamo tre ragazzini seduti per terra che danno da mangiare a…
Sulle prime pensi un cane. Poi ti avvicini e no, non è un cane.

(foto di Lucilla)

(foto di Lucilla)

È un possum (cioè praticamente un opossum, ma quelli australiani non hanno la o iniziale), uno dei tanti del parco che (scoprirò poi) sono decisamente abituati agli esseri umani. Infatti, se ne sta lì a mangiare le patatine al mais, si fa accarezzare.
Visto che abbiamo trascorso tre giorni nel nulla senza praticamente incontrare fauna, mettiamo su la faccia tosta e ci avviciniamo. Facciamo due chiacchiere con i ragazzi, proviamo anche noi a nutrire il bestio, che è talmente a suo agio che ti afferra le mani per controllare se non hai altro da dargli. Vorrei obiettare che forse i cornetti al mais non sono la dieta più adatta per un animale del genere ma mi faccio i fatti miei. Il possum comunque è adorabile, anche se chiaramente dipendente dal junk food e a tanto così da una crisi d’astinenza violentissima, ed è morbidissimo da accarezzare.

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Salutato a malincuore Pedro (secondo i ragazzi aveva la faccia da Pedro; probabilmente anche la dipendenza dal mais ha aiutato nella scelta del nome) proseguiamo la nostra passeggiata fino al Sydney Harbour, dove facciamo per la prima volta la conoscenza con la Opera House e iniziamo il servizio fotografico su di lei (la fotograferemo più o meno con ogni luce possibile e da ogni angolazione).

Australia. Dove anche gli alberi cercano di ucciderti

Australia. Dove anche gli alberi cercano di ucciderti

Ma facciamo un passo avanti, fino al grande momento in cui ci presentiamo su un molo pronti a imbarcarci su un gommone per andare a vedere le balene. A organizzare la cosa è stato Nicola, il mio fratello più giovane, che da febbraio è andato a cercare fortuna a Sydney, dove si è piazzato a Bondi Beach (ne parleremo) con la sacrosante intenzione di restarci il più possibile.
“Nico, ma secondo te dobbiamo coprirci molto?” gli avevo chiesto al telefono.
“Ah, fai tu. Andiamo in mezzo all’oceano.”
Di conseguenza, io e Lucilla sembriamo Totò e Peppino a Milano. Piccolo problema: siamo sì alla fine dell’inverno australe, ma Sydney gode di un clima sfacciatamente favorevole e una volta che il sole inizia a salire in cielo fa decisamente caldo.
Tra l’altro, il tizio che gestisce la cosa all’occorrenza poteva fornirci di giacche a vento. Va beh.

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Ora, io non avevo mai fatto whalewatching e non avevo esattamente idea di cosa aspettarmi. O meglio, con la mia diffidenza ligure mi immaginavo che, fosse andata bene, avremmo visto da lontano qualche dorso di balena, un po’ come qualche giorno prima, dalla strada, ne avevamo avvistata una sotto costa sulla Great Ocean Road.
Effettivamente, l’inizio dell’escursione sembra un po’ così. “Guardate se vedete qualcosa, stamattina altre imbarcazioni hanno visto delle balene in quella direzione, speriamo di essere fortunati…”
Seguono dieci penosi minuti in cui tutti i passeggeri del gommone (me compreso) scambiano qualsiasi cosa per il soffio di una balena. L’errore più comune è credere che lo spruzzo di un gabbiano che si tutta in acqua sia lo sbuffo dello sfiatatoio.
Poi a un certo punto il tizio parte a bomba puntando apparentemente il nulla.
Soffia.
Lo spruzzo si vede chiaramente, all’orizzonte.

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Ora: la cosa con il whalewatching funziona così. La balena ha ovviamente bisogno di respirare ogni sei o sette minuti, quindi si tratta di capire in che direzione sta andando, tenere una distanza di sicurezza e navigare più o meno alla sua velocità di crociera. Lei viene fuori, sfiata, nuota a pelo d’acqua circa un minuto, poi si immerge sollevando la coda e la rivedi dopo qualche minuto. Siccome viaggiano di solito almeno in coppia, lo spettacolo è più o meno garantito.
È affascinante vedere come i cetacei siano così grassi e unti che dove si immergono lasciano delle grosse chiazze oleose; se foste cacciatori di balene, queste vere e proprie “orme” vi sarebbero utilissime nel vostro lavoro.

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In fin dei conti, è lo stesso principio che sfruttavano i cacciatori di balene, con la differenza che qua siamo tutti molto più sereni perché non dobbiamo approfittare dei momenti in cui prende aria per piantarle un arpione in testa e sperare che si stanchi di nuotare prima che ci tiri sotto tutti quanti o ribalti la barca.
Ma con le balene è come con i ragni: il problema non è quando le vedi. È quando non le vedi più.
A un certo punto, saremo alla terza o quarta immersione, le balene (che sono poi dei capodogli) non si vedono più. Si saranno stufate?
No.
Sono alle nostre spalle.
A questo punto può succedere un po’ di tutto, perché sono animali pacifici ma sono comunque bestioni enormi e anche solo una bottarella data per curiosità potrebbe avere conseguenze disastrose.
Non ho il tempo di fare foto, ma il testone incrostato di roba marina che affiora dall’acqua e poi scompare, seguito dalla coda, dell’esemplare più grosso ce li ho ancora adesso davanti agli occhi.
Per fortuna non succede nulla: il cetaceo ci passa sotto e ci sorpassa.

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Nel frattempo siamo tallonati da un’altra nave che fa whalewatching, uno di quei barconi con su ammassate decine di persone che ti fa apprezzare ancora di più la soluzione del gommone adottata da Ocean Extreme; la sensazione di essere quasi in acqua insieme alle balene è davvero impagabile.
E ancora più impagabile è, sulla via del ritorno, imbatterci in un branco di piccoli delfini che si mettono a fare il loro show delfinesco praticamente dentro il gommone.

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(questa l’ha fatta Nicola praticamente tuffando il telefono in mare)

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Insomma, dopo Uluru/Ayers Rock e il deserto, un’altra esperienza di quelle che, come dice la Lonely Planet “valgono il viaggio”.
L’emozione di trovarsi così vicini alle balene è indescrivibile.
Non siamo neanche da 24 ore a Sydney e ne siamo già innamorati, praticamente.

(continua)

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