Martin Mystère – Le Nuove Avventure a Colori

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Copertina di Lucio Filippucci, colori di Daniele Rudoni

La prima cosa che ti viene in mente dopo la prima ventina di pagine del primo numero della nuova serie dedicata a (un) Martin Mystère è “va beh, ma questo non è Martin Mystère”. Subito dopo, appare al dottoressa Grazia Arcazzo che ci complimenta con te, visto che prima di iniziare la storia hai letto l’editoriale di Alfredo Castelli che ti spiega per filo e per segno la genesi della serie: nata dalle idee per una mai realizzata serie tv, reinventa MM come se fosse stato concepito oggi e non all’inizio degli anni Ottanta, rielaborando sia il personaggio (e i comprimari) sia il modo di raccontare le sue avventure.
Questo secondo aspetto è forse quello che, a fine lettura, colpisce di più. La serie classica di Martin Mystère è famosa (e/o famigerata, dipende dal gusto personale e dall’abilità dei singoli autori) per la verbosità: nelle storie del Detective dell’Impossibile si parla tantissimo, vengono spiegate tantissime cose in modo più che dettagliato. E può succedere che succeda non molto. Il ritmo narrativo delle Nuove Avventure a Colori (almeno da in questo primo numero – il secondo è già uscito ma solo a Lucca Comics e non ho pensato di chiedere a qualcuno di portarmelo) invece è indiavolato. Era una delle promesse degli autori, quella di usare una narrazione più serrata e “televisiva”, ed è stata ampiamente mantenuta. Il primo assaggio lo si trova proprio all’inizio dell’albo, quando Mystère spiega in un balloon che cosa sia La battaglia di Anghiari, il perduto affresco di Leonardo da Vinci per Palazzo Vecchio a Firenze; nella serie classica ci sarebbero volute almeno un paio di tavole in stile La Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi. Poi la storia prende davvero il via e corre a rotta di collo fino alla fine dell’albo.

Da questo punto di vista, il lavoro svolto dal gruppo di autori (Giovanni Gualdoni, che coordina il progetto, Andrea Artusi, Diego Cajelli, Ivo Lombardo, Enrico Lotti e Andrea Voglino) che hanno scelto come nome di battaglia “I mysteriani” è davvero ottimo. L’albo scorre con una fluidità impeccabile, il che vuol dire che c’è stato dietro un lavoro di pulitura e messa a punto molto accurato, perché sappiamo tutti che scrivere cose macchinose è più facile che scrivere cose scorrevoli. Questa prima applicazione in casa Bonelli del metodo televisivo della “writer’s room“, che poi è molto simile anche a quello usato da progetti di scrittura collettiva come i Wu Ming, per ora si è rivelata efficace; e credo che lo sarà anche sul piano della storia “verticale” che collegherà tutti gli albi della serie (per ora 12 albi).

MM

tavola di Fabio Piacentini, colori di Daniele Rudoni

Per ora, ho qualche dubbio sullo stile scelto per i disegnatori, caratterizzato da grandissima pulizia del tratto (che favorisce la colorazione), perché di mio preferisco un disegno un po’ più stilizzato. Il disegno concorre certamente alla riuscita dell’effetto di scorrevolezza della storia, ma i personaggi hanno un po’ la resa di bambolotti. Per contro, c’è una sequenza particolare verso la fine dell’albo (la battaglia) che ha una resa davvero spettacolare e intelligente.

Tavola di Fabio PIacentini, colori di Daniele Rudoni

tavola di Fabio Piacentini, colori di Daniele Rudoni

Ma in tutto questo, come funziona il “restyling” in sé?
Per ora, dal primo numero, è un po’ spiazzante. La sensazione più fastidiosa, all’inizio, è quella della gomitatina di confidenza che ricevi quando qualcosa non è come nella serie classica. Per dire, quando a sorpresa Max (l’hipster qui sopra) salva la pelle a Martin comparendo per la prima volta in scena in una situazione inaspettata apostrofa lo stupore di Martin con “Chi ti aspettavi, un uomo di neanderthal?” (riferimento a Java, che qui pare non ci sarà). Idem quando entra in scena una Ferrari, macchina di Martin nella serie classica, e lui dice che proprio non ci si vedrebbe a guidarla.
Azzeccata l’idea di trasferire tutto quanto in Italia, come nel ciclo dei “mysteri italiani” degli anni ’90 (che, come dice Castelli, renderebbe meno costosa la realizzazione di un eventuale telefilm) perché offre una vasta gamma di mysteri legati al mondo dell’arte e, si intuisce da questo primo numero, al mondo antico (c’è un indizio abbastanza grosso su chi sia il possessore dell’elmo che si vede in copertina). Idem quella di ringiovanire Martin, per ovvi motivi, un po’ meno quella di renderlo più laconico e meno autoironico di quello classico. Ma quest’ultimo aspetto potrebbe avere a che fare con il misterioso trauma di tre anni prima che gli ha fatto abbandonare la carriera di Detective dell’Impossibile a favore di quella di cercatore di antichità con cui si presenta all’inizio della storia (ma già alla fine le cose iniziano a cambiare).

Q+A
E quindi si torna al punto di partenza: è “Martin Mystère”?
No, non è il Martin Mystère classico e non credo che lo diventerà alla fine del ciclo di avventure. È come se fosse la trasposizione a fumetti di una serie televisiva fatti con elementi del Martin Mystère classico (e la sua genesi in fondo è quella).
Farà arrabbiare i fan più tradizionalisti?
OVVIO. Ma i fan più tradizionalisti si arrabbiano per qualsiasi cosa.
E avrebbero ragione?
Considerato che è una serie fatta da gente diversa da quella che lavora sulla serie regolare, che affianca la serie regolare e non la sostituisce e che nessuno andrà a casa loro a bruciare i vecchi albi per sostituirli con questi, no.
Mi è piaciuto?
Sì e vorrei già avere per le mani il prossimo numero.
Funzionerebbe anche se non si chiamasse Martin Mystère?
Sì, è una buona storia, con un mystero intrigante, alcune belle soluzioni visive e un ritmo pazzesco (sono un grande fan del ritmo nelle storie).
È un passo importante per la Bonelli?
Probabilmente è un’occasione anche per sperimentare qualcosa di nuovo. La formula colore + “stagione” di 12 episodi era già stata collaudata in Orfani; qui si prova per la prima volta a fare scrivere collettivamente un gruppo di autori. Inoltre, è la prima volta che un personaggio viene reinventato in una serie parallela per provare a proporlo a un nuovo pubblico. Nella storia della Bonelli, Alfredo Castelli è sempre stato quello che ha provato delle formule editoriali poi estese ad altre collane (gli Speciali con gli albetti, gli Almanacchi…); chissà se anche nella nuova Bonelli post-Sergio riuscirà a rifare qualcosa del genere.

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