Sì o no?

Non si esce vivi dagli ottanta, ma pure dai novanta non è che siamo usciti tutti interi.

Non si esce vivi dagli ottanta, ma pure dai novanta non è che siamo usciti tutti interi.

Non so se ci sia ancora qualcuno che legga questo blog dai tempi eroici di Splinder.
Allora (ho aperto nel 2004) capitava spesso che i miei post (ne scrivevo anche uno al giorno!) parlassero di politica.
O meglio: di Berlusconi.
Del resto, era impossibile non parlare di Berlusconi, quando c’era Berlusconi.
L’antiberlusconismo, al quale ho dedicato diversi anni della mia vita, era una cosa a cui era impossibile resistere. Non era tanto colpa di noialtri, che probabilmente a un certo punto siamo diventati (o lo siamo sempre stati) davvero molestissimi e un po’ ridicoli, come ci ha crudelmente sbattuto in faccia un paio di scene della terza stagione di Boris.

E non era neanche, come scrisse una volta Michele Serra, colpa di Berlusconi. Cioè, non del tutto: Berlusconi era sì molestissimo e non poteva non suscitare una forte reazione uguale e contraria in chi non si riconosceva nel mondo che incarnava e nelle politiche che portava avanti.

Il problema, invece, me ne rendo conto in questi ultimi anni, stava, per così dire, nel manico.
Nella personalizzazione.
Berlusconi era un soggetto unico, ai suoi tempi: il primo vero leader carismatico di larga portata (Bossi è sempre stati una roba di nicchia, come Pannella; Craxi è stato fermato prima che lo potesse diventare).
L’ovvia reazione a un culto della personalità, di qualsiasi personalità, la cui legittimazione era per meriti totalmente personali (o almeno così percepiti) non poteva che essere un anti-culto della personalità, che ha polarizzato in larga parte qualsiasi discorso politico.
Essere con Berlusconi o contro Berlusconi era appassionante.
Non credo di avere una competenza sulla psicologia e sulle sue applicazioni alla sfera politica che mi permetta di trovare degli appigli per questa cosa, ma credo che fosse, per tutti, gratificante. Ci si sentiva di fare parte di qualcosa di grosso. Il bersaglio, in entrambi i casi, era succulento: il ricco imprenditore colluso che si è mangiato un Paese in un boccone solo oppure una massa di rancorosi “nipotini di Stalin”.
Poi, a un certo punto, Berlusconi è andato giù, con un boato ma con un gemito.
Ci aspettavamo la guerra civile come alla fine del Caimano, non è successo niente.
Va beh, a un certo punto ha fatto cadere il governo Monti perché si è svegliato con il piede sbagliato, ma in fin dei conti nulla di quello che paventavamo, almeno a livello istituzionale, è successo.

C’è rimasta però un’eredità.
Nel 2009, agli albori del Bunga Bunga (Berlusconi era appena stato fotografato al diciottesimo di Noemi Letizia), avevo scritto un post in cui sostenevo come nessuno scandalo sessuale avrebbe mai potuto fermare la carriera politica di Berlusconi, perché la natura del suo potere non aveva più nulla a che fare con la politica come l’avevamo conosciuta fino al 1994. Credo di averci preso abbastanza.
A un certo punto, scrivevo:

Forse la prima cosa necessaria per minare il consenso a Berlusconi sarebbe avere dall’altra una forza di opposizione credibile, unita e coerente. Cosa che il PD non è. E che probabilmente, a meno che non compaia un leader assolutamente straordinario, capace di unire le diverse anime e di dialogare con la sinistra, non sarà nemmeno alle elezioni del 2013. E questo leader dovrebbe essere in grado di competere con Berlusconi sullo stesso piano della costruzione del personaggio, della capacità visionaria e di entrare in risonanza con gli altri. Saper dire agli altri che cosa devono desiderare.

Ci ho preso a metà. Il PD non ha unito le proprie anime (l’abbiamo visto con le unioni civili), non si è dotato di un leader capace di dialogare con la sinistra, ma in compenso ne ha trovato uno che Berlusconi se l’è studiato bene.
Nel frattempo, è sorta, con un processo allo stesso simile e diversissimo da quello che ha dato vita a Forza Italia, un’altra forza politica, il Movimento Cinque Stelle.
Nel 2007 ero andato a curiosare al Vaffanculo Day. E scrivevo, tra le altre cose:

L’impressione che ho avuto è stata quella della totale assenza di una componente identitaria pregressa. Per dire: quasi nessuna bandiera. E quando Grillo ne vede sventolare una, si incazza, dice “porta sfiga” e immediatamente quella si abbassa (per la cronaca la bandiera era rossa, con il profilo stilizzato di una testa, credo di tigre, gialla) [era poi quella di Mompracem, ho scoperto tempo dopo]. Per certi versi, si ha l’impressione di assistere a quegli spettacoli di telepredicatori americani, manca solo che Grillo annunci che tutti i presenti sono “rinati”. Ma magari sono io che sono prevenuto, intendiamoci. […] trovo inevitabile che da questo movimento nasca prima o poi una qualche forma di forza politica organizzato. Un partito, anche se a dirlo sabato in piazza si rischiava il linciaggio. A meno che qualcuno non decida seriamente di imbarcarsi in imprese disperate, l’unico modo per avere influsso sul sistema è entrare a farne parte, ci sono pochi cazzi. Prendete la Lega. Quando Bossi anni fa raccontava di avere fermato migliaia di valligiani bergamaschi pronti a scendere in armi contro Roma sicuramente raccontava una balla. Ma forniva anche un efficace racconto mitico (in senso classico) sul senso della Lega: un movimento nato sotto il segno dell’antipolitica che per far valere le proprie ragioni (chiamiamole così) si è costituito in partito e non si può dire che non si sia tolto le sue soddisfazioni.
Con buona pace degli idealismi, del radicalismo e delle grandi aspirazioni, secondo me lo sbocco naturale sarà questo (e del resto, come dice Serra, se raccogli firme per una legge…), con tutte le incognite e conseguenze del caso. Staremo a vedere che cosa ne verrà fuori, se qualcosa ne verrà mai fuori o se tutto si frantumerà al primo avvistamento della politica ufficiale.

Il sorgere di queste due nuove grandi personalità, in cozzo frontale tra di loro (e se vogliamo ci possiamo mettere pure Salvini, che ha cercato di ampliare il pubblico della Lega dai secessionisti nordisti ai fascisti, facendo storcere il naso perfino a Bossi) ha significato una cosa piuttosto pesante: tutto quello che abbiamo imparato sull’antiberlusconismo si è replicato in due movimenti, uguali e contrari, impegnati a darsi battaglia su qualunque mezzo di comunicazione disponibile. Cioè prevalentemente la Rete.
Per chi, come me, ci resta in mezzo perché pur detestando meno che cordialmente entrambe le parti in causa non sente di avere voglia di investire energie in questo gioco, il panorama è sfiancante.
Oggi ho letto due articoli che tracciano un quadro desolante: da un lato, Buzzfeed ha analizzato come i siti del gruppo Casaleggio sfornino a getto continuo disinformazione sui seguaci del M5S (sul Post un riassunto in italiano). Dall’altro, su Vice Leonardo Bianchi ha documentato come la propaganda renziana abbia “arruolato” pagine Facebook “buongiorniste” nella campagna per il Sì al referendum. Con un buffo risvolto.

Insomma, ci troviamo nel mezzo di una specie di guerra di religione che, ci siamo arrivati, scusate il lungo preambolo, ha scelto di scontrarsi su una piana di Megiddo decisamente inadeguata: il referendum costituzionale del 4 dicembre.

Quello che è un referendum su un quesito che comprende alcuni aspetti piuttosto tecnici, sulle cui conseguenze è difficile fare delle previsioni particolarmente accurate e che, in fondo, avranno probabilmente un impatto abbastanza limitato sull’immediato delle nostre vite è diventato uno scontro di civiltà, lo scontro finale tra il Bene e il Male.
Per i sostenitori del Sì, l’Italia attuale è tipo quelle pubblicità nelle quali versare un bicchiere di Coca-Cola è un’impresa impossibile e bisogna comprare un qualche aggeggio per riuscirci e salvare la propria famiglia. Se si vota No si consegna il Paese alle bande di teppisti di Kenshiro, mentre povere leggi innocenti vagano senza requie tra Camera e Senato.

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I sostenitori del No, in un tripudio di Maiuscole (e classifica mondiale delle Costituzioni alla mano, dove sbaragliamo sempre la concorrenza, mica come a Giochi senza Frontiere), invocano i Padri Costituenti, paventano l’invasione degli ebrei nazisti in caso di vittoria del Sì.

È tutto parecchio faticoso e invidio (no, non è vero) chi ha le idee così assolutamente chiare.
Io sono moderatamente a favore del No. Mi trovo in una compagnia ORRENDA (non che di là si stia così meglio), ma non ci posso fare niente. Credo che la riforma del Senato (che poi è il pezzo forte di tutta l’operazione) non sia particolarmente ispirata, in questi termini; ma non credo nemmeno che una vittoria del Sì ci porterà così necessariamente a un disastro. O almeno è l’idea che sono riuscito a farmi, visto che comunque si va a votare per una roba che ha un sacco di incognite.
Non ho alcun problema con chi vota Sì, non ho alcun problema con chi non vota.
Mi sento una mosca bianca e capisco come dovevano sentirsi, nel decennio scorso, quelli a cui della nostra brillante crociata (giustissima) contro Berlusconi non poteva fregargliene di meno.
Se siamo qui, lo so, è pure colpa mia.
Scusate.
Però, oh, ci siamo divertiti un casino.

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