Non si dicono le bugie

gattobugia1

bùfala s. f. [da bufalo]. – 1. La femmina del bufalo: mozzarella di bufala; uova o ovoline di bufala, latticinio fresco, fatto con latte di bufala. 2. Nome di alcune razze di frumento turgido coltivate in Sicilia. 3. fig. a. Svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile; panzana. b. roman. Produzione, e spec. spettacolo, scadente, di scarso valore: quel film è una bufala!

bùfala mediàtica  locuz. sost. f. – Notizia falsa che viene ripresa e amplificata dai media. Il saper riconoscere una notizia non rispondente al vero è una delle basi del giornalismo, ma le tecnologie digitali di comunicazione hanno molto accelerato la diffusione di una bufala mediatica. L’espressione può indicare anche, impropriamente, fenomeni come la voce (rumor) e la leggenda metropolitana. La b. m. può diffondersi intenzionalmente o per errore, dovuto alla carenza di verifiche sulle fonti della notizia, e la concorrenza fra i media può accentuarne gli effetti. Essa può anche mettere in luce le debolezze e la scarsa affidabilità del sistema dei media, nonché le imprevedibili conseguenze, dato che la successiva dimostrazione della non veridicità di una notizia non necessariamente ne arresta la diffusione.

Le parole si possono rompere, con l’uso?
Probabilmente sì. Prendete “bufala”. Le due definizioni vengono dal sito della Treccani; la prima dal Vocabolario, la seconda dal Lessico del XXI secolo.
Entrambe contengono la menzione dell’involontarietà: effettivamente, fino a qualche anno fa, ho sempre associato le “bufale” a fraintendimenti, incomprensioni, semplificazioni, in un ambito semantico che confinava con quello della leggenda urbana.
Piero Pelù interprete della sigla televisiva di Jeeg Robot d’Acciaio.
Billy Corgan attore in Vicky.
Il cucchiaino nella bottiglia di spumante per non farlo sgasare.
Però è sempre stato, come riporta il Lessico, un termine strettamente giornalistico.

Da qualche anno, grazie alla diffusione dei social network (ma poi principalmente di Facebook), le informazioni che non corrispondono necessariamente a stati di realtà hanno iniziato a moltiplicarsi e diffondersi a un ritmo vertiginoso. E non più solo o prevalentemente per sbadataggine o incompetenza, ma per calcolo.
Che sia economico (come messo in luce da Paolo Attivissimo e David Puente) o politico o entrambi, come nel caso della rete di siti pallonari della Casaleggio Associati / Movimento 5 Stelle, dietro alla diffusione di notizie false c’è dell’interesse.
Chi ha iniziato per primo a interessarsi a mettere un po’ d’ordine nella massa di informazioni che circolava in rete senza controlli ha, probabilmente per formazione, utilizzato quasi da subito il termine giornalistico, appunto “bufala”. Che è rimasto attaccato a questo tipo di comunicazione, creando un curioso corto-circuito.
L’informazione falsa di successo ha due caratteristiche: è semplice (riduce la complessità degli eventi a uno schema semplicissimo buoni/cattivi) e conferma le convinzioni del suo pubblico si riferimento. Quindi, per dire, funziona benissimo, in un paese intimamente e inconsciamente razzista, qualsiasi falsità che riguarda la Kyenge che augura cose brutte all’Italia, perché conferma il preconcetto che in quanto negra non può essere davvero italiana e la fa diventare una persona crudele che odia gli italiani. Specularmente, in un paese che tutto sommato spera sempre in un Uomo della Provvidenza che metta a posto le cose un Putin che deride la politica italiana non può che fare sfracelli.
Invece, spesso la realtà (come meglio possiamo approssimarla) è complessa e non accomodante con le nostre aspettative. Si crea così una polarizzazione tra la notizia falsa (semplice, comprensibile dalla gente) e la sua confutazione (complicata, richiede attenzione).

Risultato?
“Bufala” inizia a diventare una parola che identifica chi la usa come “non-gente”: il debunker è accusato di essere pagato da qualcuno, di lavorare al servizio dei famigerati “poteri forti”, di cercare di confondere le idee con i paroloni. Se una volta “bufala” era un dato di fatto, ora è un’opinione. Tu dici che quella è una bufala perché non capisci che davvero la Kyenge vorrebbe costringere gli italiani ad andare in giro con il lucido per le scarpe in faccia perché la pelle bianca le fa schifo e anche se non l’ha mai detto (ma chi lo sa, cosa dice agli amici allo zoo) potrebbe comunque pensarlo.
Quindi, “bufala” è una parola che ormai ha perso ogni potere al di fuori di chi la usa.
È una parola che si è rotta, non può più aiutarci a incidere sul reale, sulla percezione del mondo che le persone hanno.

Questo post nasce dalla lettura di un post sul tumblr di Idee per scrittori, che ho usato per mettere in pratica un’idea che avevo da tempo. Ho creato un filtro con un’estensione di Chrome, Word Replacer, grazie al quale ora quel testo si legge così:

A proposito di bugie, questa devo proprio raccontarla. Sta girando una bugia su Cecile Kyenge. Secondo un articolo tratto da un sito internet che non pubblicizzo, la Kyenge avrebbe detto, subito dopo l’attentato a Berlino: “I mercatini di Natale sono un’offesa per le altre religioni, andrebbero vietati”. Dopo aver verificato l’inattendibilità della notizia, ho segnalato la bugia a diverse persone e in diversi gruppi. Purtroppo alcuni utenti di Facebook mi hanno risposto che i disseminatori di bugie “hanno fatto bene, perché la Kyenge è stata un pessimo ministro”. Di fronte alle domande di coloro che chiedevano le ragioni di questo giudizio severo, quasi nessuno ha fornito spiegazioni. Dico “quasi” perché uno si è giustificato così: “Fanno bene a diffondere bugie su di lei. La Kyenge è pessima perché ha detto che l’Italia avrebbe bisogno di un attentato”. Controllo e naturalmente scopro che anche questa è una bugia. Quindi, riassumendo, ecco la situazione. Alcuni individui si sono fatti un’opinione negativa di Cecile Kyenge a suon di bugie. Tale opinione è diventata una sentenza definitiva che secondo loro rende lecita la diffusione di ulteriori bugie. Tutto questo è allucinante.

A me sembra che “bugia” funzioni straordinariamente. Funziona semioticamente, perché chi ha messo in giro la notizia ha detto una bugia, che è un’affermazione che si sa non corrispondere a uno stato di realtà.
Ma soprattutto funziona a livello inconscio. “Bugia” è uno dei primi concetti negativi che impariamo, è una parola semplice e modesta che esprime un’azione piccola e, per lo più, meschina. Non è “menzogna”, che già riempie la bocca e ben si presta a essere tuonata.
“Bugia” funziona per anni quando siamo piccoli.
Forse potrebbe tornarci utile anche oggi che, in teoria, dovremmo essere cresciuti.

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