Australia, 10. Finire.

1 (133).jpgFinito il giro a caccia di balene, ci mettiamo alla ricerca di qualcosa da mangiare e poi affrontiamo uno dei grandi momenti di ogni viaggio: l’itinerario consigliato dalla Lonely Planet, che, come da tradizione, facciamo al contrario (amici di Lonely Planet: siete voi che progettate i vostri percorsi in città a cazzo o siamo noi che ci troviamo sempre più comodi a partire dall’altra parte?).
L’area scelta è quella di The Rocks, il quartiere storico di Sydney che si trova sulla costa ovest di Sydney Cove, la baia dove gli inglesi fondarono il loro primo insediamento australiano nel 1788.

(PIPPONE STORICO PER ANNOIARE LUCILLA)

In realtà, però, la prima volta che gli inglesi arrivarono in Australia, nel 1770, il capitano Cook calò l’ancora in una baia poco distante. I botanici di bordo si trovarono circondati da piante mai viste, tantissime, ebbero una dozzina di orgasmi contemporanei, al punto che Cook, nel diario di bordo, cambiò il nome della baia da Stingray Bay (per il gran numero di mante che sguazzavano lì) a Botany Bay. Quando diciotto anni dopo la Gran Bretagna decise di liberarsi del surplus di carcerati andandoli a scaricare dall’altra parte del mondo (una delle idee più bizzarre nella storia delle idee bizzarre, di cui potete leggere diffusamente nel bel saggio di Robert Huges The Fatal Shore, disponibile anche in italiano, ma parecchio più caro, come La riva fatale), la flotta fece rotta su Botany Bay, di cui Cook aveva tracciato un ritratto idilliaco. Appena gettata l’ancora, però, il governatore Phillips, incaricato di gestire la futura colonia penale, decise che Cook era probabilmente un gran navigatore ma che non capiva nulla di insediamenti, perché Botany Bay aveva sì un sacco di belle piante ma difettava di acqua corrente e aveva delle molestissime coste paludose. Considerato che già i detenuti scelti per la colonia erano stati pescati a caso, senza preoccuparsi che ci fosse gente che sapesse coltivare la terra, allevare animali, costruire case e in generale tutte quelle cose che è necessario sapere fare per sopravvivere partendo da quasi zero (infatti fecero una fame nera fino all’arrivo della “seconda flotta”), Phillips decise che era il caso di cercare un altro posto. Posto che trovò nella baia adiacente, un eccellente porto naturale dove già era passato anche Cook, che la aveva battezzata Port Jackson.
La storia dei primi anni degli inglesi in Australia è una storia di stenti e miseria, favorita dal fatto che chi fece le liste dei detenuti da deportare non prese in considerazione il fatto che forse, dovendo ricreare da zero un insediamento sarebbe stato opportuno selezionare persone con, che so, competenze di agricoltura, allevamento, carpenteria, ecc. Al contrario, i deportati-coloni furono scelti un po’ a caso. Aggiungete a questo il fatto che gli inglesi erano abbastanza schizzinosi nei confronti della fauna e della flora locale e avrete il paradossale caso di gente che riuscì a fare la fame in una baia pescosa.
Per giunta, per i deportati al danno si aggiungeva la beffa degli aborigeni che gironzolavano liberi e ben nutriti mentre loro restavano comunque dei prigionieri dell’autorità della colonia. Pare che l’imprinting di questa prima convivenza abbia influito molto sul futuro odio dei colonizzatori nei confronti dei nativi.

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The Rocks ha avuto, fin dall’inizio della vita di Sydney, la nome di zona malfamata.
Oggi è una bella zona residenziale/turistica che conserva alcuni vicoli della città ottocentesca, sopravvissuti al tentativo di risanamento a suon di demolizioni degli anni Settanta. C’è un ostello, il Sydney Harbour YHA, costruito attorno alle fondamenta di alcune case settecentesche, riportate alla luce durante gli scavi per la sua costruzione. Chiamato The Big Dig, lo scavo all’interno dell’ostello è liberamente accessibile e offre uno spaccato sulla Sydney ottocentesca; lì vicino si può anche visitare una tipica bottega e casa dell’epoca. Non ci siamo entrati, ma sembra tutto molto, molto stretto.

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Pure i coreani (è coreano quello, giusto?)

Con il tramonto, partiamo per attraversare il ponte sulla baia (c’è un trappolone per turisti, se vi interessa, che offre una passeggiata sui tiranti del ponte per arrivare in cima ai piloni a un prezzo folle; la cosa positiva è che ti vestono come un Ghostbuster).

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A questo punto io e Lucilla ci accorgiamo di una cosa che vorrei sapervi raccontare come fa Pif, con un bel pezzo di montaggio. Comunque, il fatto è che, insieme alla gente che passeggia, c’è un sacco di gente che corre. Ma un sacco. E quasi tutti hanno uno zainetto sulle spalle.
Sydney, ci aveva detto Francesco, ha un po’ la fama di città “californiana” dove la gente è fissatissima con la forma fisica. Al che facciamo notare la cosa a Nicola, che a Sydney ci vive.
“Eh, ma sapete qual è la cosa bella?”
“Ehm, no…”
“Questa è gente che torna a casa dal lavoro.”
“DI CORSA?!?”
Voglio dire: io esco dall’ufficio ed è già tanto se riesco a mettermi in bici per andare in stazione. Questi si cambiano in ufficio (molte aziende offrono ai propri dipendenti l’uso di veri e propri spogliatoi, anche per chi arriva la mattina correndo), mettono gli abiti da lavoro nello zainetto e via, una sgambata fino a casa.
Una scena che, di nuovo vorrei dirvelo con la voce di Pif, mi ricorda qualcosa…

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La sera, tornando in albergo, io e Lucilla notiamo una certa coda davanti a un posto che fa una “japanese cheesecake”, Uncle Tetsu. Il posto è fantastico perché in questo laboratorio completamente a vista una ventina di persone si dà da fare a preparare e sfornare torte che mandano un profumo buonissimo.
Ci mettiamo in coda; scopriremo poi solo più avanti che ci è andata molto bene perché il posto ha aperto da pochissimo e le code possono essere anche lunghissime (tanto che non si può prendere più di una torta a testa). Una volta in albergo, scopriamo che ci è andata benissimo, perché la torta è di una bontà sconvolgente, soffice e spugnosa, come dei tuorli montati a neve intrisi di formaggio dolce. Abbiamo anche un video dell’unboxing.

La tendenza degli abitanti di Sydney al fitness ce la vediamo esplodere definitivamente davanti agli occhi il giorno dopo, quando raggiungiamo Nicola a Bondi Beach. Perché, giustamente, se devi andare a vivere dall’altra parte del mondo è meglio farlo con un certo stile.

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Bondi Beach è tipo una delle spiagge più famose del mondo. Il quartiere alle sue spalle è stata una zona residenziale working class di immigrati; ovviamente le zone più vicine al mare e con vista sono un’altra storia.
A Bondi viene indossato probabilmente il 95% di tutto il lycra prodotto nella galassia: quasi tutte le donne che abbiamo visto nella lunga passeggiata fino a Coogee indossavano la divisa pantaloni aderenti / top / maglietta e o correvano o camminavano a passo sostenuto. Sempre con la bottiglietta d’acqua. È tecnicamente inverno, ma non sembra. A un certo punto arrivo a rimpiangere di non essermi portato il costume da bagno. Anche se dopo il brunch che ci siamo sparati (per me due uova alla benedict con salmone su pane tostato) forse l’acqua gelida mi avrebbe ucciso, come qualsiasi cosa in Australia è lì per fare.

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La passeggiata è bellissima, tocca diverse spiaggette e un tratto di costa che, sarà l’acqua limpida, saranno le rocce, ha un che della Sardegna. A un certo punto si attraversa anche un cimitero affacciato sul mare (pare sia uno dei più belli del mondo, nessuno di quelli che ci sono sepolti si è mai lamentato).

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Poi a un certo punto vedi, di fianco a una panchina sulla passeggiata, uno smartphone appoggiato su una maglietta piegata. E un tizio che fa il bagno venti metri più in là. “Eh, è andato a nuotare e ha lasciato lì il telefono,” ci spiega Nicola. Oh, si vede che qua funziona così. Probabilmente l’avrà lasciato in cima perché così se qualcuno lo chiama magari chi passa può rispondere e dire che il tizio sta facendo il bagno e non può rispondere.

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Vorresti quasi restarci per sempre, una volta arrivati a Coogee.
Infatti è per questo che ci incasiniamo con i bus per il ritorno verso il centro e ne prendiamo uno che probabilmente passa da Canberra.
Poi attraversiamo il Centennial Park, un sobrio parchetto di 189 ettari, che ha al suo interno anche una palude infestata da pipistrelli giganti. A un certo punto ci imbattiamo nella scena vagamente surreale di una madre che cerca di convincere la figlioletta, comprensibilmente terrorizzata, che i pappagalli sono suoi amici.
NO.

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Capite perché il casco è obbligatorio per andare in bici? La bambina era TERRORIZZATA.

https://vimeo.com/203019526

Alla fine, per arrivare a Darling Harbour prendiamo un taxi, il che ci regala un’altra buffa esperienza australiana che Nicola caldeggiava; l’autista asiatico dal delicato gioco di freno-acceleratore.

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Darling Harbour, comunque, è un mezzo pacco: una gigantesca tonnara per turisti, con una parata sterminata di ristoranti e locali finto-tipici e, ciliegina sulla torta, un museo delle cere di Madame Tussaud.
Così, decidiamo di finire l’ultima sera a Sydney in un ristorante giapponese a mangiare ramen e assistere alla cupa scena di una madre che ignora il figlio per giocare a Pokemon Go (erano i giorni in cui ci si giocava, ve lo ricordate, Pokemon Go?).

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Fun fact: l’Opera House non è completamente bianca perché altrimenti il riflesso del sole avrebbe carbonizzato i passanti.

Salutato Nicola, ci resta solo l’ultima mattinata, che dedichiamo alla visita guidata dell’Opera House, dopo avere passato due giorni a fotografarla da qualsiasi angolazione e con qualsiasi luce.
Come guida ci tocca una simpatica signora vagamente stravagante (pensate a Luna Lovegood, immaginate sua nonna: ecco) che infarcisce le spiegazioni di spigolature, battute e paradossi, tutti in stile molto british e detti con la massima sobrietà. Tanto che a un certo punto l’altra coppia di italiani della comitiva va da lei e le chiede, per favore, di non fare più battute che non capiscono che cosa è vero e cosa no. Io e Lucilla ci guardiamo e decidiamo di applicare il collaudatissimo protocollo “ALTRI ITALIANI ALL’ESTERO” con ancora più rigore e ci chiudiamo nel totale mutismo. Fino a che la guida non ci chiede da dove veniamo e noi siamo costretti a dire “italia” e lei si mette a trillare “Oh, altri italiani, venite qui, potete chiacchierare tra voi” (il mio compagno di visita preferito è un pompiere americano, padre di famiglia, grosso e con i baffi, che sembra avere deciso di fare un punto d’onore del tenere aperta la porta per tutti ed entrare per ultimo ogni volta che si cambia ambiente). La visita è interessante, fa vedere le diverse sale che offre il complesso e ne racconta la storia (abbastanza travagliata e, per molti versi, folle: venne approvato un progetto senza avere idea della sua effettiva realizzabilità). A un certo punto la guida ci dice che potremmo avvistare Julie Andrews, che sta dando gli ultimi ritocchi alla sua messa in scena di My Fair Lady, e che probabilmente nel caso dovremmo essere rapidi a darcela a gambe perché non ama essere disturbata. In quel momento mi rendo conto che 37 anni di vita non mi hanno preparato alla possibilità di vedere da vicino Mary Poppins e mi commuovo all’idea di quanto potrei commuovermi. Anche perché poi spiegaglielo che hai in casa un suo pupazzetto.

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Per fortuna, alla fine non la incontriamo.

1 (122).jpgFacciamo anche un giro al Museo di Arte contemporanea, che viviamo con molta serenità per il terrore che qualcuno del gentilissimo personale del museo ci voglia spiegare qualche opera con un pippone lunghissimo (per lavoro l’estate prima mi sono occupato del catalogo di una mostra di arte contemporanea e per vari motivi ricordo quell’esperienza come una delle peggiori della mia vita).

E poi…
Un’altro viaggio finisce con un’attesa lunghissima in aeroporto, una coda al controllo passaporti dove ti avvisano di non fare battute sulle bombe che ti si inculano con la carta vetrata.
Prima di imbarcarmi assaggio anche la famosa salsapariglia e scopro che fa schifo.

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Seguono un sontuoso volo con Ethiad e uno molto meno affascinante con Alitalia.
Poi Malpensa, lo squallore dei bus per Milano Centrale, il treno…

Finito.
Ho finito?
Davvero?
Da quanto non finivo un resoconto di viaggio?
Campioni del mondo!
Campioni del mondo!
Campioni del mondo!

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2 commenti

Archiviato in australia

2 risposte a “Australia, 10. Finire.

  1. L.

    Già solo perché lo hai finito è BBBBELLISSIMO!
    (Ovviamente ho saltato il pippone storico😜😂)

  2. Pingback: Canadà (2) – Niagara | buoni presagi

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