La Stanza Profonda

9788858127377_0_0_1520_80

Parlare di un libro come “La stanza profonda” (d’ora in poi LSP) di Vanni Santoni mi mette un po’ in imbarazzo, per una lunga serie di motivi.
Il primo è che LSP è un libro sui giochi di ruolo e una delle cose che scopri dopo un po’ che giochi di ruolo (voce del verbo “giocare di ruolo”) è che di giochi di ruolo (sostantivo) non si parla con chi non gioca. Ti risparmia un sacco di noiose spiegazione al termine delle quali l’interlocutore comunque decide che sei un cretino.

INCISO
Una volta metto su un gruppo musicale con un amico (al quale effettivamente mai avevo parlato di GdR). Un giorno siamo lì che chiacchieriamo con il chitarrista solista, che conosciamo da un paio di settimane, e lui in una frase dice una cosa tipo “in quei casi devi avere un senso del dovere da Cavaliere di Solamnia”. Al che io abbocco e faccio: “Uh, Dragonlance! Grande!”.
Lui annuisce e dice “Bene, quindi giochi. Se non avessi colto il riferimento non avrei mai più tirato in ballo i giochi di ruolo”.
(Diventò poi il nostro master in una campagna che rendemmo molto più interessante andando a confidarci con quello che credevamo il nostro amico più fidato e che invece avrebbe dovuto essere chiaro che si trattava del vero cattivo di tutta la faccenda).

Invece ora non solo esce un romanzo che ha in copertina un d20 (un solido regolare a venti facce triangolari, per la gente normale) e che parla di gdr, ma che per giunta finisce candidato al Premio Strega (non che abbia particolare interesse per i premi letterari, ma va da sé che danno un +3 alla visibilità del libro) e viene letto e recensito anche da gente che, probabilmente, nella sua “stanza profonda” non ci è mai entrata.
Ora, non si tratta di affermare spavaldi che “i nerd hanno vinto”, cosa che da qualche anno si sente ripetere sia tra chi ha da sempre frequentato dadi e mondi fantastici sia, soprattutto, tra chi non lo ha mai fatto. La situazione è ben più complessa, come riconosce anche Vanni Santoni nel libro (ne avevo parlato in un post di qualche tempo fa), e i toni trionfali sono un po’ fuori luogo.
No, dovete piuttosto considerare che fino a non moltissimo tempo fa, se sentivi parlare di giochi di ruolo fuori dall’ambiente era per cose del genere:

Quarant’anni fa, i giochi di ruolo in Italia non avrebbero trovato alcun seguace: perché i giovani un ruolo lo avevano davvero, fatto di responsabilità e progetti, nella società. Quindici anni fa, in America, il gioco della Torre e del Dragone venne tolto dal commercio; noi lo abbiamo trasformato in gioco di ruolo, e portato in Italia con grande successo, come tanta altra immondizia d’importazione.
Può un gioco portare al suicidio? E può un suicidio giovanile essere assistito? La risposta è sì, ad entrambi i quesiti.

Il pezzo qui sopra, firmato da Paolo Crepet, è stato pubblicato nel 1996 sulla Nuova Venezia, all’epoca del suicidio di un ragazzo di Spinea che, tra le altre cose, era anche un giocatore di ruolo; proviene dall’archivio di Gdr2.org, un gruppo di ricerca sui giochi di ruolo (gdr al quadrato, appunto) che partendo proprio dal disgusto per trattamenti come questo del gdr, ha portato avanti per anni un notevole lavoro di informazione.

Anche se ormai saranno una decina d’anni che non gioco non solo non rinnego nulla, ma credo che il gioco di ruolo sia stato una pietra angolare della mia vita, sia per le persone che mi ha fatto conoscere, sia per le esperienze che mi ha portato (i primi lavori che ho fatto li ho fatti proprio nel mondo dei giochi, per dire).
Quindi, da un lato c’è il piacere di vedere qualcuno che prova a rendere giustizia alle nostre esperienze (perché dico “nostre” lo spiego tra un po’), dall’altro c’è quel timore nel pensare a qualcosa di tuo dato in pasto a chi non ne sa nulla. E, in generale, il senso di terrore quando qualcuno viola quello che in fin dei conti è un tabù.
Perché c’è da considerare questo: se il gdr, come giustamente suggerisce Santoni, ha molte caratteristiche in comune con un rito (fermi, non partite a dire che hanno ragioni quelli che dicono che è una roba esoterica, tipo l’adorabile matto di Dark Dungeons; l’antropologia usa il termine in modo abbastanza disinvolto, tanto che per un esame di sociologia studiai un testo che accomunava il fare la spesa al rituale del sacrificio), è sicuramente un rito che non prevede spettatori non partecipanti. Giustamente, infatti, nel libro non si trovano tracce di pratiche barbariche come l’andare a giocare in locali pubblici, che è una che ho sempre trovato assurda, sia per questioni sociali sia perché se il gioco è creare un mondo non puoi farlo con della gente attorno. Per lo stesso motivo, avere nella stanza in cui si gioca persone che non partecipano l’ho sempre trovato, le rare volte che è successo, strano e sbagliato.

INOLTRE…
Un’altra cosa che mi ha un po’ inquietato quando ho sentito parlare per la prima volta di LSP è che anche io, nel mio piccolo, sto scrivendo una storia sui giochi di ruolo e temevo, a questo punto, di arrivare tardi. Ma in realtà quello che sto facendo io è qualcosa con un approccio molto diverso – anche se ovviamente dovrebbe sfiorare alcune considerazioni simili, solo in chiave fantastica.

Per fortuna, il libro in questo senso ha messo a tacere tutti i miei dubbi.
Ho la stessa età dell’autore e del suo alter ego nel libro e ho trovato incredibile come tantissime cose fossero assolutamente identiche tra la provincia toscana di LSP e la Genova della mia infanzia e adolescenza, quando si parla di gdr. I primi tentativi di giocare coinvolgendo gli adulti (perché è complicato, ci sono tante regole, pensi che sia necessario rivolgerti al padre) e la scoperta che no, non è una cosa per adulti, non hanno già più la testa necessaria a mettersi a giocare a qualcosa di così radicalmente diverso da tutto quello che hai conosciuto prima.

ECCEZIONE
Il padre di una mia compagna di classe delle medie, stimato professore universitario di matematica, ci andò sotto tantissimo con D&D, quando lo scoprì attraverso me. A onor del vero, più per l’aspetto formale – trovava incredibile la dedizione che noi ragazzini ci mettevamo nell’imparare regole – che per quello immaginifico. Però una volta che avevo portato a casa loro “Uno sguardo nel buio”, straordinario gdr tedesco della prima generazione che prevedeva che il mago lanciasse gli incantesimi recitando ad alta voce le formule, dopo un po’ che lui leggeva il manuale mentre noi si studiava fummo interrotti da un tonante FULMINICTUS! COLPO DI MORTE!

ECCEZIONE 2
Il padre di un altro mio amico per qualche tempo fece da master a lui e a un suo amico, quando erano bambini, e inventò le zanzare di fuoco. Normalissime zanzare, che però come schiacciavi esplodevano in una palla di fuoco.

La fatica a trovare un gruppo con cui giocare, il paziente scouting per trovare coetanei da iniziare al gioco e che non si facessero distrarre da passatempi più immediati e gratificanti. Il negozio specializzato che diventa il rifugio di un’umanità altrove probabilmente considerata bizzarra e che invece lì è in qualche modo perfettamente al proprio posto. Persino, nella digressione su Magic, quelli che collezionavano secondo criteri particolari (a Genova ricordo uno che collezionava solo Atog).
E poi la magia del gioco, quale che sia il regolamento, l’ambientazione. Ho usato “magia” senza neanche pensarci, perché in fondo di quello si tratta: un atto creativo condiviso che, nei momenti migliori, quando tutto funziona alla perfezione, ti resta nella testa solo come narrazione, come cose successe. Scompaiono i lanci di dado e rimane solo la sensazione di avere costruito qualcosa che esiste solo perché tutti avete deciso di crederci. E di cui non resta traccia, se non il ricordo. Un’arte effimera, come ben sa chiunque abbia provato a scrivere le proprie partite per farne della narrativa: il risultato è sempre una porcheria. Al massimo, funzionano gli aneddoti, i singoli episodi buffi (ma, anche quelli, in piccole dosi).

E DRAGONLANCE?
Una delle grandi mitologie interne al gdr che riguarda il trasformare le partite in romanzi riguarda la serie di Dragonlance, una saga fantasy ormai tentacolare ambientata in uno degli universi di Advanced Dungeons & Dragons, il cui primo libro nasce in effetti da alcune sessioni di gioco tra gli autori e altri loro amici. Però il risultato fu talmente macchinoso (“ogni tanto senti i tiri di dado” è il commento più comune) che per i libri successivi l’approccio fu completamente abbandonato.

Da tutti questi punti di vista, LSP è uno dei migliori atti d’amore per il gioco di ruolo che si potessero desiderare.
Non so, e non posso capire, che cosa capirà di tutto questo chi non ha mai giocato, che cosa rimanga a un lettore che di gdr non sa nulla. Per un giocatore, c’è un’incredibile senso di “essere a casa”.

Quindi, se LSP fosse solo un memoriale, un pezzo di nonfiction o qualcosa del genere sarebbe da premiare con tutte le stelle di questo mondo, bonus del 10% ai punti esperienza, tesoro degno di un drago dorato, Punti Sangue come se piovesse, quello che volete,
Però, LSP è anche un romanzo. E sotto questo aspetto mi ha lasciato invece molto più freddo. Non sono un grande fan della scrittura in seconda persona; in questo caso avrebbe anche un senso perché ricrea un po’ l’effetto dei libro-game e perché è così che un master si rivolge ai suoi giocatori. Però lo stesso non riesco mai a digerirla granché (per dire, ho meno problemi con i dialoghi non marcati da virgolette o trattini).
Ma al di là della questione di stile, mi è sembrato che le parti più propriamente romanzesche, come la gita a Lake Geneva, fossero al di sotto del resto.
Quindi questo ha un po’ raffreddato il mio entusiasmo per il libro.

Ma, miei gusti a parte, credo che La stanza profonda meriti di essere letto da chiunque abbia mai giocato di ruolo, perché rappresenta un atto di amore, ragionato, a una delle più straordinarie forme di passare il tempo insieme che gli esseri umani siano riusciti a concepire.

Annunci

7 commenti

Archiviato in Libri

7 risposte a “La Stanza Profonda

  1. Premet: mai stato giocatore, ma sempre circondato da giocatori, ancora adesso. Però il libro me lo son goduto, e condivido anche le tue perplessità – gita in America, post-finale, ecc. – e a volte sembra un libro a tema, tipo “non è vero che il gdr fa male, anzi”.
    Ad ogni modo il 10 maggio sarò il cordiale anfitrione di Vanni Santoni qui a Prato, dove verrò a presentarlo al cinema Terminale. Lo intervisterò cercando di non fare troppo l’imbecille. Userò anche un paio di cose che hai detto tu, ovviamente senza citare la fonte (lol).

  2. Una cosa importante: rileggere sempre il commento prima di pubblicarlo.
    – Premetto
    – verrà
    Insomma, hai capito

  3. Oh scemo, quello che collezionava Atog (e girava sempre con un Atog nel portafoglio, ero io!)
    :-D

    Però potevo essere anche un emulatore, ora non ricordo…

  4. Pingback: La stanza profonda: quattro recensioni | sarmizegetusa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...