Canadà (4) – Quebec! (1 di 2)

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Una foto di una foto dell’hotel più fotografato al mondo secondo la Lonely Planet (che però è reticente sulle altre posizioni della classifica degli hotel più fotografati al mondo)

Fedeli alla linea (del bus), anche per spostarci da Montreal a Quebec la nostra scelta è ricaduta sul torpedone.
Ma prima di arrivarci c’è da passare lo scoglio della colazione.
In una recensione su Tripadvisor dell’Hotel Elegant si legge:

La stanza dove viene servita la colazione sembra un sottoscala con pochi posti a sedere e la qualità della colazione servita è quasi imbarazzante.

Ed è esattamente così. La colazione è servita in una stanzetta di due metri per tre con 7-8 posti a sedere. Ti puoi servire di un’enorme brioche stantia da una scatola di plastica, versare una tazza di caffè e poi… uhm… potresti sederti? No, perché non c’è posto. Allora che fai?
Non lo so, io ho preso il mio vassoietto e sono andato a mangiare sul divano all’ingresso (per fortuna che Lucilla non ha preso niente, altrimenti avremmo dovuto fare a turno perché in due non avremmo avuto dove appoggiare i vassoi), davanti alla reception, nell’indifferenza del portiere. Quindi suppongo si potesse fare. O che comunque non gliene fregava un cazzo a nessuno. Come di tutto il resto che riguarda quell’albergo.

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La tipica architettura nord-americana

L’albergo in realtà aveva un vantaggio: è vicinissimo, roba di cinque minuti a piedi, alla stazione degli autobus da cui parte quello per Quebec.
Solo che, siccome sono un genio, mi incarico della logistica di tutti gli spostamenti e decido che in realtà la stazione è quella dove siamo arrivati da Toronto, a qualche fermata di metropolitana. Quindi, dopo avere fatto una vera colazione, ci armiamo, ci bagagliamo, arriviamo per fortuna in LARGHISSIMO anticipo in questo terminal degli autobus dove nessuno ha mai sentito parlare della nostra compagnia. A un banco informazioni troviamo due signore che parlano solo un dialetto seicentesco della Loria ma che riescono a farci intuire che forse ho fatto una lievissima cazzata.
Un’ansiosa corsa in metropolitana dopo, arriviamo alla stazione corretta, appunto dietro all’albergo.

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Trompe-l’oeil (il turista mi pare di ricordare fosse vero, ma non ci metterei la mano sul fuoco)

Ma parliamo di Quebec City, che ha il prima di essere la città più antica del nord America (fondata nel 1608), nonché l’unica a nord del Messico a conservare una cinta muraria.
Di conseguenza, per il visitatore europeo si crea uno strano spaesamento, perché ti trovi circondato da gente che parla francese in una città la cui parte antica ha l’evidente aspetto di una cittadina francese e purtuttavia tra te e la Francia c’è, letteralmente, un oceano. In più, Quebec ha un centro storico molto circoscritto e molto “centro storico” (un po’ Gardaland, se vogliamo), quindi l’esperienza “europea” è garantita.
A complicare ulteriormente le cose, arriviamo in concomitanza con l’inizio della festa della Nouvelle France, alcuni giorni in cui la città vecchie finge il più possibile di tornare nel XVI secolo, tra rievocazioni storiche, concerti, stand gastronomici e, in generale, così tanta gente in costume che sembra di stare a Ferrara.

Per dire, quanto facciamo il giro del fiume in battello, il comandante/anfitrione è vestito da Louis Jolliet, l’esploratore che risalendo il Mississippi nel 1673 scoprì che era un buon modo per arrivare dalle parti delle colonie francesi del nord, e al quale è intitolata la nave che fa questi giri.
O anche, per l’occasione, il microbirrificio locale Le Corsaire aveva preparato una birra a edizione limitata battezzata Boisdon in onore di Jacques Boisdon, primo titolare di una taverna e locanda a Quebec (documentata almeno nel 1648). È una birra bianca, leggerissima, beverina e, mediamente, buonissima, tanto che abbiamo cercato di berne quanta più possibile (e quando ci ricapitava?). Un buon modo per godersela, poi è stato nella taverna allestita in una piazzetta dalla stessa birreria, che offriva anche concertini e spettacoli di cabaret. Per esempio, ci incantiamo con il signor Jacques Dupuis, violinista e cantante, che offre una selezione di canzoni tradizionali, con in mezzo anche questa roba che mi è rimasta in testa per settimane (QUEBEC!)

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QUEBEC!

Ma a Quebec succedono anche delle cose buffe: per esempio che vado in un negozio per comprarmi una giacchetta a vento da battaglia, scelgo un K-Way, marchio che da più di dieci anni è italiano e quando vado alla cassa a pagare alla radio del negozio parte una cover in francese di Ti amo di Umberto Tozzi (credo quella di Dalida, perché il K-way da solo non è vintage abbastanza) (non è certo l’apparizione più strana di una canzone di Umberto Tozzi, visto che c’è pure Gloria in The Wolf of Wall Street, per altro mentre se sei mai stato in Liguria ti domandi perché vada in barca da Portofino fino a Montecarlo per prendere un aereo, fino a che non scopri che hanno girato lì ma in teoria nella storia erano in Sardegna) (!).

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L’ultima foto prima del DRAMMAH.

Sto divagando, lo so.
Ma perché ora devo arrivare a una parte che, ehm.
Premessa: in primavera, dovendo rifare la carta di identità, ho fatto quella elettronica, nel formato tessera. Visto che di solito giro con un portafoglio che raccatta qualsiasi cosa e si gonfia a dismisura, per questo viaggio ho preso un portadocumenti del Museo Egizio di Torino (decorato con eleganti geroglifici dal Libro dei Morti di Kha) e ci ho messo dentro la carta di identità, la carta di credito e le banconote nella tasca interna. Comodissimo. Così piccolo che sta tranquillamente in tasca. Dove però tengo anche altre cose, tipo il telefonino.
Succede che una sera, la penultima che siamo a Quebec (il giorno dopo andremo a fare una gita fuori città con una macchina a noleggio), sulla via dell’albergo mi tocco la tasca e il portafoglio non c’è. Provo tutte le tasche, provo la borsa. Riprovo le tasche. Riprovo la borsa. Lucilla, abituata alle mie “danze del telefono” (tasca destra davanti, tasca sinistra davanti, batti le mani, giravolta, tasca della giaccia, tasca posteriore destra, tasca posteriore sinistra, eventuali tasconi sulle gambe) capisce che la situazione è grave.
Io affronto la situazione con il sangue freddo di Puffo MORIREMOTUTTIIIIIIIIIIII (un personaggio purtroppo censurato) e vado completamente in merda. Facciamo a ritroso la strada, mi fermo dove avevo probabilmente tirato fuori dalla tasca l’ultima volta il portafoglio, ma non c’è nulla. Lucilla, mostrando un sangue freddo e un controllo notevoli, pianifica le operazioni. Siamo stati in un negozio, dove ho comprato un (fondamentale) peluche di castoro con il cappello da guardia a cavallo. Non è che l’ho lasciato sul bancone? Torniamo lì al galoppo (lei, tra l’altro, ha una pressione vescicale di alcune atmosfere e non vedeva l’ora di arrivare in albergo) ma il negozio è chiuso. Il che, se non altro, lascia una piccola speranza.
Io intanto mi immagino l’inferno: contanti non ne avevo più, ma per la carta di identità dovrò andare a fare denuncia, in francese, farla tradurre in italiano (al consolato?) e poi tornare in Italia sperando che quella traduzione vada bene per avere un duplicato. Nel frattempo, mi immagino già la mia carta di identità nelle mani dei libici e la mia faccia al telegiornale come principale sospettato di un attentato. E poi c’è la carta di credito. Fisso il telefono con il terrore di vedere comparire qualche addebito improbabile. In pieno pallone, mi aggancio a un wi-fi aperto e cerco il numero per bloccarla dall’estero. Sveglio un poveraccio che sta sonnecchiando in Italia al turno di notte di un centralino, ma ho clamorosamente sbagliato gestore di carta. Torniamo in albergo e lì, con un minimo di calma in più, mi rendo conto che il numero da chiamare è lo stesso che compare in tutti gli sms di addebito di qualche spesa. Sveglio, chiedendogli umilmente scusa sei o sette volte, un  altro poveraccio che ha il turno di notte e blocco la carta. Almeno quello.
Poi, inizia una notte orripilante in cui dormo dieci minuti ogni trenta circa. Ho lasciato il telefono a caricare sul tavolo, non vedo se arrivano messaggi.

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Inseriamo la foto di un luogo sacro, la cattedrale di Quebec, per bilanciare alcune cose potrebbero essere state dette e/o pensate nelle ore precedenti

Al mattino, ormai rassegnato a dovere affrontare un’ordalia burocratica perché comunque sono certo di avere rimesso in tasca il portafoglio dopo l’acquisto nel negozio, scopro A CHE COSA CAZZO SERVE DAVVERO FACEBOOK.
Uno sconosciuto con un nome spagnolo mi ha scritto, alle quattro di notte, su messenger. Dice di avere trovato i documenti di una persona con il mio nome a Quebec e che lavora al ristorante…

PORTOFINO

(Sì, stavo divagando ma in realtà creavo fili invisibili)
Io, boh, mi sembra tutto talmente assurdo e improbabile che da un lato sono felicissimo, dall’altro non riesco a crederci. Rispondo immediatamente che sì, sono i miei! Ovviamente, se quello alle quattro stava a cercare gente su Facebook, alle sette non è lì a rispondere ai miei messaggi.
Lucilla mi guarda, abbastanza incredula anche lei, e mi ricorda le cose assurde che ho detto nella disperazione della sera prima (tipo a un certo “a me non dovrebbero fare uscire di casa”). Decidiamo di fare colazione e fare comunque un tentativo al ristorante per vedere se c’è qualcuno, perché comunque è di fianco a dove dovremmo ritirare la macchina noleggiata.
Entriamo al ristorante Portofino accolti da un rassicurante odore di sugo al pomodoro (che stanno evidentemente preparando per la sera), spiego rapidamente la situazione a qualcuno che ci lavora, che prima mi dice che Fernando, il mio salvatore, fa il turno di sera, poi va a vedere se per caso… e ritorna con il mio portafoglio. Cara vecchia magia egizia, buona per proteggere il ka nel viaggio nell’Aldilà e gli stupidi come me in quelli in Canadà.
Della gita fuori porta parliamo al prossimo giro, qui c’è un fast forward alla sera, quando passo a salutare il mio benefattore, che è tipo il sindaco del locale e sta accogliendo uno arrivato in Lamborghini. Lo abbraccio e, parlando io in italiano e lui in spagnolo mi spiega che gli hanno portato la sera prima il portafoglio degli spagnoli che l’hanno trovato lì davanti e che poi, a fine serata, si è messo a cercare su FB quelli con il mio nome e ha scritto a 5/6 persone (la foto sui passaporti digitali fa schifo). Tra l’altro era argentino, di Buenos Aires, e tifoso del Boca, quindi in pratica genovese.
Tutto è bene quel che finisce bene e, soprattutto, se andate a Quebec andate a mangiare al ristorante Portofino.

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Oppure andate a godervi la vita come gli abitanti del luogo che prendono l’aperitivo in ammollo all’ombra alle sei di sera con una certa arietta che tirava dal San Lorenzo, perché YOLO.

(continua, con fuochi d’artificio, boschi e animaletti pucciosi)

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1 Commento

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Una risposta a “Canadà (4) – Quebec! (1 di 2)

  1. Bello! Dai uno sguardo al mio blog ilviaggiodiulisseblog.wordpress.com se vuoi isciviti

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