Chernobyl – un giorno nella Zona

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Mi sono addormentato, sul piccolo bus, guardando un documentario sull’incidente.
Non ricordo bene a che punto, ma ricordo un testimone oculare che raccontava che la luce dell’esplosione, da lontano, era bellissima. Lo diceva con una specie di strana ammirazione colpevole: sapeva che stava parlando di un disastro, ma non poteva negare che la luce smeraldo che si era accesa nel cielo della notte era stata stupefacente.

Quando mi sono svegliato, eravamo in vista del posto di blocco.

Io non ci volevo andare, a Chernobyl. Anzi, per essere precisi, nella zona di esclusione di Chernobyl, un’area di trenta chilometri di raggio attorno al reattore 4 della centrale nucleare, saltato in aria per un errore umano la notte del 26 aprile 1986. La prima volta che Lucilla mi ha detto “già che per la fine dell’anno andiamo a Kiev dobbiamo andare a Chernobyl” ho provato un senso di fastidio: mi sembrava una cosa da stupidi turisti del macabro. Probabilmente il fastidio era anche un meccanismo di difesa per non ammettere un’altra cosa: che l’idea mi faceva paura. Pura e semplice paura.

Nel 1986 ho quasi sette anni. Mio zio lavora in Russia da un anno, ci resterà ancora fino alla fine degli anni Ottanta. Non ho ricordi precisi della cosa, ricordo che in casa si diceva che riceveva più informazioni da noi che dalle autorità locali, ma forse era una battuta perché mia madre non amava molto l’Unione Sovietica. Ricordo i tg con l’immagine della nube radioattiva sull’Europa. Ricordo, quell’estate, l’allarme sui cibi da non mangiare. E lo stronzio. Lo stronzio mi faceva molto ridere.
Per quello che ne sono, il tumore che dopo quattro anni si è portato via mia madre e ha cambiato la vita mia e di tutta la mia famiglia potrebbe dipendere dalla nube radioattiva di Chernobyl.
Chernobyl è un buco nero nel mio immaginario.
L’idea di passarci l’ultimo dell’anno non mi mette di buon umore.

Quando scendo dal bus per il controllo passaporti la paura è ancora lì. Anche se ho ceduto perché, in fondo, ero curioso. Le pagine della compagnia che organizza il tour sono serie e, per certi, tranquillizzanti: se non fai delle grosse cazzate i rischi sono bassi.
Però bassi non vuol dire nulli.
Due poliziotti, con tute militari e un mitragliatore che ho trovato descritto qualche giorno prima in un libro di Lee Child, chiamano una per una le persone sulla lista della nostra guida, controllano che i dati dei passaporti coincidano e che le foto siano quelle delle persone che hanno di fronte.
È una formalità, ma stai comunque entrando in una zona proibita, stai varcando un confine.

 

Quando ci fanno passare, dall’altra parte c’è un grosso mezzo militare, blindato, con una pala davanti e i cingoli. Una roba da guerra agli zombi.
E un cane. Un piccolo cane, con una zampa spezzata che nessuno ha mai curato: l’osso si è saldato male, forma una piccola noce e lui non la appoggia bene. Vorrebbe giocare, ci saltella attorno e ci guarda speranzoso.

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Ma nessuno, della quindicina di persone che siamo (un’americana, un paio di francesi, un finlandese sposato con una brasiliana, almeno una russa, un giapponese e qualcuno che non ricordo) osa avvicinarsi. Sul bus la guida ci ha spiegato che nella Zona (dice proprio così, come in Stalker) ci sono molti cani e che sono anche socievoli, di solito, ma che è prudente non accarezzarli. Le particelle radioattive tendono a sprofondare nel suolo e nessuno può sapere dove è andato a ravanare un animale.Quel cane è il primo incontro con la Zona, la prima piccola lezione del fatto che sta tutto a te. C’è una guida, che può fermarti se cerchi di fare delle grosse cazzate, ma l’unico responsabile dei rischi che puoi correre sei tu. E anche una cosa sciocca come accarezzare un cane può essere un rischio.

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La strada che va verso la centrale è larga, dritta e ridicolmente ben tenuta.
Scegliendo un posto con scarsa densità di popolazione e terreno poco fertile per la costruzione della centrale, i sovietici si erano presi il lusso di tirare una linea dritta.
Taglia in due la foresta; ai margini si vede qualche cartello stradale, mai ritoccato da trent’anni che ti ricorda che stai entrando in un posto che non solo è una capsula del tempo ma che è una capsula del tempo di un Paese che non esiste più, l’Unione Sovietica.

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La prima sosta è nel villaggio di Zalissya, dove ad aprile del 1986 vivevano 2000 persone e oggi più nessuna. Se non te lo dice la guida, non ti accorgi subito che c’è un insediamento, perché le case, tutte, sono state inghiottite dalla foresta, che dopo l’abbandono è cresciuta senza più nessuno che la tenesse a bada.

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Come in un videogioco, a Zalissya c’è una sandbox, dove impari a destreggiarti con i comandi e tari il tuo comportamento: è un piccolo ambulatorio, che serviva come punto di primo soccorso per gli abitanti della zona. Se avevi bisogno di cure più serie dovevi andare a Chernobyl, se nemmeno a Chernobyl potevano fare niente per te c’era sempre l’ospedale di Pripyat, la città costruita per i lavoratori della centrale. Ma ci arriveremo.
L’ambulatorio è un edificio a un solo piano, diroccato. L’intonaco della facciata si è staccato in alcuni punti, lasciando vedere la struttura di listelle di legno intrecciate a cui si appoggiava e, più sotto, le pareti di legno. La porta è aperta e quando la varchi, di colpo tutto diventa reale.

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Le poche stanze dell’ambulatorio hanno il pavimento sfondato in alcuni punti, così come il tetto ha ceduto per l’incuria. Ma tutto attorno ci sono i segni inequivocabili di quando questo luogo era abitato, frequentato da esseri umani: registri con nomi e cognomi, giornali abbandonati, manifesti alle pareti, confezioni di farmaci, un lettino ginecologico. Dalle pareti sono stati strappati tutti i fili elettrici, per rivendere il rame (e torna in mente quella scena dei Simpson: “Non è il momento di discutere di chi sia la colpa, ma di prendere tutto il rame che puoi”, anche se allora si parlava del fallimento di una società della prima bolla della web-economy). Tutto è coperto da una patina grigiastra di polvere, intonaco sbriciolato, terra; smorza i colori, congela quella confusione in una dimensione che è allo stesso tempo lontana e vicinissima.

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Ho visto il video di un tizio che ha fatto il nostro stesso tour, ma nella versione di due giorni, e che fa lo stesso paragone che è venuto in mente anche a me: Last of us. Last of us è un videogioco ambientato in un mondo post-apocalittico reso in grande parte inabitabile dalla solita apocalisse zombi; non so se i suoi sviluppatori abbiano mai visitato la Zona, ma la loro resa di luoghi abbandonati e poi saccheggiati e poi di nuovo abbandonati è straordinariamente simile a quello che sto vivendo nel piccolo ambulatorio di Zalissya. Una piccola vertigine alla quale se ne accompagna un’altra: tutti abbiamo visitato dei siti archeologici, credo, nella vita. Questo, in fondo è un sito archeologico, ma non è musealizzato. Gli artefatti non sono stati portati via (perché dalla Zona non si può portare via nulla – e non è nemmeno consigliabile farlo – almeno ufficialmente), non c’è nessun percorso stabilito, nessuna zona proibita. Se fosse un videogioco, sarebbe un free roaming: puoi andare dove vuoi, puoi interagire con quello che vuoi. Le scelte sono tue e, con loro, le conseguenze.
È tutto reale.

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A Zalissya c’era anche un piccolo supermarket, con la sua insegna colorata e tre grandi vetrine. Oggi è uno stanzone vuoto e l’intelaiatura interna di una delle tre grandi finestre è sfondata. Forse è stata rotta per prendere il legno e accendere un fuoco, o forse no.
Dopo l’evacuazione della Zona si tentò di decontaminare quello che si poteva, nella speranza di poter ripopolare in fretta le aree evacuate e minimizzare almeno in parte le conseguenze dell’incidente. La procedura era abbastanza semplice: si provava a lavare via le particelle contaminate con l’acqua, poi si controllava se c’erano ancora radiazioni. Se la decontaminazione era fallita, l’oggetto contaminato veniva lanciato fuori dall’edificio, dove sarebbe stato raccolto per essere stoccato in qualche luogo sicuro. Non si andava molto per il sottile, nel liberare gli edifici, quindi è probabile che qualcuno abbia fatto uscire un frigorifero o qualche altro grande mobile direttamente dalle finestre.
Sulle pareti, altri segni di quando questo posto era abitato: l’ambiente fu tinteggiato di un colore con le pareti spoglie e di un altro senza spostare i mobili. I contorni del colore più vecchio dicono dove si trovavano gli scaffali.

Zalissya oggi è disabitata, ma fino a non molto tempo aveva un’abitante: Rozaliya Ivanivna, la più anziana dei “self settlers”. I self settlers (samosely in ucraino) sono persone che dopo l’evacuazione sono tornate a vivere nelle zone contaminate. Illegalmente (anche se di fatto tollerate dalle autorità), in case prive di acqua, corrente, riscaldamento, pur di non abbandonare la loro terra per qualche centro di accoglienza o appartamenti in città. Secondo alcuni studi in media un samosely vive   dieci anni più a lungo di chi si è trasferito. Nonostante qualsiasi cibo cresca nella Zona sia contaminato, così come l’acqua, il suolo e potenzialmente qualsiasi cosa.
Ma queste persone ci vivono, in condizioni persino pre-sovietiche, e stanno morendo anziane. Mistero?
Non lo so. Sta di fatto che Rozaliya è morta lo scorso anno. È sopravvissuta all’Unione Sovietica, a inverni feroci, a notti passate a fissare i lupi fuori dalle finestre. La sua casa fino a qualche tempo fa era visitabile, ora non più perché è bruciata per la disattenzione di uno stalker.

Stalker, nella Zona, non indica quello che pensiamo noi. Non è che c’è della gente che pedina le babushka radioattiva. Stalker, dal titolo del film di Tarkovsky che ha ispirato a sua volta una serie di videogiochi quasi omonima (S.T.A.L.K.E.R.; la sigla sta per Scavengers, Trespassers, Adventurers, Loners, Killers, Explorers, Robbers) ambientati dopo un immaginario secondo incidente di Chernobyl, indica la sottocultura degli esploratori clandestini della Zona. Si tratta di giovani, uomini e donne, sia ucraini sia stranieri, che entrano nella Zona illegalmente, dormono nelle case abbandonate, cercano di raggiungere luoghi speciali come il famigerato sotterraneo dell’ospedale di Pripyat. Alcuni trafugano degli oggetti, ma i più accorti sanno che è meglio non farlo: non solo è pericoloso perché possono essere contaminati, ma venire sorpresi dalla polizia nella Zona senza un permesso causa l’espulsione e poco altro; avere con sé anche solo un pezzo di metallo può metterti in guai seri. Dall’incidente, la Zona è stata un piccolo paradiso per chi voleva procurarsi facilmente del metallo da rivendere. Non si può sapere quanto materiale radioattivo sia uscito di lì, né dove sia finito, specialmente nel caos immediatamente successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Ma gli stalker sono per lo più alieni a questo. Vivono la Zona come un surreale luogo libero in cui immergersi in un mondo che non esiste più, sfiorando le vite interrotte di migliaia di persone attraverso quello che hanno lasciato dietro di sé.
Sono consapevoli dei rischi delle radiazioni; ma molti di loro erano bambini ai tempi dell’incidente e vivevano nelle zone vicine, o sono nati poco dopo, o sono figli di persone che hanno lavorato alla decontaminazione e si sono ammalati. Esiste una vena di fatalismo e nichilismo, che porta alcuni a bere l’acqua della Zona o nutrirsi dei frutti o dei funghi che crescono lì, potenzialmente pericolosissimi (ma che pare che, raccolti di frodo da gente del luogo, finiscano talvolta nei mercati anche di Kiev). È un fenomeno che mi affascina moltissimo, ma su cui devo ancora documentarmi bene.
Resta il fatto che uno di loro ha dormito in casa di Rozaliya, ha acceso un fuoco per scaldarsi, quando è andato via non lo ha spento bene e la casa è bruciata. Un incendio nella Zona è molto pericoloso perché spedisce in aria sostanze radioattive; per questo è attivo un presidio di pompieri, a Chernobyl. Ogni anno, all’ora dell’esplosione, fanno un giro d’onore della centrale per ricordare i loro compagni morti.

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Il tour prosegue passando brevemente per la cittadina di Chernobyl, che non è assolutamente disabitata: ci vivono diverse persone, in case vere e proprie, con acqua, luce, riscaldamento. C’è anche un albergo con bar, dove dalle 19 alle 21 servono pure gli alcolici. Si tratta di persone che devono lavorare alla Centrale, che anche se dismessa richiede ancora manutenzione e sorveglianza; hanno dei turni di massimo due settimane, dopo i quali devono lasciare la Zona. Il sistema informatico, per la cronaca, ha subito un attacco hacker nel giugno del 2017.

Kopachi era un altro piccolo villaggio che si è trovato nella zona di contaminazione e nel quale dopo l’incidente è stato tentato un esperimento: sono state scavate delle buche nel terreno dentro le quali seppellire le case, contaminate. Il risultato è stato quello di impregnare ancora di più il suolo di radiazioni.

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Come scendiamo dal bus di fronte all’asilo di Kopachi, davanti a un monumento ai soldati della zona morti combattendo “il fascismo” (da queste parti quando si parla della “guerra patriottica” non si fanno grosse distinzioni tra chi avrebbe traviato chi) i contatori geiger che alcuni di noi hanno preso a noleggio iniziano a suonare, perché la radiazione di fondo è più alta della soglia che è stata fissata come allarme. È una soglia piuttosto bassa, credo impostata per dare un minimo di brivido o rendere consapevoli che, no, non è tutto sicuro.
La vera attrazione, per così dire, è però ai piedi di un albero, dove si trova un cartello triangolare con il segno della radioattività. Lì basta avvicinare il contatore al suolo per vedere il valore salire di colpo e spostarlo di poco per vederlo scendere altrettanto repentinamente. È un hotspot.

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Con hotspot si intende un punto in cui la concentrazione di materiale radioattivo è più alta della norma. A volte molto più alta.
Una lunga serie di fotografie ai contatori (o dosimetri) rovina un po’ l’impatto del momento; in particolare il finlandese (che in quanto finlandese è metallaro, o viceversa) sembra entusiasta delle radiazioni, forse perché quando ha chiesto alla guida se avremmo guadagnato dei superpoteri non stava scherzando.

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“Ma perché quando le compriamo le bambole sono così carine e poi come si rovinano un po’ diventano così inquietanti?” si chiede a voce alta una ragazza mentre giriamo per l’asilo.
L’asilo, infatti, è diventato una specie di set fotografico dell’inquietante, secondo un’iconografia horror facilissima e riconoscibile. Ci sono giocattoli, sporchi, rotti, impolverati, disposti qua e là pronti per portare a casa la fotografia più spaventosa da mandare ai vostri amici: bambolo vicino alle finestre, sui letti, senza un braccio, senza gli occhi, orsetti decapitati. Sono il frutto di anni di visite di fotografi alla ricerca della foto sensazionale. Anche senza questi mezzucci, però, l’asilo ha quella qualità di inquietante delle cose conosciute ma diverse. A fianco di ogni gancio dell’attaccapanni, su ogni armadietto, c’è un piccolo disegno che serve per permettere a bambini che non sanno leggere di riconoscere il proprio: lo stesso sistema che si usava nel mio asilo, come credo in tutti gli asili del mondo. Erano bambini poco più piccoli di me, quelli che da un giorno all’altro non hanno mai più messo piede in quell’asilo e le cui foto sono ancora appese nella bacheca all’ingresso. “Spero sempre un giorno che qualche visitatore si riconosca in uno di questi bambini,” dice Denis, la nostra guida.

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La nube radioattiva uscita dal reattore 4 della centrale si diresse, come è noto verso ovest. Nelle prossimità della centrale, la radioattività sul suo cammino (il cosiddetto western trail) è ancora così alta che quando lo si attraversa basta appoggiare il dosimetro al finestrino perché l’abitacolo del bus sia di colpo popolato dal cicaleggio di uno sciame di cicale impazzite.

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Davanti all’insegna della città di Prypiat, fondata nel 1970 per ospitare i lavoratori della centrale, si trova la foresta rossa, che oggi a dire il vero è una radura, perché è lì che la nube si fermo prima di ripartire verso ovest. L’effetto delle radiazioni sugli alberi fu devastante e, di fatto, li uccise, facendo diventare rossastro il legno, da cui il nome. Quattro chilometri quadrati di foresta distrutti. Gli alberi sono poi stati abbattuti e seppelliti; potrebbe non essere stata una grande idea, perché le particelle radioattive potrebbero sprofondare fino alla falda acquifera. Da qualche parte nella zona sono sepolti anche macchinari usati per rimuovere gli oggetti contaminati rimossi dalle case; la locazione esatta è ufficialmente segreta perché il metallo è assolutamente pericoloso.

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La Zona di esclusione si estende per un raggio di 30 km attorno alla centrale e al suo interno ha una seconda zona, con un raggio di 10 km. Il passaggio da una zona all’altra prevede il superamento di un altro checkpoint.
Denis è stranamente nervoso all’idea di doverci fare affrontare un secondo controllo passaporti e tenta, approfittando della sbarra alzata, di fare passare con grande nonchalance l’autista, facendo appena un cenno di saluto alla guardia, che ha appena finito di controllare una macchina davanti a noi. Ma quello non concede nulla e fa segno di fermarsi. Intanto, di fianco a me, il nostro compagno giapponese che non fotografa mai quasi nulla tira fuori il telefono e, come al primo checkpoint, si mette a fare delle foto. Qual è stata la prima cosa che ci ha detto Denis prima di entrare nella Zona? Fotografate pure tutto, ma non i checkpoint. Al primo non l’hanno visto perché le ha fatte da lontano, qui siamo praticamente di fronte alla guardia. Ma per fortuna non lo vede o decide di ignorare la cosa.
Fatto sta che facciamo un altro controllo passaporti e poi siamo liberi di arrivare a Prypiat.

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Alle 11 in punto del 27 aprile 1986, gli abitanti di Prypiat, la città dell’atomo, dove i lavoratori della centrale vivono l’utopia socialista in cinque distretti, uno per ciascun reattore dell’impianto, con grandi viali alberati, spaziosi appartamenti in condomini squadrati, scuole, asili, biblioteche, sale da concerto, cinema, impianti sportivi e, dal primo maggio, anche un parco divertimenti con tanto di ruota panoramica, ricevono questo annuncio:

Attenzione, attenzione! Cari compagni! Il Consiglio Comunale riferisce circa l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl che è il livello radioattivo è sfavorevole nella città di Pripyat. Gli organi di partito e di governo e le unità militari hanno preso le misure necessarie. Tuttavia, al fine di garantire la piena sicurezza delle persone e, soprattutto dei bambini, c’è la necessità di una evacuazione temporanea dei residenti nelle vicine comunità della regione di Kiev. Quindi ogni condominio oggi, il ventisette del mese di aprile, a cominciare dalle 14.00, avrà degli autobus e sarà accompagnato da ufficiali della milizia e rappresentanti del comitato esecutivo.
Si raccomanda di portare i documenti, le cose necessarie, il cibo. […] Tutte le case durante l’evacuazione saranno protetti dagli agenti di polizia. Compagni, lasciando temporaneamente le vostre case, non dimenticate, per favore, di chiudere le finestre, spegnere gli apparecchi elettrici e a gas, chiudere i rubinetti. Si prega di mantenere la calma, il programma stabilito e l’ordine durante l’evacuazione temporanea.

Sono trascorse 36 ore dall’esplosione, che dalla città si è sentita distintamente ma alla quale nessuno ha dato troppo peso perché se le autorità non dicono niente, non c’è da preoccuparsi. Una spiegazione di questa serenità la si può trovare probabilmente nella natura della città: i suoi abitanti sono stati selezionati in base alla fedeltà agli ideali dell’URSS.
Forse è anche questa disciplina che permette di evacuare una città di quasi 50.000 persone in appena due ore e tre quarti, con un preavviso di sole tre ore, senza incidenti.
Gli abitanti di Prypiat si aspettano di tornare nelle loro case dopo qualche giorno.
Ci vorranno anni prima che qualcuno possa tornare a recuperare degli effetti personali. E non troverà più nulla.
La città-vetrina da mostrare ai visitatori stranieri, ordinata, pulita, con il suo supermercato traboccante di generi alimentari introvabili nel resto dell’Unione Sovietica, è diventata una città-fantasma.

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Quando scendi dal bus, Viale Lenin (non a Bologna), il grande rettilineo alberato che porta nello piazza davanti al palazzo della cultura, sembra una pista tracciata in un bosco. La piazza sembra un bosco. Gli alberi spogli non nascondono più di tanto i grandi condomini, ma è facile immaginare che d’estate la situazione debba essere ben diversa.
Il confronto con la foto scattata quando Prypiat era una città abitata dallo stesso punto dove ci troviamo ora è spiazzante. In trent’anni, la natura si è ripresa lo spazio della città, ha vendicato i contadini le cui terre furono espropriate per costruire i palazzi, che in cambio ebbero degli appartamenti dove morirono di tristezza o da cui fuggirono perché rimasti privi di mezzi di sostentamento.
Stemmi con la falce e il martello incombono dai palazzi, dai lampioni, sentinelle di un mondo che non esiste più.

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Prypiat faceva parte di un’operazione-simpatia verso l’energia atomica: non più la cupa arma di distruzione di massa che garantiva la reciproca distruzione degli opposti schieramenti, ma una pacifica operaia al servizio dei bisogni del lavoratore. I soviet più l’energia atomica. Grandi scritte propagandistiche sopravvivono ancora in cima ai palazzi. A una manciata di chilometri da qui, la centrale, intitolata anch’essa a Lenin, forniva il 10% di tutta l’energia elettrica di cui l’Ucraina aveva bisogno e produceva il plutonio per le testate nucleari.

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Denis insiste che i palazzi sono in stato di grave abbandono e questo è il motivo per cui i tour non ti ci lasciano entrare. Io e Lucilla li guardiamo perplessi, perché a parte qualche segno di incuria sembrano molto più in forma di tanti condomini di edilizia popolare in Italia.
Gli stalker hanno trovato molti appartamenti in ottimo stato dove trascorrere la notte, infatti. E molte foto della città prese dall’alto dimostrano che la prudenza nell’accesso ai palazzi forse è un po’ eccessiva. Ma può anche darsi che non entrare nei palazzi sia anche una misura per evitare incontri con stalker, che possono anche essere ubriachi (dai tempi dell’incidente c’è questa credenza che la vodka protegga dalle radiazioni; ma meno folkloristicamente, per molti stalker la Zona è un buon posto per ubriacarsi in pace).

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La scuola, in compenso, è messa davvero male.
Alcune sezioni sono completamente crollate, una parete scomparsa rivela, come in una casa di bambole, due aule una sopra l’altra, ancora con i loro banchi. Dalle finestre guardiamo dentro alle aule del piano terra: in una ci sono cartelloni che spiegano (credo) i mestieri, un’altra ha dei poster che celebrano i quarant’anni della vittoria sul fascismo attraverso partigiani, soldati, generali.

Nel cortile ci sono, tra gli alberi che ormai hanno invaso la zona, attrezzature per giocare simili a percorsi di guerra, per cui Denis ci ricorda quella battuta secondo la quale quello che i Marines americani americani chiamano addestramento i bambini sovietici chiamavano giocare. Non ha simpatia per l’Unione Sovietica né, come parte degli ucraini, per la Russia di Putin, però le battute sull’URSS piacciono sempre a tutti (vorrei raccontargli quella del presidente americano e presidente dell’URSS che fanno una gara di corsa, vince l’americano e la Pravda titola “Il compagno presidente secondo, l’americano penultimo”, ma in inglese non mi viene).

Sui cespugli spogli ci sono rimaste delle bacche. Alcune hanno un aspetto strano e una delle nostre compagne di viaggio le addita al suo compagno come frutto delle radiazioni. A me sembrano solo marcite o gelate dal freddo e credo che stia cercando di proiettare un’immagine che ha in mente sulla realtà che ha davanti.
Perché il punto strano è questo: la vegetazione della Zona, che cresce su un terreno più radioattivo del normale, in alcuni punti estremamente radioattivo, non ha nulla di strano. Ti aspetteresti mutazioni bizzarre, che ci sono state negli animali subito dopo l’incidente, con maiali nati deformi, ma non c’è niente del genere. È tutto incredibilmente normale.

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Flashback. Quasi quindici anni fa.
Bologna, Link.
Maratona di film di fantascienza.
Stalker di Tarkovsky.
Da quelle che mi sembrano ormai ore i personaggi, guidati dalla loro guida, appunto lo stalker, si aggirano cauti nella Zona, evitando minacce invisibili che solo lo stalker vede in quello che è un bosco uguale a migliaia di altri.
La sala è immersa in un silenzio sonnacchioso, all’ennesima scena muta di gente che cammina in un bosco. Saremo in una decina, un po’ provati dall’essere alla sesta ora di visione di film consecutive.
“AH!” esclama un mio amico e sobbalza sulla sedia.
Diverse teste si girano verso di lui.
“Scusate,” dice, “avevo immaginato un colpo di scena.”

Aneddoto sciocco a parte, Stalker è un film del 1979 (tratto da un romanzo ancora precedente) e ha anticipato con una precisione chirurgica quella che sarebbe diventata la Zona di esclusione di Chernobyl: un posto che cela insidie mortali invisibili ma che appare del tutto normale e innocuo. Bello, persino.

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Il caffè Prypiat in riva al lago doveva essere un posto piacevole dove trascorrere del tempo, con la sua terrazza affacciata sulla spiaggia dell’altra sponda. Lo sembra ancora oggi, se non fosse che sulle scale che scendono verso l’acqua scopriamo per caso un pezzo di legno che è un altro hotspot. E se non fosse che da qualche parte sotto la sabbia sono sepolti altri mezzi contaminati.

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Quando scoppiò l’incendio nella centrale, i pompieri di turno intervennero senza attrezzature particolari, come se fosse stato un qualsiasi incidente.
Percepirono immediatamente i sintomi dell’avvelenamento da radiazioni e furono portati d’urgenza all’ospedale di Prypiat, che non solo il più vicino ma anche un centro di assoluta eccellenza. Morirono tutti nel giro di poche settimane, non ci fu nulla da fare per loro. Avevano ricevuto una dose talmente alta di radiazioni che anche i medici che li soccorsero subirono danni.


Oggi, i loro abiti, ancora contaminati, si trovano ancora nei sotterranei dell’ospedale. Non furono decontaminati all’epoca e vennero chiusi in una stanza. Per le condizioni particolari della stanza e per l’alto tasso di contaminazione, la radioattività di quei vestiti non è mai diminuita e oggi sono un’attrazione molto amata dagli stalker più temerari. A un certo punto le autorità hanno chiuso l’accesso alla stanza con un muro, ma poco tempo qualcuno lo aveva già tirato giù.
I cadaveri di altre vittime della centrale sono talmente radioattivi che non è stato possibile restituirli alle famiglie.
Sono conservati a Mosca, all’interno di bare di piombo.
(Questa storia ce l’ha raccontata la guida; non trovo riscontri precisi, quindi ve la vendo così come l’hanno venduta a me).

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Come le bambole dell’asilo, il parco giochi emana una tristezza particolare, perché doveva essere un luogo di divertimento ma non è mai entrato in funzione. Ironia della sorte, è anche uno dei luoghi più contaminati di tutta la città, specialmente la pista degli autoscontri.
La ruota panoramica che domina lo spiazzo, che servì come pista di atterraggio agli elicotteri impegnati nello spegnimento dell’incendio del reattore, è il landmark più caratteristico di Prypiat, beffardo monumento a qualcosa che non esiste più. Di recente, alcuni visitatori polacchi hanno avuto la bella idea di rimetterla in moto a braccia. E poi hanno postato il video su YouTube.

La cosa ha creato alcuni grattacapi a chi doveva sorvegliare la zona, soprattutto perché essendoci un video non potevano fare finta di niente. Alla fine, hanno risolto rimettendo a posto la ruota come se nulla fosse successo.

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C’è anche un altro video che mostra un tizio che si arrampica sulla ruota per recuperare un drone che si è schiantato dentro uno dei carrelli. Considerato che alcuni carrelli hanno degli hotspot parecchio intensi è una cosa abbastanza stupida da fare.

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Una buona notizia per tutti quelli che pensano che il calcio sia una perdita di tempo e gli stadi uno spreco di spazio: lo stadio di Prypiat è diventato un fitto boschetto sul quale si affaccia una tribuna deserta. In un punto addirittura gli alberi sono cresciuti attorno a una recinzione crollata, inghiottendola.
“Siamo temporanei, signore e signori,” ha detto Denis.

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Fuori dallo stadio ci aspetta il bus.
E un altro cane, un simpatico piccoletto a pelo lungo, che ha tutta l’aria di essere sofficissimo.
Dopo un’ora e mezzo in una città fantasma, spettro di un Paese che non esiste più, giocare con un animale sarebbe quasi necessario. Ma è meglio di no. Lui ci prova, ci salta attorno, scodinzola, si siede come se aspettasse una ricompensa.
Più che guardarlo sorridendo e fargli delle foto però non facciamo.

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Dopo Prypiat, la centrale nucleare è un anticlimax.
La costruzione della nuova struttura di contenimento ha nascosto il vecchio sarcofago costruito a tempo di record dopo il disastro che sigillava (più o meno) il reattore e oggi tutto quello che si vede è un gigantesco capannone bianco. All’apparenza anonimo, è una struttura fenomenale per dimensioni, per specifiche tecniche (dovrebbe durare un centinaio d’anni) e per la sua costruzione.
Non potendo lavorare attorno al reattore, è stato costruito ad alcune centinaia di metri, su rotaie, poi fatto scorrere (ci sono volute due settimane) in posizione e infine sigillato. Per ora funziona bene.
Anche se la centrale è spenta, la si può fotografare solo da un punto per ragioni di sicurezza.
Denis ci fa una foto ricordo per la pagina facebook della compagnia, ci spiega la storia dell’incidente e poi ripartiamo.

L’incidente di Chernobyl è uno straordinario caso di situazione in cui tutto quello che può andare storto va storto. Si disinserisce il sistema di sicurezza per verificare se si può attivare grazie al movimento della turbina a vapore del reattore invece di aspettare il minuto necessario ai motori diesel per attivare le pompe di raffreddamento in caso di innalzamento eccessivo della temperatura. Per farla breve (la spiegazione completa non l’ho capita pienamente, per non scrivere delle sciocchezze taglio un po’ con l’accetta), l’esperimento interferì con alcuni difetti di progettazione del reattore, la cui temperatura si innalzò fuori controllo fino a portare alla fusione del nocciolo dove era contenuto il materiale radioattivo. Le persone in servizio quella notte non avevano l’esperienza o la formazione necessaria a gestire la situazione e l’esplosione fu inevitabile. Una prima botta di materiale radioattivo fu scagliato in aria con il vapore; nell’incendio che seguì altre sostanze vennero rilasciate nell’atmosfera.
Sulle prime, nella sala di controllo pensarono che forse comunque la situazione non era così grave, perché il contatore di radiazioni misurava solo 3,6 roentgen/ora (una dose assolutamente tollerabile). Ma c’era un problema: quello era il fondo scala del contatore. Una misurazione con uno strumento più potente rese un’altra cifra, talmente alta che sulle prime fu ritenuta frutto di un errore di misurazione: 20.000 röntgen/ora.
Una dose sufficiente a essere letale con un’esposizione di poco più di un minuto.

The Elephant's Foot of the Chernobyl disaster, 1986 (1).jpg

Ovviamente, è una foto di repertorio

Oggi, sotto al sarcofago si trova ciò che resta di quello che è stato uno degli oggetti più pericolosi della Terra, la famigerata “zampa di elefante” formata dalla lava radioattiva creatasi nell’incendio del reattore. Il modo più sicuro per fotografarlo è con uno specchio, dall’angolo del corridoio, per la quantità di radiazioni che emana. Per questo motivo, si è guadagnato anche il nomignolo di Medusa. Ora è leggermente meno letale che subito dopo l’incidente, ma questa “cosa” ha rischiato di causare una seconda esplosione, ancora più potente della prima.
Se infatti la lava radioattiva fosse arrivata a contatto con l’acqua sottostante al reattore avrebbe causato un’altra esplosione, più potente della prima.
Su questa cosa c’è un po’ di terrorismo; la guida ci ha ripetuto la tesi espressa anche nel documentario visto sul bus e sostenuta tra gli altri da Gorbachev, secondo la quale l’impatto avrebbe distrutto non solo Kiev ma pure Minsk (a 320 km di distanza) oltre a rendere inabitabile per un tempo incalcolabile l’intera Europa. In realtà, questa tesi non trova grandi riscontri, soprattutto per quello che riguarda la distruzione su una così ampia scala. Se si inseriscono i parametri per un’esplosione di 5 megatoni (il valore più alto ipotizzato) su un sito che permette di calcolare gli impatti di eventuali testate nucleari (e una centrale non esplode come una bomba atomica) si vede che Kiev e Minsk sono al sicuro dall’onda d’urto. Certamente, l’esplosione di una grande quantità di vapore avrebbe portato in aria molta più radioattività e avremmo avuto una seconda nube radioattiva molto più impegnativa della prima.
Insomma, non una passeggiata di salute, soprattutto per Ucraina e Bielorussia, ma sicuramente non l’apocalisse.

Il prezzo più alto dell’incidente di Chernobyl l’hanno pagato probabilmente i “liquidatori”, come vengono chiamati traducendo un false friend russo che significa “pulitori”, cioè tutti quelli che vennero richiamati dai quattro angoli dell’Unione Sovietica per ripulire dalle radiazioni il più possibile la zona. Si parla di una cifra tra le 250.000 e le 600.000 persone (come sempre quando si parla di Unione Sovietica, di chiaro non c’è nulla, come vedremo tra poco). Avevano ricevuto promesse di grandi ricompense e trattamenti privilegiati, ma le condizioni di lavoro erano tutt’altro che improntate alla massima sicurezza. E le radiazioni non erano l’unica minaccia: per spegnere l’incendio del reattore, che andò avanti per giorni, si gettavano dagli elicotteri materiali solidi che soffocassero il fuoco. Tra cui il piombo, che si scioglieva, evaporava e poi ricadeva nell’aria che si respirava.
Non ci sono dati esatti sulle conseguenze sulla salute, perché dopo la dissoluzione dell’URSS nessuno è più riuscito a realizzare uno studio completo. Il range di mortalità direttamente collegabile alla presenza nella zona contaminata va da 9.000 a 93.000 persone (ma non tiene presente per esempio gli effetti psicologici, con la sindrome da stress post traumatico).
Tra i liquidatori a cui toccarono i compiti più ingrati ci furono i minatori degli Urali che scavarono in dieci giorni, praticamente a mano, una galleria di centocinquanta metri che arriva fin sotto il reattore dove installare macchinari che avrebbero refrigerato la massa radioattiva prima che arrivasse a contatto con l’acqua sottostante.

E poi ci sono i bio-robot.
Una delle zone critiche era il tetto del reattore 3, di fianco al 4, sul quale era stata scagliata la grafite delle barre di controllo del reattore esploso e qualsiasi altri tipo di materiale radioattivo espulso nell’esplosione. Lì i livelli di radiazioni erano così alti che il primo pensiero fu “non è un lavoro che possano fare degli esseri umani”. Così furono mandate sul tetto delle macchine radiocomandate che spalassero quei detriti dentro a ciò che restava del reattore, che sarebbe stato poi sigillato.
Problema. Un alto livello di radiazioni frigge i circuiti elettrici. Così le macchine sono diventate inservibili. A quel punto è diventato inevitabile mettere da parte i robot e passare ai “biorobot”. Cioè delle persone (il fatto che “robot” significhi “lavoratore” rende il tutto beffardo).
Un turno di spalamento sul tetto durava due minuti e doveva garantire un’esposizione massima alle radiazioni di quaranta secondi. In teoria, a ciascuno era garantito un solo turno sul tetto nella propria vita (gira una voce secondo cui l’alternativa era tra due anni in Afghanistan e due minuti sul tetto del reattore, ma mi sembra quel genere di mitologia sovietica buona per intrattenere gli amici a cena), nella pratica non venne sempre rispettato.
C’è una foto scattata su quel tetto, che ha in basso dei segni chiari, come delle infiltrazioni di luce nella pellicola. Non è luce: sono le radiazioni emanate dal pavimento e dai detriti.

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L’incubo della Guerra Fredda era la reciproca distruzione totale da parte delle due grandi superpotenze.
USA e URSS disponevano di testate nucleari sufficienti a trasformare l’intero pianeta in una distesa radioattiva e nessuno poteva avere la garanzia che non lo avrebbero fatto (un po’ come oggi, cambia una sigla ma certe cose non cambiano mai).
Sapere se la controparte ti aveva mandato dei missili (che mediamente richiedono una mezz’oretta per arrivare sul bersaglio) era importante non tanto per neutralizzarli, quando per rispondere e rendere pan per focaccia e andarsene tutti in un lampo di gloria.
Sotto questo aspetto, i sovietici erano un po’ indietro rispetto agli americani e i loro sistemi di allarme basati sui satelliti non avrebbero garantito la necessaria tempestività. Così, negli anni Sessanta iniziarono a lavorare su un sistema radar.

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Nel 1976 i radioamatori di tutto il mondo si accorsero che era spuntata una strana interferenza nelle onde radio, un battito ritmico, come quello di un picchio. TOC TOC TOC TOC TOC TOC. La triangolazione del segnale ne determinava la provenienza da qualche parte tra Minsk e Kiev, così l’interferenza si guadagnò il nomignolo di “picchio russo”. Secondo alcuni, proveniva da un impianto impiegato per interferire con il tempo atmosferico. Secondo altri, doveva essere la traccia di un sistema sovietico per il controllo delle menti.

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A bordo della strada principale che va verso Prypiat c’è la struttura in cemento di una fermata dell’autobus. La parete di fondo è decorata con un mosaico, molto rozzo, che raffigura un orso antropomorfo e alcuni alberi.
Per i visitatori stranieri che venivano invitati a Prypiat, quella era la fermata dell’autobus nei pressi di una colonia estiva per bambini. Se avessero guardato meglio, si sarebbero forse accorti che la strada che da lì si staccava da quella principale e si inoltrava nel bosco aveva una spiccata fattura militare: grossi blocchi piatti di cemento affiancati, più facili da sostituire in caso di rottura per il passaggio di mezzi pesanti rispetto al dovere riasfaltare.
In fondo alla strada non c’era nessuna colonia. O meglio, c’era ma per bambini un po’ più cresciuti, che portavano divise dell’Armata Rossa.

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Il “picchio russo” era creato dal sistema radar chiamato “Duga”. Lo scopo di Duga era semplicemente quello di captare le tracce lasciate da un lancio di razzi. Per fare questo, si sparava un segnale radio che restava intrappolato negli strati dell’atmosfera e rimbalzava tra uno e l’altro facendo il giro del mondo fino ad arrivare all’antenna. Se quando arrivava all’antenna aveva subito delle interferenze, bingo, erano stati lanciati dei razzi.
Si trattava di una soluzione estremamente sovietica: il segnale doveva essere fortissimo quando veniva lanciato e arrivava debolissimo, quindi le strutture dovevano essere gigantesche e richiedevano un’enorme potenza di calcolo elettronica per analizzare i segnali ricevuti. Però, se c’era qualcosa di cui i sovietici non difettavano erano le materie prime per fare le cose in grande.
C’erano tre impianti Duga: uno in Siberia e due in Ucraina. Inutilizzati dalla fine degli anni Ottanta, due impianti sono stati smantellati.
Uno no. Non si può smantellare.
Perché è dentro la Zona di esclusione di Chernobyl.

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Per arrivare all’antenna del Duga, dopo la terribile strada militare, devi superare un nuovo posto di blocco e fare una breve passeggiata attraverso quello che resta degli alloggiamenti dei soldati e delle loro famiglie. In puro stile apocalittico / post-sovietico lungo la strada ci sono veicoli dai quali sembra che sia stato prelevato ogni componente ancora funzionante e poi lasciati lì ad arrugginire.
Su una parete è affrescato il classico manifesto di arruolamento dell’Armata Rossa, con il soldato che da sotto il cappello con la stella rossa ti indica con la mano libera e ti chiede se ti sei già proposto volontario. La beffarda ironia della cosa è che nell’Unione Sovietica le leva era obbligatoria.

L’antenna del Duga è gigantesca. Un colosso di acciaio, fatto di moduli che si ripetono sfasati, una geometria colossale e fantascientifica. Emana il fascino brutale delle macrosoluzioni a macroproblemi: il segnale è debole? Costruiamo l’antenna più grossa che possiamo costruire. La parte più spettacolare, quella che si incontra per prima, è l’antenna per le basse frequenze. Di fianco c’è un’antenna, altrettanto grande, che serve per le alte frequenze.
Quando l’hanno vista per la prima volta dal satellite, gli americani hanno chiamato questa struttura “l’acciaieria”, ma non avevano idea della sua funzione.
“Questa? Oh, niente, è una stazione metereologica,” pare abbiano risposto i diplomatici russi quando gli fu chiesto che cosa fosse.

Da qualche parte qua attorno ci sono i resti del centro di analisi dei dati. Denis ci spiega che non è, tuttora, chiarissimo se Duga servisse solo a captare i lanci di missili, come è sempre stato detto. Non è inverosimile che un arnese del genere potesse intercettare comunicazioni radio in tutto il mondo.
La sua posizione nei pressi della centrale si spiegherebbe anche con la possibilità di avere una linea di corrente diretta, perché il centro di calcolo doveva assorbire una quantità di energia spropositata, ma c’è qualcuno che pensa che sia stata questa struttura la causa dell’incidente di Chernobyl.
È Fedor Alexandrovich, un artista ucraino protagonista del documentario “Il complotto di Chernobyl”, premiato al Sundance come migliore documentario, secondo il quale Duga non ha mai funzionato e non avrebbe mai potuto funzionare. Per Alexandrovich l’incidente di Chernobyl sarebbe stato ordinato dal responsabile del progetto per costringere all’abbandono della struttura e nascondere così il fatto che si trattava di un insuccesso. È una tesi un po’ estrema, che ovviamente non è suffragata da nessun documento (anche perché tutto quello che riguarda il disastro di Chernobyl è ancora per lo più segretato), ma è indice di quanto una parte degli ucraini non si fidi dell’ingombrante vicino russo.

Certo è che il sistema di monitoraggio sovietico, nel complesso, qualche problema lo aveva. Nella notte del 26 settembre del 1983 i satelliti spia, che nel frattempo avevano affiancato il sistema Duga, mandarono alla base di Mosca inequivocabili messaggi del lancio di missili balistici da parte degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica. L’ufficiale di turno, Stanislav Petrov, da protocollo avrebbe dovuto allertare i suoi superiori, realisticamente innescando il procedimento per una controffensiva e una conseguente guerra atomica. Ma la lettura riguardava solo cinque missili, una cifra risibile per un attacco. Così Petrov si assunse la responsabilità di chiedere una verifica dei dati, incrociandoli anche con quelli di Duga, supponendo che il sistema avesse male interpretato qualche altro fenomento. Se avesse avuto torto, sarebbe passato alla storia (se ci fosse stata una storia, dopo) come un inetto.
Invece aveva ragione.
Non fu premiato per avere, di fatto, scongiurato una guerra mondiale e la storia rimase sconosciuta fino agli anni Novanta.

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Foto di repertorio

Il dosimetro dentro a cui devi passare per tornare nella zona di trenta chilometri è un macchinario che sembra prelevato dal set del primo Alien, con i suoi pannelli luminosi analogici.
Assomiglia un po’ a una bilancia e un po’ a un metaldetector da aeroporto: ti ci devi mettere dentro, in piedi, appoggiare le mani ai sensori laterali, la schiena a quello posteriore, e attendere. Se la tua radioattività è sotto la soglia, si illumina la finestrella verde e il cancelletto si apre, con un soddisfacente TLACK metallico.
Il mio si apre.
Se sei sopra la soglia, la macchina fa un rumore brutto, si illumina una delle finestrelle rosse e tu resti dentro.
È quello che succede a un nostro compagno di viaggio.
Niente panico. Provane un altro.
Quello lo fa passare.
Nei casi più gravi, cercano di capire quale capo del tuo vestiario è contaminato e provano a pulirlo. Se va bene, te ne torni a casa con tutto. Se non va bene, lo lasci lì.
Qualcuno ogni tanto torna a Kiev senza una scarpa o in mutande, racconta Denis.
Non gli chiedo se si può fare una doccia decontaminante come James Bond.

Il memoriale dei robot, a Chernobyl, è una tappa bizzarra del viaggio.
È un piccolo spiazzo nel quale si trovano alcuni dei macchinari che sono stati impiegati nella pulizia, che vanno dai veicoli militari ai proto-droni comandati a distanza. C’è un abisso che separa la ruspa sovietica pensata originariamente per operare in miniera, che sembra un grande giocattolo, al minimale cingolato giapponese. Ma c’è anche un rover lunare (che ebbe una buona resa perché pensato per operare in un contesto di radioattività più alto del normale) e due gru italiane. Sono tutti apparentemente nuovissimi, perché ogni anni vengono riverniciati per ridurne la contaminazione.

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Sono quasi le quattro e mezza di pomeriggio, fa freddo, sta scendendo la sera e non abbiamo ancora mangiato.
Sta anche iniziando a nevicare.
Il bus si ferma davanti a un monumento rozzo, che ha tutti i difetti del realismo socialista sovietico senza averne la grandezza monumentale. Gli uomini, scolpiti nel cemento grigio, sono bassi e tozzi, le fisionomie quasi caricaturali, i gesti esagerati per suscitare pathos. A destra quattro pompieri, a sinistra un uomo inginocchiato che si regge la testa, dietro al quale accorre qualcuno la cui valigetta identifica come un medico, mentre un altro gira una grande valvola e l’ultimo brandisce un misuratore di radiazioni.

È il memoriale “a coloro che hanno salvato il mondo”, i primi intervenuti nel reattore 4, quelli ignari della reale portata del disastro, ed è l’unico monumento non governativo di tutta la Zona, costruito in autonomia da altri liquidatori, quasi come un progetto hobbystico. Molti oggetti non sono scolpiti, sono quelli reali, coperti di cemento.
In cima c’è una croce, curiosamente non quella ortodossa che si trova di solito in Ucraina, con una linea obliqua che taglia la base, ma quella più universalmente diffusa. Neanche Denis sa darci una spiegazione precisa (e in rete non si trovano molte informazioni sul monumento, anche per verificare la cosa del monumento non governativo), forse è stata usata come simbolo universale.
Sarebbe facile ironizzare sulla bruttezza di questo monumento, ma non ci si riesce. Non ci si riesce davanti ai fiori freschi, freschissimi, che non mancano mai.

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C’era quell’intervista impossibile di Umberto Eco a Pietro Micca che tanto fece scalpore all’epoca della sua pubblicazione perché si sosteneva che gli eroi che tanto ci piace celebrare sono più spesso dei poveracci che muoiono per gli errori di altri e che il loro culto è un po’ un modo per lavarci la coscienza. Questo è un tributo a degli uomini da parte di altri uomini che hanno vissuto e sofferto insieme a loro, che sono morti come loro, solo più tardi. Anche se adopera gli strumenti formali della retorica sovietica, che distribuiva patenti di eroi con molta generosità, celebra degli uomini che hanno solo fatto quello che non potevano non fare.
Vittime, più che eroi.

Belle ragazze poco vestite che ballano in un videoclip.
Una scena abbastanza comune, se non fosse che il televisore è appeso a una parete del bar dell’unico albergo di Chernobyl.
Molte cose avrei immaginato nella vita, ma certo non di trovarmi un giorno a Chernobyl a pranzare l’ultimo giorno dell’anno. Sotto al televisore, con un filo di luci è scritto 2018. Il veglione lo abbiamo già prenotato, in un ristorante di Kiev.
Nel flashforward, ballo, vengono trascinato in un trenino che attraversa il ristorante, brindo con Lucilla, faccio una foto con Nonno Gelo, ordino la prima vodka dell’anno e mi commuovo perché costa come una bottiglia d’acqua da 33 cl, guardo un tizio che filma lubrico una ragazza che balla con un abitino trasparente con sotto un body color carne.
Qui, ora, sono seduto a un tavolo con Lucilla, il nostro autista che non parla una parola di inglese e il tizio che aveva fatto suonare il dosimetro all’uscita del primo checkpoint.
Il gruppo non ha legato molto, a parte un paio di coppie, ora che siamo finalmente seduti al caldo qualcuno riguarda le foto, cerchiamo invano di collegarci al wi-fi del bar per stupire gli amici a casa con la geolocalizzazione a “Chernobyl”.
Un cartello appeso alla spina della birra ricorda che si servono alcolici solo dalle 19 alle 21. Chissà se fanno il veglione.
Solo il signore giapponese non pranza/cena, quello che è: si è portato un panino e una banana dall’albergo e si è seduto da solo a un tavolo non apparecchiato.
Peggio per lui, perché il pasto è davvero buono: insalata di cavolo e pancetta, una zuppa con dentro un po’ di tutto (ci trovo castagne, patate, formaggio, olive, limone, patate, salsiccia), spezzatino con le patate, pagnottella dolce alla cannella (un po’ simile alla pulla finlandese).

I videoclip sono tutti sottotitolati, sia quelli in inglese sia quelli in russo/ucraino. A un certo punto mi domando perché ogni tanto il sottotitolo sia “yyyyyyyyyy”, poi mi ricordo che in cirillico il suono corrispondente è “u”.
Sto mangiando, a Chernobyl, e guardo dei videoclip.
Sono quasi sette ore che siamo nella Zona e sono gli ultimi minuti che ci trascorriamo.
Le due donne che lavorano al bar sono scazzate come qualsiasi altra persona al mondo, anche se vivono e lavorano in un posto che per molti è inconcepibile. Ma qui, al caldo, sembra tutto normale. Anche i dosimetri hanno smesso di frinire come cicale, un suono che ci ha accompagnati per tutta la giornata o quasi.

Quando usciamo il buio è completo.
Nevica.
Arriviamo in silenzio al checkpoint, attraversando Chernobyl.
Come in una città normale, alcune luci nelle case sono accese. Per strada, qualcuno si affretta a tornare a casa, come in una città normale.
Dentro al checkpoint si fa di nuovo la scansione delle radiazioni.
Il nostro amico suona di nuovo, cambia di nuovo postazione, passa.
Fuori, i poliziotti controllano il livello di radiazioni del bus.
È tutto a posto.
Siamo puliti.
Possiamo uscire.

Dentro alla Zona, stando alle letture dei dosimetri dei compagni, ho assorbito tra i 3 e i 4 mRöntgen, che se non ho calcolato male la conversione dovrebbe essere circa tre volte la dose di radiazioni che si assorbe in una giornata qualsiasi.

Sulla via del ritorno Denis chiede se qualcuno ha voglia di condividere qualche pensiero su quello che ha visto.
Siamo tutti troppo stanchi per rispondere o non ne abbiamo voglia.
O forse è troppo presto.
È difficile spiegare cosa sia la Zona a chi non ci è mai stato e forse non ci andrà mai. È ancora più difficile se hai la consapevolezza di averci speso solo poche ore e nei luoghi più popolari.
Ma quelle poche ore a me sono bastate per lasciarmi un assurdo desiderio di tornarci, di saperne di più, entrare in altri luoghi. Un desiderio che non so quali altri posti al mondo mi abbiano lasciato.

La Zona è una specie di squarcio su una dimensione parallela che è allo stesso tempo una finestra sul passato e una premonizione del futuro, di quando noi non ci saremo.
Un frammento di passato non musealizzato né (spero) musealizzabile.
Un monumento su scala colossale ai rischi dell’energia atomica.
Uno spazio profetizzato da opere di fantasia come Stalker e che, attraverso la suggestione di un videogioco ispirato da quelle, alcuni hanno iniziato a vivere esattamente allo stesso modo.

Mentre torniamo verso Kiev e finiamo di vedere il documentario, mi torna in mente il testimone oculare che raccontava che la luce dell’esplosione, da lontano, era bellissima. Lo diceva con una specie di strana ammirazione colpevole: sapeva che stava parlando di un disastro, ma non poteva negare che la luce smeraldo che si era accesa nel cielo della notte era stata stupefacente.
La Zona è la stessa cosa: è il teatro di un disastro, il reattore 4 è la tomba di un uomo il cui corpo non è mai stato trovato, ma è uno dei posti più incredibilmente belli sulla faccia della Terra.

 

Varie ed eventuali

Ho viaggiato nella zona il 31 dicembre 2017 con Chernobyl Tour. Questo è il resoconto della gita di un giorno; sono disponibili anche tour di due giorni o più, eventualmente anche concordando il percorso.
Partecipare a un tour organizzato è l’unico modo legale per entrare dentro la Zona, perché si occupano loro di tutta la burocrazia. Da quello che ho capito, di fatto non si è considerati come turisti ma come giornalisti o scienziati – ma di fatto nessuno vi chiede niente, è solo un proforma. Non si può entrare nella Zona se si hanno meno di diciotto anni, se si è sotto l’effetto di alcol e stupefacenti e in possesso di armi. Non si può portare via niente dalla Zona né lasciarci nulla.
Per entrare in Ucraina con il passaporto italiano non serve il visto, almeno se si sta sotto ai 90 giorni.
Ovviamente, questo non può ne vuole essere un trattato esaustivo sull’incidente di Chernobyl, sugli stalker o sulla Zona. Sono solo le impressioni di qualcuno che ci è stato per qualche ora e ha cercato di capirne poi qualcosa di più.
Dove ho potuto, ho approfondito nel testo con dei link.

Se qualcuno fosse interessato a farmi scrivere un reportage di un soggiorno più lungo nella Zona, parliamone.
:-)

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1 Commento

Archiviato in viaggio

Una risposta a “Chernobyl – un giorno nella Zona

  1. Ho letto tutto in un crescendo d’ansia e malinconia.
    la rabbia verrà dopo…credo

    Un interessante repotage, scritto molto bene, di cui mi piacerebbe sapere anche degli altri giorni

    grazie

    .marta

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