Archivi del mese: giugno 2018

Ecco, tieni le parole da non dire

Neanche un mese fa, chiudevo un post sul neonato governo Salvini-Di Maio, con queste parole:

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.

Appunto, non è passato neanche un mese e già abbiamo capito che il Capitano non ha alcuna intenzione di assumere una qualsivoglia forma di profilo istituzionale.
La sua comunicazione continua a essere feroce, diretta, a 360°.
Impegnato in una campagna elettorale permanente che ricorda ormai il Neverending Tour di Bob Dylan, il ministro dell’Interno gira la provincia italiana per arringare le folle da palchi su cui campeggia la bandiera “Salvini Premier” (che fa parte del nome ufficiale dell’ex Lega Nord: Lega – Salvini Premier) e detta la linea del governo su, più o meno, qualsiasi cosa. Immigrazione, vaccini, prossemica in occasione di incontri con il papa. In breve tempo, è diventato così naturale che lui parli a nome del governo più o meno su tutti, che oggi Natalia Aspesi gli rivolge un appello perché si occupi della Xylella e degli ulivi pugliesi. A lui. Non al ministro dell’ambiente o dell’agricoltura o quello chi è. In effetti: su due piedi, vi viene in mente chi sia?
No. Fa tutto Salvini e, per criticarlo, la Aspesi contribuisce alla sua narrazione (e qua si apre l’antico dubbio; ma è possibile che questi Grandi Antichi del giornalismo possano fare il cazzo che gli pare senza un direttore o qualcuno che li fermi?).

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Il fatto è che questo governo “del cambiamento” non ha, con ogni evidenza, i mezzi per fare nulla o quasi di quello che ha promesso nel suo contratto. E, come mi suggerisce un mio amico, è probabile che per dicembre, quando ci sarà da metterci la faccia sull’aumento dell’IVA, si sarà dileguato per lasciare il posto a qualche tecnico da incolpare poi di essere uno sgherro dei Poteri Forti.
Ma fino ad allora, vince chi riesce a usare meglio la sua posizione per preparare la prossima campagna elettorale. Cioè, sempre lui: Salvini.
Nel giro di pochi giorni dall’insediamento, a urne (per le amministrative) aperte, è riuscito a portarsi avanti, dichiarando guerra alle ONG.
Chiudere i porti alle navi delle ONG era una vecchia idea di Minniti (cvd), non andata a buon fine perché il competente ministro delle infrastrutture dell’epoca, Delrio, si era rifiutato. Il concentratissimo Toninelli, invece, è stato prontissimo a spalleggiare Salvini su questa cosa; l’effetto è un po’ quello di quella gente sfigata che fiancheggia i bulli per darsi un tono.

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La domanda, ora, però è un’altra: che facciamo?
Un governo del genere, come i governi Berlusconi prima di lui, ti induce nella tentazione di scrivere quelle cose facili-facili che in giro per il web sai già che fanno il pieno di like tra chi la pensa come te ma che, in soldoni, non servono a nulla, se non al tuo ego.
È ovvio che sia facilissimo sentirsi migliori di sciacalli come Salvini e di marionette come i Cinque Stelle.
Ma rilanciare lo screenshot del tuo sagace commento a un post di Salvini a che cosa serve davvero?
Badate: io ho passato anni e anni e anni e anni ancora a fare la stessa cosa con Berlusconi e i suoi, su questo blog e su Nipresa. Mi sono divertito, è un gioco facile e nel quale credo di essere stato bravino.
Ma, sul serio, a che serviva?
Lo avete già visto, con Salvini è partita la stessa reazione, dal basso.
Ci si raduna attorno alla bandiera-vip che prende posizione o che viene attaccata, come Saviano. Si fa squadra. Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa).
Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti aperti è poco più che un cerotto d’urgenza su una situazione che andrebbe risolta in modo umano mettendo le persone che vogliono venire in Europa in condizione di potere ottenere dei visti e venirci in aereo, invece di costringerli ad affidare i loro soldi e le loro vite a organizzazioni criminali per attraversare mezza Africa e poi il Mediterraneo. Ma se lo dici passi per un folle visionario, mentre l’idea di pagare gli stati nordafricani perché facciano un po’ il cazzo che pare a loro con chi vuole emigrare, basta che non arrivino qui, è considerata un’idea realistica, magari da attuare nel rispetto dei diritti umani.
Il rischio che vedo è quello che si sta ricadendo, di nuovo, in quella melassa dell’indignazione da società civile, senza rendersi conto che siamo davanti a degli estremisti contro i quali bisogna schierare idee radicali.
Qua la questione è: come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (di nuovo: Minniti era roba loro e non era nemmeno il solo) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?
Con le nostre conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche, cantava quello.
Con la nostra indignazione, chi si arricchisce?

(A margine: è il caso di lasciare andare, per sempre, il PD e di rinunciare all’idea che sia un partito in qualche modo di sinistra. L’appello per la sua rifondazione/superamento da parte di Calenda è stato pubblicato sul Foglio; i punti proposti da Galli della Loggia sul Corriere sono quasi più da mani nei capelli che le sue proposte sulla scuola)

(in un post solo ho citato Ministri, Zen Circus, Offlaga Disco Pax e Vasco Brondi. Sono così indie che adesso torno su splinder)

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Due cose veloci sul post elezioni

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Non è per fare quelli che “è tutta di colpa di Renzi”, ma a distanza di tempo continua a sembrarmi una cosa del tutto folle il veto posto da Renzi anche solo sull’ipotesi di aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle per verificare se c’erano le possibilità di formare un governo.
Lo dico da non tifoso di nessuna delle due parti in causa (anche se l’eventualità remotissima di un governo M5S/PD sarebbe stata almeno un po’ meno indesiderabile del M5S/Lega)
Comunque.
Un breve riassunto delle regole del gioco: i partiti e le coalizioni vanno al voto, in base ai voti che prendono ricevono un certo numero di seggi in parlamento. Sulla base della composizione delle due camere, il Presidente della Repubblica deve trovare qualcuno che possa formare un governo che riceva la fiducia della maggioranza dei parlamentari.
Se un partito/coalizione ha la maggioranza o ci va molto vicino, è un lavoro tutto sommato semplice. Se nessuno ce li ha, la situazione si complica.
Il nostro sistema elettorale, quindi, ha in sé i germi di quello che chiamiamo “inciucio”, ma che più correttamente era il nucleo della politica fino a prima della scomparsa di PSI e DC: trovare dei compromessi con altre forze politiche per portare a casa qualcosa di quello che era stato promesso in campagna elettorale.
Da anni, però, le campagne elettorali escludono a priori questa possibilità e si concentrano sull’offrire agli elettori promesse che sono quasi al limite della presa di potere assoluto dopo un colpo di Stato (o che comunque avrebbero senso in un sistema più radicalmente presidenziale e bipolare).
In tutto questo, arriva Renzi (che formalmente non ha più incarichi nel PD, ma che è comunque il punto di riferimento di buona parte degli eletti del suo partito, avendo potuto compilare le liste elettorali) e dice: “No, noi non possiamo provare ad andare al governo perché gli elettori ci hanno dato il mandato di andare all’opposizione”.
Ora.
Io non voto PD, non l’ho mai votato, quindi non conosco la psicologia dell’elettore del PD. Però dubito che sia andato alle urne pensando “voto Renzi perché voglio che faccia una buona opposizione” (a parte che Renzi, per come abbiamo capito che è fatto, è uno che se perde si stufa e non vuole più giocare, quindi la sua idea di opposizione sarà stare lì a fare nulla in attesa che quegli altri sbaglino qualcosa e lui possa riprovarci).
Chi ha votato il PD – che in effetti ha fatto una campagna elettorale per giunta priva di promesse roboanti – l’ha fatto sperando di portare a casa quello che c’era nel programma. Prendere i propri voti e non provare nemmeno a farli fruttare è un’idiozia, la stessa che fece il M5S con Bersani: invece di provare a trovare punti di compromesso fece saltare il tavolo.
Come hanno dimostrato i fatti seguenti di quest’anno, invece, nonostante i proclami roboanti il M5S era pronto ad accettare chiunque gli permettesse di mettere in piedi un governo.
In questa occasione, Renzi si è dimostrato un pessimo, pessimo politico, non fosse altro per avere perso l’occasione di andare a vedere il bluff degli avversari. Uno che neanche pensa alla prossima elezione, come vuole la battuta, ma al prossimo status di Facebook.

È finita, poi, che il vero trionfatore di queste elezioni (e di tutta una stagione politica) è l’altro Matteo, Salvini.
Anche questo è un grande risultato del PD, che fin dalla sua nomina a segretario di una Lega Nord ridotta ai minimi termini e devastata dagli scandali di immagine ha scelto il barbaro Salvini come avversario d’elezione. Da una parte sembrava una strategia azzeccata: per un elettorato moderato e leggermente interessato ai diritti sociali e civili, il Capitano è tipo l’Anticristo e la chiamata alle armi “o noi o i barbari” ha anche funzionato, per un po’.
(Anche con me, eh: sono andato a votare al ballottaggio delle elezioni comunali a Bologna per Merola contro la candidata della Lega. Neanche un mese dopo essere stato eletto Merola già faceva robe per cui prendeva il plauso della Lega)
Però c’è un problema: avere trasformato Salvini nell’avversario per eccellenza ha significato farlo diventare una presenza fissa di qualsiasi trasmissione. E c’è un altro problema: Salvini si è dimostrato più bravo a intercettare i suoi possibili elettori che a spaventare i potenziali elettori del PD.
Il capolavoro si è completato quando è stato piazzato al Ministero degli interni Minniti, che ha iniziato a perseguire politiche il cui scopo era quello di inseguire un elettorato che ormai correva spensierato verso di destra. Però tra l’imitazione e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Ora, giustamente, la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini è una notizia molto brutta, ma è un fatto che arriva dopo che il terreno gli è stato ampiamente preparato dal suo successore.
Minniti è riuscito a fare passare (da “””sinistra”””) l’idea che l’immigrazione possa essere un pericolo per la “tenuta democratica” del paese; con i “daspo urbani” si è sdoganata l’idea che certe categorie di persone possano essere private di diritti come quello di libera circolazione. Ha reso complice l’Italia della morte, delle detenzione e della tortura di una quantità enorme di persone, lontano dai nostri occhi. Ha promosso funzionari di Polizia coinvolti nella Diaz.
Buona parte di quello che Salvini sbraita, Minniti l’ha fatto in silenzio.

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.
Intanto, però, Salvini ha chiesto in un post allo scomparso Gianluca Buonanno di guidarlo lui. È un appello che credo sottoscriviamo in molti. Anzi, ci auguriamo che anche Haider si interessi alla cosa.

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