Chile – 5 – Atacama (3)

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Non giriamoci attorno.
Nulla fa più “vacanze” di quei momenti in cui sei a 4.300 metri d’altezza, sono passate da poco le 7 del mattino, fuori ci sono dodici gradi sotto zero e prima di scendere dal minivan la guida sta spiegando che cosa fare se qualcuno viene investito da un getto di acqua rovente (mi pare che l’importante fosse avere abbastanza salsa verde, ma potrei sbagliarmi).
Tutto questo succede quando siamo arrivati alla zona di geyser nota come El Tatio, a un’ottantina di chilometri da San Pedro de Atacama, sulle Ande.
El Tatio (a parte l’articolo, il nome è in lingua atacamena e sembra che significhi qualcosa come “il forno”, oppure “apparire”, ma forse anche “scottatura” o “nonno”) è la zona di geyser più grande di tutto l’emisfero australe, con un’estensione di ben 30 kmq. È anche quella più alta al mondo (insieme a un’altra in Bolivia) e circa l’8% di tutti i geyser conosciuti al mondo si trovano in questa zona.

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Molto Ctonio

In pratica, tu scendi dal pullman e sai che sotto ai tuoi piedi c’è una quantità di lava inconcepibile, dalla quale ti separa uno strato di roccia che se pensi allo spessore della crosta terrestre è tipo carta velina. Peccato che tutto questo grande calore e tutti questi sbuffi di vapore che sfiata fuori dalla terra non riescano fare assolutamente nulla per il freddo pazzesco che ti salta addosso come esci all’aperto.
La dinamica delle gite organizzate a El Tatio prevede l’arrivarci prima del sorgere del sole, un po’ perché lo spettacolo del sole che sbuca dalle montagne è molto bello e un po’ perché più fredda è l’aria più il vapore si condensa, rendendo più spettacolare la scena.
Per l’occasione, il mio outfit prevede (oltre ai miei fidi pantaloni da deserto di Decathlon, un mai-più-senza assoluto, che tengono ragionevolmente caldo o fresco a seconda delle situazioni) l’indossare all’incirca tutti gli strati che potevo umanamente indossare: maglietta, maglia a maniche lunghe, camicia, felpa di pile, felpa, giacca imbottita, guanti di lana sottili e sopra guanti pesanti. Fa freddo lo stesso.
Provo molta ammirazione e invidia per alcune donne che girano con addosso quelle che sono, senza ombra di dubbio, delle coperte prese dall’albergo.

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La sofferenza, però, è ripagata dallo spettacolo, allo stesso tempo infernale e sublime, di questa distesa brulla circondata da montagne sulla quale si alzano grandi sbuffi di vapore bianchissimo. Il rumore, continuo, che viene dai buchi nel terreno è quello della moka quando sta uscendo il caffè.
Tutt’attorno, gruppi di visitatori si aggirano infreddoliti, trasformati in sagome scure dentro a queste nubi di vapore.

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È uno spettacolo bellissimo, che fa anche un po’ passare in secondo piano il fatto che comunque resta un posto abbastanza pericoloso. Ci sono cerchi di pietre che circondano le bocche nel terreno da dove escono acqua e vapore, con un raggio di almeno mezzo metro, che servono per evitare che la gente cammini dove la roccia è probabilmente più sottile. Non ci sono da molto, pare che siano state messe dopo l’ultimo incidente, quando il terreno si è aperto sotto i piedi di una donna belga che si è ritrovata in una pozza di acqua rovente ed è morta qualche giorno dopo in ospedale per le ustioni. Ovviamente, nessuno può davvero sapere dove l’acqua che scorre sotto alla pietra sta scavando (in alcuni punti sul “sentiero” si vedono già aprirsi piccole bocche), quindi è un po’ tutto uno sperare, però almeno è qualcosa.

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Per il freddo non riesco a concentrarmi abbastanza per ascoltare come si deve la spiegazione che fa una signora americana del gruppo, biologa, su come il calore di pozze di acqua del genere ha probabilmente innescato il meccanismo che ha portato alla formazione del DNA, ma credo che fosse molto interessante.

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Più che sulla scienza devo dire che mi concentro sulla religione quando finalmente il sole fa capolino dalle montagne e inizia a fare il suo lavoro. Come si concorda con altra gente del gruppo, in momenti così è facile capire perché più o meno tutte le civiltà del mondo hanno venerato il sole.
Con il sorgere del sole arriva anche il momento della colazione, con una cioccolata calda che fa in tempo a raffreddarsi tra quando te la mettono nel bicchiere e quando arrivi all’ultimo sorso.

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Prima di lasciare la zona del campo di geyser principale facciamo anche a tempo a vedere quello che resta di un impianto che era stato installato per sfruttare la zona per produrre energia elettrica. Il progetto era stato molto osteggiato dalle comunità locali sia perché poneva dei rischi ambientali sia perché gli impianti geotermici solitamente riducono la visibilità dei fenomeni, distruggendo quindi un’attrazione turistica che porta ricchezza. Il tutto si è risolto più o meno da solo nel 2009, quando uno scavo di prova ha creato una colonna di vapore di 60 metri che si è estinta solo un mese dopo. Il governo, dopo l’accaduto, ha ritenuto più prudente non rinnovare le concessioni e finora non se n’è più fatto nulla.

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Finita la visita al campo principale, arriva il momento (che in ogni viaggio deve esserci) del Grande Pacco. Questa volta si rivela essere il favoleggiato bagno nella pozza di acqua calda. A 4000 metri. Con sette gradi sotto zero.
Funziona che ti portano da questa piscina all’ingresso della zona del parco, dove vedi a mollo alcuni malcapitati. Tu ti svesti, rimani in costume, entri in acqua e…

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L’acqua calda arrivava da lì

Ora, chi avesse seguito i miei resoconti di viaggio precedenti ricorderà forse di quando in Giappone, nella prefettura di Nagano, finimmo a fare il bagno in una vasca di acqua calda naturale dove, in sostanza, ci lessammo come del buon ramen.
Forti di quell’esperienza, ci aspettavamo, con tutta l’acqua calda che c’è sotto a El Tatio, qualche secondo di gelo all’aria aperta e poi tutto il caldo del mondo. Come nella pubblicità del CaldoBagno.

Peccato che la piscina dove portano i malcapitati turisti sia stata creata artificialmente, facendo fluire l’acqua di un geyser dalla portata abbastanza misera. Il risultato è che c’è una piccolissima zona in cui l’acqua è quasi calda, mentre in tutto il resto della piscina l’effetto è quello di stare, al freddo, nell’acqua fredda.
“De tutte le idee der cazzo c’amo avuto, questa de fa’ ‘r bagno a quattromila metri è la più der cazzo de tutte” dice un ragazzo italiano sconosciuto, che però dà voce al pensiero mio e di Lucilla, che mai avremmo creduto di trovarci in Cile a sognare le Terme dei Papi di Viterbo, quelle di Acqui Terme o financo la ben più umile – ma comunque calda – acqua termale di Acquasanta, sopra Genova.
A mollo nel tiepidume, riflettiamo cupamente sulla nostra esistenza e sulla prova che ci aspetta a breve: uscire dall’acqua bagnati, afferrare i nostri abiti e gli zaini, infilarci in uno degli spogliatoi, asciugarci e rivestirci nel più breve tempo possibile. È una corsa contro l’ipotermia che vinciamo di misura, mentre i nostri pensieri vanno a molte figure religiose, delle quali si esalta soprattutto lo zoomorfismo, con costruzioni che sfociano nella fan-fiction. Risaliamo sul minivan provati, guardando con una certa ammirazione quelli che, più furbi di noi, di questa prova fantozziana non hanno voluto saperne.
(Volendo, esistono pozze di acqua calda naturali in cui alcune guida fanno fare il bagno; in quei casi però sembra che il rischio sia che il “pavimento” di pietra ceda facendo entrare acqua ancora più calda, o almeno così dice la Lonely Planet).

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Dopo una sosta a Vado Putana (grandi risate di tutte le comitive italiane) arriviamo a un bel canyon dalle pareti costellate di cactus. Ora che siamo scesi di quota e che il sole è sorto inizia a fare più caldo e il tutto diventa molto più piacevole, anche perché la camminata nel canyon prevede una delle mie cose preferite, cioè rischiare di ammazzarsi cadendo giù da delle rocce. Un passatempo che curiosamente Lucilla non condivide, al punto che per un attimo temo che abbatta Francisco quando lui insiste per farla scendere lungo un tratto scosceso, anche considerato che sta iniziando a sentire gli effetti dell’altitudine. Però per fortuna tutto è bene quel che finisce bene e concludiamo anche questa escursione senza vittime.

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Torniamo a San Pedro all’ora di pranzo, andiamo a mangiare per la terza volta nello stesso posto (avremmo dovuto chiedere la tessera fedeltà), un pranzo di cui ricordo di avere preso un panino con il pollo nel quale credo ci fosse un pollo intero e poi andiamo a riposarci un po’.

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Torniamo a girare per San Pedro nel tardo pomeriggio, prima di andare alla serata astronomica.

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In Cile hanno questa fissa per le bottiglie dalle capienze strane

Visitiamo la chiesa, compriamo qualche sciocchezza (tipo le caramelle alla coca, che matti!) e ci imbattiamo negli astronomi della missione giapponese dell’osservatorio che c’è nel deserto lì vicino che festeggiano la festa giapponese del Tanabata – celebrata il settimo giorno del settimo mese lunare del calendario giapponese – nella quale è tradizione appendere ai rami di bambu fogli con desideri e preghiere da rivolgere alle divinità Orihime e Hikoboshi (cioè le stelle Altair e Vega) che in quella notte si incontrano per l’unica volta dell’anno. Ne approfitto per ricordare Genova anche in mezzo al deserto.

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Sì, scrivo malissimo

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L’ultima tappa della giornata è la gita verso un osservatorio privato gestito da una coppia di astronomi poco fuori città. Lui, un simpatico omone francese, fa prima tutta una divertente, ma precisa, spiegazione, su come si osserva il cielo, sulla distinzione tra pianeti e stelle, sull’origine delle costellazioni e la loro localizzazione. È quasi uno spettacolo di cabaret, sicuramente ben rodato, che riesce a non essere mai stucchevole e, allo stesso tempo, a insegnare parecchio. Tra l’altro consiglia un’app, SkyGuide, davvero utile, per capire un po’ meglio come funziona tutta quella roba che ci gira sopra alla testa.
La seconda parte della serata invece prevede di usare una decina di telescopi che sono sparsi per il giardino (tutto si svolge ovviamente all’aperto) per osservare diversi corpi celesti; ce n’è uno puntato sulla luna, uno su Saturno, uno su Giove, uno sulla via Lattea e via così. Saturno con i suoi satelliti fa sempre un figurone, ma pure la Luna è sempre uno spettacolo incredibile; soprattutto se poi da uno dei telescopi si può anche fotografare con lo smartphone (pro-tip: non dite a un astronomo “ehi, ma è fatta di formaggio” subito dopo avere visto la luna con un telescopio, pare non sia una battuta divertente e/o inedita).
Per finire, la terza parte è una chiacchierata al coperto, corroborati da una bevanda calda, con la possibilità di fare domande. Ne viene fuori una spiegazione su perché Plutone non sia più considerato un pianeta, una questione che è una specie di psicodramma tra astronomi. Ci racconta che lui – che è d’accordo con l’idea che non sia considerabile un pianeta – ne ha discusso con un collega americano il quale invece non riesce a sostenere quell’ipotesi perché ancora porta nel portafoglio la risposta alla lettera che da bambino scrisse allo scopritore di Plutone, in seguito alla quale decise di diventare astronomo.

Con questa nota cosmica chiudiamo anche la penultima giornata nel deserto.
L’Isola di Pasqua è sempre più vicina… Certo, prima c’è da superare l’escursione al Salar de Tara del giorno dopo…

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