Archivi del mese: giugno 2019

Meno eroi, più moltitudine

La sorte della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, dopo la notte tra il 28 e il 29 giugno in cui ha attraccato nel porto di Lampedusa senza il consenso delle autorità per porre fine al ridicolo braccio di ferro messo in scena dal governo italiano, è regolamentata di diritti e dai doveri di cui gode una cittadina europea, che è anche parte di un’organizzazione che ha potuto e potrà operare sull’opinione pubblica.
La sorte dei migranti che erano a bordo della Sea Watch invece è quella di persone che come mettono piede sul territorio europeo sono di fatto in balia di tutto un sistema di “accoglienza” nel quale hanno molti doveri e pochissimi diritti. Per ora verranno portati all’hotspot di Lampedusa, una sorta di carcere, e da lì in poi chissà. Potrebbero essere trasferiti in altre strutture, in Sicilia o nella penisola, venire ridistribuiti in Europa a seconda delle disponibilità, oppure scappare o essere rimandati al paese di origine o in Libia.
Della loro sorte sapremo pochissimo, a differenza di quella di Carola Rackete.

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Questo perché ormai il racconto dell’immigrazione si è concentrato su uno scontro che prima era tra governo e Ong, poi è diventato tra Salvini e Ong e ora tra Salvini e “Carola”. In tutto questo continua a mancare la voce dei veri protagonisti: le persone che cercano una nuova vita in altri posti. Li sentiamo parlare rarissimamente, non sappiamo quasi nulla di loro, delle loro aspirazioni, delle loro vite.
Anche nel caso della Sea Watch 3, a parte un appello, loro sono rimasti sullo sfondo quando erano a bordo, anche nel tifo social dei sostenitori di “Carola”, e lo resteranno anche dopo.
Mentre invece il cuore della questione sono loro, non è dare uno smacco a Salvini o ai razzisti. È permettere a delle persone di trovare una vita normale; e per farlo non bastano i “porti aperti”.
Va rivisto tutto il sistema dei visti e dell’accoglienza, per permettere alle persone di arrivare in Europa con sicurezza, senza finanziare organizzazioni criminali e con la possibilità di prendere in mano le proprie vite.
Senza di questo, continueremo a fare il tifo per gli eroi contro i cattivi e poco più.

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Su questa cosa di Evangelion e Netflix

L’adattamento di Neon Genesis Evangelion rivendicato (come si fa con i crimini) da Gualtiero Cannarsi per Netflix è oggetto da giorni di articoli molto più dettagliati, precisi e documentati di quello che potrei scrivere io, arrivando ampiamente dopo la puzza.
C’è però una cosa che si sta diffondendo come luogo comune e che è sbagliatissima.

Il problema dell’Evangelion di Netflix non è il “linguaggio aulico”. Questo è quello che farebbe comodo fare credere a Cannarsi e che lo collocherebbe sullo stesso livello di un adattamento molto libero rispetto all’originale ma efficacissimo, con il quale i Cavalieri dello Zodiaco sono arrivati per la prima volta sulle reti televisive italiane:

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L’ignoranza è una trappola

Il modello – ideale – degli stati moderni si basa sulla sinergia tra tre elementi:

  • L’istruzione, che forma cittadini in grado di formarsi un’opinione analizzando le nozioni che riceve dall’informazione, al fine di votare con la maggiore consapevolezza possibile per i propri rappresentanti nelle istituzioni;
  • L’informazione, che contestualizza la propaganda prodotta dai partiti politici, la analizza, la verifica e fa da “cane da guardia” al potere. Lo Stato sostiene il sistema dell’informazione di diversi orientamenti politici, al di là del mercato, perché è dal mosaico risultante che viene fuori qualcosa il più vicino possibile alla “verità” (con tutte le virgolette del caso)
  • La politica, nel senso dell’insieme dei partiti, organizzazioni finalizzate a fare eleggere i propri rappresentanti per poter prendere decisioni per il benessere dello stato – a seconda della propria visione del mondo.

Li ho elencati da quello di livello più elementare a quello più alto. Va da sé che se si demolisce il primo livello, poi vacilla tutto il resto.
Per esempio, nel momento in cui si dà un valore strumentale all’ignoranza, intesa come richiamo reazionario al ridurre tutto il mondo alle proprie intuizioni e pulsioni, si fa passare l’idea che l’istruzione sia un trucco per mistificare il naturale stato delle cose. È uno dei grandi trionfi della destra, da sempre: far passare le proprie idee reazionarie e conservatrici come “naturali” e tutto il resto come sofisticazione. Ed è quello che fanno le varie pagine FB dedicate all’ignoranza, che creano un umorismo tutto basato sull’idea che ci siano cose “sane e buone”: a tutti piace mangiare carne, a tutti piace fare commenti pesanti sulle donne, a tutti piace risolvere i problemi tirando dritti (la campagna “bomberista” di Gilette Italia), a tutti piace prendere in giro i “marocchini”, i negri, le femministe, gli slavi, ecc. È la stessa palude in cui sguazza la propaganda del ministro degli interni sul web.

Oggi, in un’intervista a Repubblica, lo spiegano benissimo due illuminati maestri della complessità culturale del mondo contemporaneo, Dolce e Gabbana.

Ovviamente, è una cazzata. È chi non sa che, per definizione, è più probabile che cada vittima dei propri preconcetti. Come appunto ci hanno mostrato splendidamente i due stilisti con l’epocale campagna pubblicitaria cinese, una vicenda dalla quale non hanno evidentemente capito nulla.
Spiace anche che la loro sparata venga presa così, acriticamente, e diventi una “provocazione” con tanto di titolone; spiace perché è segno di un giornalismo che non si accorge nemmeno di chi sta lavorando, consapevolmente o meno, per scavargli la fossa.

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Metal sotto l’assedio (sul serio)

Se si pensa a rockstar occidentali legate all’assedio di Sarajevo probabilmente il primo nome che viene in mente è quello degli U2; a Bono e soci va in effetti riconosciuto il merito di avere cercato di tenere viva l’attenzione dell’occidente su un massacro del quale di fatto importava molto poco a tutti. Durante lo ZooTV tour del 1992/1993 avevano un collegamento satellitare con la città sotto assedio, finanziarono un documentario sull’assedio e cercarono di organizzare un concerto a Sarajevo – senza però riuscirci fino a ben dopo la fine dell’assedio.
Noi italiani poi ricordiamo certamente i due concerti “Rock sotto l’assedio” di Vasco Rossi a San Siro, nel luglio del 1995, aperti da band provenienti da Sarajevo (ignorate se non peggio dal POPOLODIVASCO) – anche per le polemiche sul fatto che l’incasso rimase nelle tasche di Vasco, che però mandò comunque degli aiuti in un secondo tempo.
Quello che i più ignorano è che ci fu davvero qualcuno che entrò a Sarajevo durante l’assedio per offrire ai ragazzi assediati un concerto come quello che i loro coetanei del resto del mondo potevano ascoltare. E quel qualcuno fu Bruce Dickinson.

La foto viene dal blog di Chris Dale

Un paio d’anni fa, quando andai a Sarajevo, una delle guide che ci portò in giro fece il suo nome, ma senza particolare enfasi, al punto che avevo pensato avesse fatto, come gli U2, un concerto dopo la fine dell’assedio. Del resto, all’epoca dell’assedio leggevo riviste metal e non ricordavo di averne letto nulla; nemmeno nelle interviste negli anni successivi a Bruce Dickinson, una delle persone più in vista del mondo del metal e non solo (ai media generalisti piace molto il fatto che piloti anche aerei di linea), mi sembrava di averne mai letto qualcosa.
Fino a che non è stata annunciata la pubblicazione del documentario Scream for me Sarajevo, che racconta appunto di quando Bruce Dickinson e la sua band si ritrovarono, nell’inverno del 1994, a tenere un concerto sotto le bombe. Cosa che per un cantante soprannominato in tempi non sospetti “air raid siren” in effetti è piuttosto naturale.

Breve riassunto per i non iniziati: Paul Bruce Dickinson entra nel 1981 negli Iron Maiden, un gruppo metal inglese con due dischi all’attivo molto buoni registrati con il loro primo cantante, Paul Di’Anno. Con la sua voce, la sua presenza scenica e il suo interesse per la storia e le tematiche occulte, i Maiden trovano il tassello mancante per perfezionare un modello di metal che, nel giro di un paio d’anni diventerà un archetipo e culminerà nel 1984 con il disco Powerslave e il tour successivo che, con il disco dal live Live after death, è un po’ la summa del metal “classico” anni ottanta. Intanto però Bruce inizia a stufarsi, vorrebbe fare cose nuove, i rapporti con il bassista e leader del gruppo Steve Harris si incrinano e nel 1993, dopo un ultimo tour da separati in casa, se ne va dal gruppo (un evento che i fan vissero con la stessa serenità delle fan dei Take That all’uscita di Robbie Williams dal gruppo – non senza una certa dose di preveggenza, ma questa è un’altra storia).
Nel 1994 pubblica un disco solista, Balls to Picasso, poi mette in piedi una band per il tour, nella quale suona anche un batterista italiano.

Il documentario Scream for me Sarajevo ricostruisce la storia di questa esibizione fuori dal mondo – letteralmente – attraverso le interviste a musicisti e fan di Sarajevo, allo stesso Bruce Dickinson, al bassista Chris Dale (che già aveva raccontato la vicenda in una serie di articoli molto intensi e che consiglio di leggere), al batterista Alex Elena (oggi anche fotografo), al maggiore dell’esercito inglese Martin Morris (l’uomo che ebbe l’idea di organizzare il concerto), il negoziatore dell’ONU Trevor Gibson (che si occupò della sicurezza durante la permanenza in città; è suo malgrado famoso per essere ritratto nella tremenda foto di un bambino di 7 anni ucciso da un cecchino sotto i suoi occhi) e altri – compreso un fan di Mostar che cercò di raggiungere Sarajevo per il concerto ma fu costretto a tornare indietro (misteriosamente assente invece il chitarrista Alex Dickson).
Alternando spezzoni d’archivio alle interviste, la narrazione parte un po’ piano (e dando per scontate molte delle coordinate socio-politiche dell’assedio), ma decolla quando si iniziano a mettere insieme i pezzi della catena di eventi che hanno portato il più famoso cantante metal del mondo a Sarajevo.

tra le cose improbabili, arrivare a Sarajevo su quel camion lì, di proprietà dell’associazione umanitaria Serious Road Trip (in primo piano, il maggiore Morris, mente dell’operazione) (foto dal blog di Chris Dale)

C’è una vena di Spinal Tap (uno dei film più realistici del mondo) quando si scopre che, in realtà, nessuno aveva ben chiara l’entità della tragedia in cui stavano andando a cacciarsi, accettando il concerto. Ma dall’arrivo a Spalato in poi, dove scoprono che non arriveranno a destinazione in elicottero come pensato ma via terra, il documentario diventa la storia della presa di coscienza dell’esistenza, a un passo dal resto dell’Europa di una realtà impossibile da immaginare, di una città i cui abitanti vivono fianco a fianco con la morte e la distruzione ogni istante. Una città per i cui abitanti gli scenari di distruzione di molto metal non sono un esercizio di stile ma la realtà quotidiana (c’è un passaggio molto intenso in cui un ragazzo spiega quanto sembrasse vicina Refuse/Resist dei Sepultura, per esempio). Ma anche una città nella quale, nonostante tutto, i giovani strappavano giorno per giorno una parvenza di normalità a quella situazione disperata, anche e soprattutto attraverso la musica, che arrivava tramite le radio e faceva da ponte con il resto del mondo.
Ricordo di avere visto in un museo di Sarajevo spezzoni del documentario Miss Sarajevo, quello finanziato dagli U2, e di essere stato annichilito da uno spezzone in cui dei ragazzini, miei coetanei, in una via devastata si mettevano a cantare All that she wants davanti alla macchina da presa – perché mi sono reso conto che negli stessi istanti in cui io potevo permettermi di considerarla robaccia c’erano altri per cui quella melodia appiccicosa era un momento di fuga dalla distruzione e, magari, l’ultima cosa che avrebbero mai ascoltato a seconda dell’umore di un cecchino cetnico (poi in tutto questo gli Ace of Base sono stati fondati da un nazista che magari in quei giorni avrebbe voluto essere pure lui a sparare sui bosniaci, ma è un altro discorso).
A ogni modo: del concerto vero e proprio non si vede molto, ma non è la cosa più importante. A detto degli stessi musicisti non è stato particolarmente indimenticabile per le loro performance e, come dice Dickinson, è stata l’unica volta che si è sentito davvero messo in soggezione dal pubblico. Nel senso che in quell’occasione si era ribaltato il tradizionale rapporto tra rockstar e spettatori: era lui a guardare i ragazzi che affollavano la sala come se fossero delle divinità in grado di fare cose fuori dal normale e appartenenti a un altro universo.
È forse un po’ meno toccante del previsto il ritorno di Bruce Dickinson a Sarajevo insieme al regista del documentario, con l’incontro di alcune delle persone presenti al concerto come spettatori o musicisti, ma forse più che altro perché il cantante è quasi in imbarazzo a prendersi la scena (è più sciolta invece la visita di Alex Elena e Chris Dale insieme al maggiore Morris – che a sua volta è un personaggio incredibile, un giovialone che poi butta lì, con il sorriso e parole pacate, che l’ONU aveva sbagliato tutto e avrebbe dovuto spezzare l’assedio con la forza).

Scream for me Sarajevo è un bel documentario, che dovrebbe interessare non solo gli amanti del metal o della musica in genere, ma che racconta una delle tante storie di quella barbarie che fu l’assedio di Sarajevo da un punto di vista inedito. È anche una testimonianza del potere della musica, al di là dello show business, di tenere insieme le persone quando tutto il resto fallisce.

Non mi sembra si trovi in streaming, se non a pagamento su iTunes, ma il dvd o blu ray è abbastanza facile da reperire, per esempio su Amazon (è un link sponsorizzato, se si acquista da lì io ricevo una piccola commissione – ma il prezzo non cambia)

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