Lo spostamento

Idiocracy doveva essere una satira, sta diventando un documentario

Molto di quello che fa Matteo Salvini non è nuovo e, in diversi campi, è già stato fatto da vari suoi predecessori, da Berlusconi a Minniti. Lui ci mette, di suo, dell’«ignoranza», che di questi tempi si porta molto, e rende tutto molto più esplicito e sgradevole.
Però, se andiamo a vedere al di là degli aspetti di costume, persino del più becero clientelismo (il Papeete è di proprietà di un amico di Salvini, neo deputato europeo per la Lega e tra i beneficiari dell’abolizione di vendita di drink nei locali dopo le 3 di notte – “perché da papà preferisco che sia un barman professionista a dare un cocktail a mio figlio che un immigrato”), fa tutto parte di un processo – iniziato non certo con Salvini – di trasferimento del potere dall’istituzione alla persona.

Salvini ha, da un lato, ragione, a dire che non è più necessario che il ministro stia tutto il giorno al ministero, perché oggi molto del suo lavoro può essere fatto in remoto. Ma il ministero, il “palazzo del potere”, è in qualche modo un garante del fatto che il ministro è un ingranaggio di una macchina più grande di lui. Esercita il potere da un luogo perché sta semplicemente ricoprendo un incarico, temporaneo.
A inizio legislatura, Di Maio iniziato a rilasciare dichiarazioni alla stampa non dalle apposite sale per le conferenze stampa, ma in mezzo alla strada (complicando il lavoro dei giornalisti, come spiega Massimiliano Di Giorgio in un post che tratta anche dell’uso di Whatsapp e dei social media da parte dei portavoce politici); Salvini ha spinto sull’acceleratore arrivando a trasformare in sala stampa il ristorante di uno stabilimento balneare.

Gran parte della comunicazione ufficiale dello stesso Salvini come ministro non passa per il canale istituzionale del ministero. Nel momento in cui scrivo la situazione è questa:

Dal sito del ministero dell’interno

Allo stesso tempo, il profilo twitter è un’orgia di post delle vacanze, crimini degli immigrati, soddisfazione per arresti, informazioni sul decreto sicurezza bis, in una confusione di pubblico e privato che fa persino un po’ girare la testa.
Ma il senso di tutto questo è che ci si sta spostando sempre di più da una situazione in cui il ministro è dove sta il “potere”, a una in cui il potere è dove sta il ministro.
È uno spostamento verso un modello che ha molto poco a che vedere con il concetto di “democrazia”. In un certo senso, Salvini sta in questo modo tenendo fede al se stesso incendiario di qualche anno fa: Salvini odia ancora lo Stato Italiano, solo non più in quanto italiano ma in quanto stato – che si basa su un equilibrio tra poteri. Dal momento in cui è entrato a farne parte, ha espresso costante fastidio (nella migliore delle ipotesi) per il suo funzionamento: dall’informazione alla giustizia, all’opposizione, tutto quello che ritiene non corrisponda al bene e alla volontà della Nazione – del cui sentire lui si pone come massimo interprete – è un nemico.

In tutto questo, i mezzi di comunicazione perdono sempre di più la loro capacità di influenzare il dibattito pubblico, di creare coscienza. Repubblica era già sull’orlo dell’idealismo quando poneva le famose dieci domande a Berlusconi; le tre che pone ora a Salvini sull’affaire della moto d’acqua hanno il sapore di certi dandy che girano ancora con le ghette.
Scrive Harai in 21 lezioni per il XXI secolo:

La democrazia si basa sul principio di Abraham Lincoln secondo cui “potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo”. Se un governo è corrotto e fallisce nel migliorare le vite dei cittadini, una quantità sufficiente di cittadini alla fine se ne renderà conto e lo farà cadere. Ma il controllo governativo dei media mette in crisi la logica di Lincoln, poiché impedisce ai cittadini di comprendere la verità. Grazie al suo monopolio sui media, l’oligarchia al potere può costantemente rimproverare gli altri di tutti i suoi fallimenti e deviare l’attenzione verso minacce esterne, reali o immaginarie che siano.

[…]

Quando vivete sotto un’oligarchia del genere, c’è sempre qualche crisi o altro evento che diventa prioritario rispetto a questioni noiose come l’assistenza sanitaria e l’inquinamento. Se la nazione sta affrontando un’invasione da parte dei nemici esterni o un diabolico tentativo di sovversione dall’interno, chi ha il tempo di preoccuparsi dell’affollamento delle strutture sanitarie e dei fiumi inquinati? Producendo un flusso continuo di crisi, un’oligarchia corrotta può prolungare il suo dominio all’infinito.

Oggi l’aspirante oligarchia putiniana al potere non ha nemmeno bisogno di imporre un controllo sui media; gode i frutti di un processo nel corso del quale i media stessi si sono trasformati in portavoce di tutta la propaganda di cui riuscivano a fare copia-incolla dai social dei politici, mentre nessuno si preoccupava davvero di capire che impatto avrebbe avuto la comunicazione digitale sull’informazione.

E, come per gli incendi in Siberia, l’accelerazione è ormai fortissima. Basta guardare il punto di Alessandro Gilioli sulle tre cose a cui abbiamo detto addio questa estate, in pochissimi giorni.

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