Verso Oriente – Chengdu (1.1)

SPOILER!

Chengdu.
Quarta città più popolosa della Cina (14 milioni di abitanti, più o meno come Lombardia e Piemonte messe insieme in poco più di due volte la superficie della provincia di Roma).
Capoluogo del Sichuan, provincia cinese rinomata per la sua cucina.

Una città dove puoi arrivare in mobike da Bologna, per giunta

Che cosa ci facciamo a Chengdu, in coda all’aeroporto per il controllo passaporti allo sportello per stranieri, dove siamo solo io, Lucilla, alcuni pompieri irlandesi e un paio di italiane?
Andiamo in Tibet. E poi in Nepal.
Che era, al contrario, il piano originale: andare in Nepal, andare in Tibet, tornare in Nepal, ripartire.
Ma c’è il piccolo problema che, anche se lo chiamiamo “Tibet” e ci sono le guide come se fosse uno Stato indipendente, il Tibet è una provincia della Cina, la regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965, per formalizzare l’annessione del 1950 – dopo 39 anni di autonomia del Tibet dalla Cina. Siccome la situazione tibetana è da sempre molto delicata, tra spinte autonomiste e indipendentiste, la Cina – pur rendendosi conto del valore turistico della zona – ha messo una serie di rigidi paletti per il turismo in Tibet. Uno di questi è che gli stranieri possono entrarci solo se hanno una guida e un altro è che, per entrare in Tibet dal Nepal, via terra o in aereo, bisogna essere in un gruppo di almeno cinque persone della stessa nazionalità, altrimenti il permesso di viaggio viene rifiutato. Se però si entra in Tibet da un’altra provincia cinese, via terra o via aereo, non c’è problema.
Quindi, Lucilla e io siamo stati costretti a rivedere il nostro piano iniziale. E Chengdu sia.
A questo punto, mentre siamo in coda per il timbro di ingresso sul passaporto, è anche bene ricordare che chiedere un visto per la Cina è comunque un’operazione che, a noi europei abituati a gironzolare per mezzo mondo un po’ come ci pare, appare fastidiosa: ci sono moduli da consegnare all’ambasciata o ad agenzie che facciano da intermediari, prenotazioni aeree e di alberghi da presentare per dimostrare che a un certo punto te ne vai davvero a casa. Se poi per sfiga hai un timbro turco sul passaporto (come me), devi dichiarare quanto sei stato in Turchia, dove e perché. Il visto cinese, quando arriva, è un bell’adesivo che occupa una pagina intera, mentre quella di fronte deve restare vuota per accogliere gli agognati timbri.
E una volta che hai il visto, se vuoi andare in Tibet, non è finita: con quello, la tua agenzia di viaggio (noi ci siamo affidati all’ottima Navyo Nepal Discover Asia) può richiedere l’agognato Tibet Travel Permit.
Se si pensa che per secoli Lhasa è stata una delle città meno accessibili del mondo (fino a che nel 1904 gli inglesi non si sono aperti la strada a forza in Tibet, come raccontato in un bellissimo libro di Hopkirk, Alla conquista di Lhasa, che documenta tutti i tentativi degli occidentali di farsi strada fino alla capitale dei Lama), in fondo i cinesi hanno fatto del loro meglio per mantenere viva – almeno – questa tradizione tibetana.

Comunque, i nostri visti sono validi, la schedina consegnata in aereo l’abbiamo compilata correttamente per quanto riguarda la parte relativa all’ingresso nel Paese e ce ne andiamo ad aspettare i nostri bagagli con la responsabilità di conservare fino all’uscita dai confini cinesi (nove giorni giorni, parecchi metri sul livello del mare e moltissimi chilometri dopo, alla frontiera con il Nepal) la seconda parte della schedina.
Finalmente, arrivati indenni gli zaini, troviamo ad attenderci la guida cinese, Aron (mi piace moltissimo questa abitudine dei cinesi di darsi nomi occidentali quando devono avere a che fare con, appunto, gli occidentali). Aron sulle prime sembra un ragazzino, più giovane ancora dei suoi 25 anni, ed è energico ed entusiasta. Scambiamo qualche convenevole, arriviamo all’auto, che non guida lui ma un autista, e ci lanciamo nella sera del Sichuan verso l’albergo. In auto, finalmente mettiamo le mani sul permesso di viaggio in Tibet.
Ne avevamo ricevuto una scansione, dalla quale però non si capiva quanto fosse grande: sono due fogli A4, stampati ciascuno su una facciata sola, pieni di timbri rossi con la stella al centro. Sul primo foglio è riportato il nostro itinerario, sul secondo i nostri nomi, numeri di passaporto, date e luoghi di nascita. Il nostro compito è custodire questi due fogli fino a che non arriveremo in Tibet e potremo consegnarli alla guida che troveremo là. Aron infatti sarà la nostra guida solo nella giornata che passeremo a Chendgu. A fare che?
Beh, intanto a mangiare.
Quando siamo nelle vicinanze dell’albergo gli chiedo se conosce qualche posto dove mangiare. Ho grandissime aspettative, perché a Bologna frequento con gusto un ristorante del Sichuan, che si chiama proprio Gusto Chengdu, e non vedo l’ora di provare the real thing. Lui non conosce la zona, ma vede un’insegna proprio dall’altra parte della strada e ci dice di provare lì.
“Ma hanno il menu in inglese?” chiediamo con una certa apprensione. Ho scaricato il file del cinese per l’app di google translate, ma non so come funzionerà.
“Provate” dice lui.

Il panda era omaggio nella camera d’albergo (Cthulhu è mio, invece)

Lasciati i bagagli in camera e ripresa un po’ di forma umana dopo le ore di aereo, ci avventuriamo fuori dall’albergo (molto elegante, con quelle inquietanti moquette da Overlook Hotel) per provare questo ristorante.
Come varchiamo la soglia, gli sguardi che ci accolgono delle cameriere imbarazzate ci fanno capire che, no, probabilmente non sono abituati ad avere clienti che non siano cinesi. Per la prima volta in questo viaggio facciamo conoscenza con una situazione che diventerà man mano sempre più familiare: essere quelli diversi che attirano l’attenzione. Tra gli sguardi incuriositi degli altri clienti, per lo più famiglie che stanno finendo di cenare, ci viene dato un tavolo e veniamo affidati alla cameriera che ha più dimestichezza con l’inglese e buona volontà. La seconda supera sicuramente la prima e ci troviamo così a ordinare un po’ alla cieca. Una cosa di per sé divertente, se non fosse per un piccolo particolare: la cucina del Sichuan è rinomata per essere piccantissima. Sichuan è un’antica parola cinese che vuol dire “Calabria”. E Lucilla non ama il piccante, per usare un eufemismo, mentre tutto attorno a lei sugli altri tavoli si trovano piatti ricolmi di peperoncini e pepe del Sichuan. Quest’ultimo nonostante il nome non è una varietà di pepe e non è piccante o pungente: piuttosto, lascia un vago aroma agrumato e intorpidisce la bocca (una sensazione abbastanza fastidiosa se non ci sei preparato e a volte anche se lo sei ma non ti rendi conto di avere esagerato).
In qualche modo, riesce a ordinare un piatto solo moderatamente piccante per i nostri standard (e da bambini per quelli locali), mentre io mi butto deciso su una cosa presentata come “spicy chicken” e che ci mette una vita ad arrivare.
Quando lo vedo uscire dalla cucina, capisco perché. La cameriera mi porta un piatto di portata tondo di mezzo metro di diametro ricoperto di cubetti di pollo fritto, peperoncini, pepe del Sichuan, noccioline tostate. Dagli altri tavoli si levano occhiate divertite e incuriosite.

“Oh! Davvero? Questo è piccante anche per noi” mi ha detto il giorno dopo la guida quando gli ho fatto vedere la foto

Curiosamente, è lo stesso piatto che avevo fotografato su uno dei poster all’ingresso del locale.
Mi faccio coraggio e attacco quella spianata di piccantezza, facendomi forza dell’esperienza conquistata sotto alle due torri. È proprio quella a permettermi di non soccombere: il pollo è piccantissimo ma la forza della cucina del Sichuan è che invece di avere una piccantezza che ti annichilisce riesce a lasciarti sempre l’impressione che, con sufficiente riso bianco ad aiutarti, tu possa mangiarne ancora un po’. Anzi, ogni boccone ti lascia con la voglia di averne ancora. Poi il trucco è ricordarti che il peperoncino è lì più che altro per decorazione e che non è richiesto mangiarlo: guardando negli altri piatti vedo che anche i locali ci mangiano attorno. La vera trappola è il pepe, perché se ne usano solo le bucce, che spesso si mimetizzando con il resto.
Alla fine, non finisco certo il piatto (che era enorme) ma posso uscire dal locale a testa alta. Pronto per una buona notte di sonno e per la giornata successiva.
Aron ci aspetta nella hall dell’albergo alle 7 in punto.
Abbiamo dei panda, da andare a vedere.

Il primo panda della mia vita

Già, panda.
La principale attrazione turistica di Chendgu è il Giant Panda Breeding Research Base, il principale centro di ricerca e assistenza sui panda, che unisce le finalità scientifiche e di conservazione della specie allo sfruttamento turistico.
La sua posizione a Chengdu è presto spiegata: i panda vivono quasi esclusivamente nel Sichuan, a parte alcuni gruppi in provincie circostanti. Il loro habitat naturale è minacciatissimo e la loro riproduzione in cattività difficoltosa. Una volta catturati, infatti, tendono a perdere interesse nell’accoppiamento, tanto che in passato c’erano stati tentativi di risvegliare il loro ardore mostrando loro filmati di altri panda che si accoppiano o imbottendo i maschi di Viagra. Più recentemente le cose sono migliorate, anche grazie a tecniche di fecondazione artificiale.

L’ingresso del centro
Sì, stanno un po’ in fissa con i panda

Il tragitto in auto, dopo che abbiamo scoperto che a colazione c’erano tutti quei piatti cinesi tipo noodles e ravioli che non avevamo trovato al ristorante, è un rapido corso di aggiornamento sui panda da parte di Aron, che riesco a stupire rispondendo correttamente alla domanda sul sesto dito dei panda (una specie di “pollice” in più che usano per fare scorrere i bambù) e poi un po’ mettere in imbarazzo facendogli vedere come io abbia su ciascun polso una zona glabra proprio in corrispondenza di un osso leggermente sporgente, il che farebbe di me un protopanda. Vorrei proseguire citando Genma Saotome e la sua trasformazione in panda, ma non mi sembra il caso.
Anche perché nel frattempo siamo quasi al parco dei panda, che apre alle 7.30, e per la prima volta mi rendo conto di una cosa ovvia: i cinesi sono, come dire, parecchi. Dei 14 milioni di abitanti di Chengdu, sembra che almeno la metà stiano convergendo verso la nostra meta; del resto, siamo nel pieno delle vacanze estive anche per loro, nella principale attrazione della zona. È per questo che siamo partiti così presto. Mentre ci avviciniamo all’entrata, Aron ci avvisa che dovremo camminare molto veloci, senza fermarci, per arrivare il prima possibile alla nursery con i panda appena nati, pena il rischio di fare un’ora di coda o anche più.
Neanche il tempo di entrare e la nostra guida mette il turbo regalatogli dai suoi 25 anni e parte per i viali del parco. Arrancando dietro di lui, superiamo comitive di decine di persone, prima in piano, poi in salita. Decisamente un bell’inizio delle vacanze.
Una mossa sgamata per tagliare una parte del percorso viene impedita da una delle guardie e così ci troviamo intruppati a dover circumnavigare uno dei grandi spazi a disposizione dei panda, con l’avvertenza di non perdere tempo a cercare di guardarli ora, perché recupereremo poi. Obbediamo, spintonando senza troppe remore perché comunque la cosa è più o meno la prassi (solo a un certo punto una signora si gira come per volermi dire qualcosa, si accorge che sono occidentale e mi sorride, una cosa che mi spiazza un po’).
Finalmente, però, arriviamo alla nursery, dove due panda nati un paio di mesi prima dormono beati ben protetti da un vetro che mi auguro essere insonorizzato, visto il frastuono che c’è da questa parte. Tra il vociare, le grida eccitate e le guardie che hanno dei megafoni che ripetono in continuazione grazie a un player incorporato di scorrere, è davvero una situazione infernale. Se non altro, qui dentro fa fresco, perché fuori il caldo umido della mattina comincia a farsi sentire con insistenza. I cuccioli, invece, dormono beati. Hanno da poco messo su il pelo bianco e nero, sotto al quale si intravede ancora la pelle rosa.

Dopo quello, passiamo il resto della mattinata a girare per le varie arie del parco. I sentieri passano davanti a grandi aree aperte che riproducono al meglio l’habitat dei panda. Gli animali trascorrono il loro tempo mangiando, sonnecchiando, a volte facendo la lotta tra loro, cercando di arrampicarsi sulle strutture di legno (a volte con risultati discutibili).
Fedeli al loro nome cinese, letteralmente “orso gatto”, sono esattamente goffi e buffi come uno se li aspetta, con un’aria di beata indifferenza a tutto e tutti, specialmente quando mangiano. A un certo punto ne avvistiamo uno praticamente appeso alla biforcazione di un ramo a cinque/sei metri da terra, che si fa fatica a immaginare come sia potuto arrivare fin lì e come cavolo farà a scendere. Ma lui non sempre granché preoccupato.
Maestro di vita.
Il parco ospita anche dei panda rossi, che sono più piccoli e hanno una coda lunga e vaporosa. Sono più difficili da vedere e decisamente più simili a degli animali selvatici rispetto ai loro cugini bianconeri.

“MA CHE CAZZO ME NE FREGA A ME?”
il fantasma dei ritorni dalle ferie futuri

Una cosa curiosa dei panda è che negli sessanta e settanta del secolo scorso, la Cina – riprendendo un’antica tradizione – li ha usati come dono ad altri Paesi. In principio a quelli comunisti, ma nel 1972 una coppia fu donata al presidente degli USA Richard Milhouse Nixon, in un momento di apertura tra i due Stati, e nel 1974 al primo ministro inglese Edward Heath (lo stesso “Mr Heath” di Taxman dei Beatles). In entrambi i casi gli zoo che ospitarono gli animali ebbero un’impennata nei visitatori. La cosa creò l’espressione “panda diplomacy”, ma a partire del 1984 la pratica cessò e la Cina iniziò invece ad “affittare” i propri panda agli zoo stranieri per la modica cifra di un milione di dollari l’anno (e con la clausola che eventuali cuccioli nati in cattività siano di proprietà della Repubblica Popolare); fondi che in parte sono reinvestiti nella protezione dell’habitat dei panda.

Accorrpanda!
Sgranocchiando
OOOPS (e poi basta panda)

Usciti dal parco dei panda, Aron ci porta a mangiare in un ristorante vicino alla prossima tappa della giornata, il parco cittadino.
Ora, avete presente quei ristoranti cinesi che ci sono in Italia un po’ trasandati, quelli tipo con il menù a pranzo a 10,99 euro, la vetrinetta dietro al bar mesta e le tovaglie di un colore smorto? Ecco, come aspetto sono decisamente autentici, almeno rispetto a quello in cui siamo stati noi.
Le differenze sono che lì, prima di mangiare, puoi servirti di salatini e frutta liberamente da un buffet. Con l’aiuto di Aron ordiniamo un paio di cose e mangiamo tutti insieme. Il pollo Kung Pao (un classico del Sichuan) è ottimo – e piccante, nonostante venga presentato come non piccante – e pure del maiale in agrodolce. Oltre a quello mi impunto a volere dei ravioli al vapore, che arrivano con mio sommo sbigottimento in una porzione da dodici (!) e si rivelano essere non alla carne ma agli spinaci – e molto simili ai pierogi polacchi. Rifiutiamo sdegnati le posate che Aron ci porta, persino un po’ mortificato per non averci pensato prima, e dimostriamo di essere a nostro agio con le bacchette (tipo prendendo le noccioline del pollo Kung Pao, cose così), con grande divertimento di guida e autista. Anni di glutammato ingurgitato in dubbi ristoranti take away ci hanno insegnato qualcosa, almeno.
Intanto, mi accorgo di una cosa: tavoli ancora privi di persone si riempiono di piatti di portata carichi di cibo, che escono a spron battuto dalla cucina. Aron ci spiega che la prassi è che quando prenoti un tavolo al ristorante per un pranzo in famiglia o con amici, ordini già anche il cibo, in modo tale che quando si arriva è già tutto pronto. L’idea è affascinante e senza dubbio pratica, a meno che tu non sia quello che si prende l’incarico di organizzare l’uscita. Probabilmente funziona che chi invita – o il capofamiglia – si assume la responsabilità anche di scegliere i piatti, perché altrimenti deve essere un incubo (“Allora, io ci sono o giovedì a pranzo o mercoledì a cena, ma non voglio i funghi e ci deve essere assolutamente del pesce”, “Per me è perfetto mercoledì a pranzo, giovedì sono fuori, mi raccomando il pesce con tanti funghi”, e via discorrendo nell’incubo).

continua

Ok, ancora un panda, dai.
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3 commenti

Archiviato in cina, viaggio

3 risposte a “Verso Oriente – Chengdu (1.1)

  1. Splendida la citazione di Ranma 1/2! :) Il post sarebbe stato bellissimo anche senza quella citazione comunque.

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