Verso Oriente – Lhasa (2.2)

Svegliatomi la prima mattina a Lhasa, dopo una notte di sogni agitati, scopro che lo stordimento che mi ha afflitto il giorno precedente è passato, tutto di botto. Senz’altro merito del dispenser di ossigeno della camera, un aggeggio che il buon Alec le Seur descriveva così quando era una novità assoluta nell’Holiday Inn di Lhasa a fine anni ottanta:

The gaseous mixture of oxygen-enriched air bubbled through the metal pipe into a small glass bottle of water, and when a tap on the bottle was turned, the mixture carried on through a green rubber pipe and out into the room.

Neanche il tempo di gioire di questa cosa e nella sala della colazione il buonumore mi si raffredda addosso.


Immaginate di alzarvi una mattina in albergo e di scendere a fare colazione, con la vostra abitudine acquisita per i cibi dolci, per l’aroma del caffè – un’abitudine che il precedente hotel di Chengdu aveva tutto sommato coccolato. Ecco. Pensate invece di mettere piede in un ristorante cinese, con l’aria carica dell’odore insistente di cibo unto e speziato. Alle 7.30 di mattina. Mentre il vostro organismo è pronto a caffelatte, dolciumi, magari poi due fette di bacon e un po’ di uova strapazzate. Succo di frutta.
Confesso, e lo vivo un po’ come un fallimento dei miei ideali di mimetismo con i nativi all’estero, di non avercela fatta. Gli spaghetti saltati con verdure a colazione erano al di fuori delle mie possibilità. Così, come Lucilla, ho abborracciato una colazione con una specie di brioche, delle fette di pane con marmellata, le buone uova preparate dal cuoco al momento. Unico tentativo di fare come i locals da parte mia è stato assaggiare il tè al burro di yak.
Se avete mai letto resoconti di viaggio nelle zone himalayane, saprete che l’incontro con quella che è considerata la bevanda tradizionale tibetana dà l’occasione agli autori di improvvisare i paragoni più disgustosi per spiegarne il sapore. La bevanda è una mistura di te nero, burro di yak e sale ed è stata descritta, per esempio come

The smell is like walking inside of a cheese cave, but it’s got this particular hint of yak fur smell. I don’t know how to describe except that it’s sort of like wet dog but a bit more earthy, with undertones of barn
(Dall’odore sembrerebbe di entrare in una caverna di formaggio, ma c’è una peculiare traccia di puzzo di pelo di yak. Non saprei come descriverlo, se non come simile al cane bagnato, ma un po’ più terraceo, con sfumature di fienile)

Vice – Tibetan Yak Butter Tea Is as Chunky as It Sounds

La Lonely Planet cita cose come “sciacquatura di calzini” e forse uno dei più equilibrati che abbia letto è Paolo Cognetti che suggerisce di pensarlo più simile a una zuppa al formaggio che a un bicchiere di tè.
Da parte mia, devo dire che l’assaggio non è stato niente di così ripugnante. Sì, è un sapore forte e ci si deve decisamente fare l’abitudine, ma non mi ha dato particolari problemi e, secondo me, il grosso della ripugnanza proviene da anglosassoni che non hanno familiarità con un certo tipo di sapori e che probabilmente rabbrividirebbero pure davanti a un buon piatto di gnocchi al gorgonzola o a del taleggio (in generale, ogni tanto la Lonely Planet – indifferentemente dal paese – dà l’idea di essere una pubblicazione per gente con il culo pesantissimo e terrorizzata dal mondo esterno).

Archiviata la pratica della colazione, facciamo finalmente conoscenza con la vera accoppiata di guida e autista che ci accompagneranno nei giorni successivi. L’autista si chiama Gyatso, come il Dalai Lama, e un po’ come un Ryan Gosling di Drive tibetano parla il minimo indispensabile (sia con noi perché non sa l’inglese sia con il suo collega). La guida, invece, Sangpo, parla il giusto e, soprattutto, ha imparato da precedenti clienti italiani – a sorpresa – non delle parolacce ma una parola che diventerà una specie di refrain per i giorni a seguire:
ANDIÀMHO
(immaginatelo con una pronuncia vagamente friulana, ok?)

La nostra prima tappa della giornata è il palazzo del Potala, uno dei luoghi-simbolo di Lhasa. Costruito dal quinto Dalai Lama (Ngawang Lozang Gyatso) a partire dal 1645, è stato la dimora dei suoi successori fino al 1959, quando l’attuale incarnazione del bodhisvatta della compassione è fuggita in India per evitare di dovere passare il titolo anzitempo all’incarnazione successiva.
La prima cosa da sapere del Potala è che è immenso. Così immenso che quando il quinto Dalai Lama morì, nel 1682, la sua costruzione non era ancora terminata. La sua morte fu tenuta nascosta fino al 1693, sia per permettere al successore di sfruttare il prestigio di Lozang Gyatso per consolidare il potere anche politico del Dalai Lama sul Tibet (inaugurato appunto da Lozang), sia per poter presentare il Potala come frutto del suo governo. L’impronta delle mani del quinto Dalai Lama è ancora visibile all’interno del palazzo, poco dopo l’ingresso.
Il palazzo è arrampicato sul fianco di una collina, al punto che quasi non si capisce dove inizi uno e finisca l’altra, è largo 400 metri e profondo 350. I suoi tredici piani svettano in totale per un centinaio di metri sulla collina e lo spessore delle pareti varia dai 3 metri delle strutture più in alto ai 5 della base. Al suo interno ci sono più di 1000 stanze, 10.000 cappelle e 200.000 statue, delle quali non troverete qui neanche una foto perché è proibito fotografare all’interno. Grossomodo, è diviso nel Palazzo Bianco e nel Palazzo Rosso: il primo era lo spazio privato del Dalai Lama, che comprendeva i suoi appartamenti invernali, mentre il secondo era uno spazio relativamente più pubblico e dedicato alla preghiera. È importante non confonderli con gli omonimi edifici che si trovano in via Garibaldi a Genova.

Le parti rosse sono ramoscelli conficcati nella malta. Pare che garantiscano un buon isolamento termico e che tengano lontani gli insetti.

Visitare il Potala significa, intanto, mettersi in coda. C’è un procedimento abbastanza complicato per i gruppi e gli stranieri, di cui afferriamo però solo qualche dettaglio perché la cosa comoda di essere costretti a prendere una guida in Tibet è che dei biglietti si occupa lui. Nei primi minuti di convivenza con Sangpo, comunque, facciamo in tempo ad accorgerci di una sua certa insofferenza verso i controlli di polizia (cerca disinvoltamente di passare a lato del metal detector al check point all’ingresso dell’area del Potala) e di una discreta abilità a sbrigare eventuali lungaggini, chiedendo favori a suoi colleghi. È grazie a questo, per esempio, che nella coda per l’ingresso ci troviamo a saltare un gruppone cinese – suppongo perché altrimenti sarebbe scaduta la finestra temporale di ingresso segnata sui biglietti.
(A margine, nel sorpassare queste persone mi rendo conto per la prima volta dell’attenzione alla protezione della pelle: vanno tantissimo le maniche anti-raggi UV e le mascherine sul volto, alcune delle quali traforate o in simil-pizzo color carne, con un effetto alla vista piuttosto disturbante, sulle prime).

HOP HOP HOP

La salita al palazzo avviene tramite rampe di scale di per sé piuttosto blande, ma che a 3.700 metri di altezza diventano impegnative attorno al quarto gradino; questo conducono fino al cortile, dal quale si accede al Palazzo Bianco e, da quello, al Palazzo Rosso.
Raccontare nel dettaglio la visita del Potala è quasi impossibile, perché sebbene il percorso di visita tocchi solo una parte degli ambienti, la quantità di cose che si vedono, e la loro magnificenza, è tale da stordire. Citerò solo, da Wikipedia, la descrizione della cappella occidentale del Palazzo Rosso:

È questa la cappella che contiene i cinque stupa dorati. L’enorme stupa centrale, 14,85 metri di altezza, contiene il corpo mummificato del quinto Dalai Lama. Questo stupa è costruito in legno di sandalo ricoperto da 3.727 kg di puro oro, tempestato da 18.680 perle e gioielli semi-preziosi. Sulla sinistra si trova lo stupa funerario del dodicesimo Dalai Lama, e sulla destra quello del decimo. Il vicino stupa del tredicesimo misura 22 metri di altezza. I due sul fondo contengono importanti scritture.

Ma, ovunque, ci sono pareti decorate da affreschi, statue di monaci famosi, di varie divinità buddiste, cappelle di preghiera rischiarate dalle lampade di burro di yak (nelle quali i fedeli versano, come offerta, burro che permetta loro di continuare a bruciare). È un livello di opulenza e di maestosità che per molti versi supera senza problemi qualsiasi concezione occidentale, specie se si pensa che testimonia la potenza di una dinastia di re-sacerdoti di un isolato regno in mezzo ai mondi, ma crocevia di traffici tra mezza Asia.
Per non parlare, poi, della complessità concettuale della mitologia e delle credenze del buddismo tibetano, che si traduce in raffigurazioni traboccanti di personaggi (storici o mitologici), gesti, significati stratificati…

Il cortile est. Le tende in alto sono quelle degli appartamenti da cui il Dalai Lama osservava gli spettacoli che si tenevano nel cortile


Al Potala, Sangpo ci parla per la prima volta di due personaggi che ritroveremo spesso nelle visite successive: Padmasambhava, meglio noto come Guru Rimpoche (riconosciuto come colui che portò il buddismo in Tibet nell’ottavo secolo, contribuendo a rendere un po’ meno aggressiva una popolazione che fino a quel momento aveva dato parecchio filo da torcere ai propri vicini per le proprie mire espansionistiche) (secondo me fu un complotto dei vicini: “oh, con i tibetani le abbiamo provate tutte, ma ci fanno sempre un culo a capanna. E se provassimo a farli diventare buddisti? Magari si calmano un po’…”) e, soprattutto, Maitreya, il Buddha del futuro che inaugurerà una nuova era. La spiegazione che ci fornisce in questa occasione è così dettagliata che tutte le volte che ne troveremo una raffigurazione da qualche parte verrà giusto degnata di un cenno accompagnato dall’espressione “Maitreya… FIUCIURBUDDA” (alla quale annuiremo convinti e soddisfatti).

L’uscita del palazzo è sul versante opposto a quello dell’ingresso e ti lascia il tempo – una volta tornato alla luce – sia di riflettere sull’imponenza di quello che hai appena visto sia di osservare per bene lo sviluppo di Lhasa al di fuori delle sue zone storiche, che è abbastanza impressionante.
Lungo la discesa veniamo anche fermati da un ragazzino e una ragazzina che, attraverso Sangpo, ci chiedono molto gentilmente una foto, che diventa la prima della mia collezione di foto con perfetti sconosciuti.

Una breve corsa in macchina ci porta, poco fuori Lhasa, alla seconda tappa della giornata, il monastero di Drepung. O quello che ne rimane.
Drepung era uno dei più grandi monasteri del Tibet – e forse del mondo. Nel 1937 ospitava fino a 10.000 monaci, che qui potevano studiare e approfondire la loro conoscenza e pratica della dottrina buddista. In precedenza, era stato per circa due secoli la residenza del Dalai Lama, fino al completamento del Potala. È anche stata una delle tre principali sedi della scuola dei “berretti gialli” (Gelug), la più recente del buddismo tibetano, a cui appartiene anche il Dalai Lama.
Ma con l’arrivo dei cinesi nel 1951, quasi la metà degli edifici che costituivano il complesso del monastero (che va immaginato come una piccola città) fu distrutta e l’attività dei monaci sottoposta al controllo dello Stato. Addirittura, nel 2008, dopo una serie di rivolte contro i cinesi in tutto il Tibet istigate da monaci, il monastero fu chiuso e ha riparto i battenti solo nel 2013, con una popolazione di qualche centinaio di monaci (si dice 300). Il “vero” monastero è comunque stato rifondato in India poco dopo la fuga del Dalai Lama nel 1959.
Qui, sorpresa, ha vissuto da bambino Sangpo insieme alla sua famiglia (il fratello del padre era un monaco), prima che il governo decidesse di ridurre il numero dei monaci e della popolazione civile del monastero. Stupidamente, non abbiamo mai chiesto l’età a Sangpo, ma visto che doveva avere un’età tra i 38 e i 45 anni si dovrebbe parlare degli anni settanta, massimo primi anni ottanta.

Davanti alla sala di preghiera principale ci sono una scalinata e un grande spiazzo, dove si tengono i dibattiti tra i monaci – un’attività molto spettacolare anche se non si capisce la lingua, perché le varie argomentazioni sono accompagnate da gesti esagerati, battiti di mano, ecc. Purtroppo non siamo riusciti a vederne uno, ma si possono trovare dei video facilmente.
Sullo spiazzo avvistiamo per la prima volta una coppia di italiani più o meno della nostra età che rivedremo in altri punti del Tibet, che identificheremo come “quella con la maglietta del cinema america” (il cinema all’aperto a Trastevere che questa estate ha fatto molto innervosire i fascisti romani, che in un paio di occasioni almeno hanno aggredito persone con quella maglietta).
Facciamo una rapida visita alla cucina, che è un antro buio impregnato di odore di burro di yak e annerito dalla fuliggine, dove si trovano enormi pentole, bollitori e una collezione colossale di thermos per il te al burro di yak. I tibetani ne bevono infatti quantità industriali e ovunque, sopratutto nei monasteri, vedi questi thermos dall’esterno in plastica a tinte pastello o con fantasie infantili, con capienze a occhio e croce sui tre litri.
Soprattutto, appunto, li vedi tra le mani dei monaci che presidiano le cappelle dei templi, e che a un occhio inesperto sembrano a volte semplicemente impegnati a passare il tempo in qualche modo e controllare che nessuno faccia dei danni, seduti su una panchetta in fondo, avvolti nelle vesti e con una tazza di tè in mano (mettici Netflix ed è una vita che trovo assolutamente familiare).

Nel tempio Sangpo ci dà il permesso di scattare una foto della sala di preghiera (la cosa importante è non fotografare i Buddha, quello non è mai gradito). I fagotti sono le vesti dei monaci, pronte per le preghiere comuni. Non si vede da qui, ma il kit è di solito completato da una ciotola per il tè e una per la zuppa (sono cose che vanno un po’ per le lunghe).
Comunque è in questo tempio che perdo completamente la faccia, perché mentre stiamo uscendo da una cappella mi accorgo che da sotto al tavolino dei monaci custodi – assenti – sbuca un gattino. Anzi, due gattini.
Lucilla e Sangpo tornano indietro a recuperarmi dopo un minuto e mezzo, speso a giocare con i gatti e fare loro un book fotografico. Avverto una vaga compassione nei miei confronti da parte di Sangpo (che invece ha un cane e fa una faccia un po’ così quando Lucilla gli dice di avere quattro gatti). Più avanti entro in una cappella il cui accesso è rigidamente vietato alle donne e forse capisco male delle indicazioni e guardo in faccia una statua che non si doveva guardare faccia, non ho capito bene.

La mia teoria era che fosse così tondo perché si nutriva di burro di yak, ma poi ho visto tra le colonne della sala principale un sacco di croccantini da 10 kg.
Panorama

“Qui sotto c’è un altro monastero, più piccolo, vi interessa vederlo?”
Certo che sì, siamo venuti apposta.
Inizia così, quasi per caso, la visita a uno dei posti più intensi del nostro breve giro in Tibet, il monastero Nechung, altresì noto come Sungi Gyelpoi Tsenkar, che si traduce come “la fortezza demoniaca del re degli oracoli”. Era infatti la sede dell’oracolo di stato del Tibet, incarnazione della divinità Pehar Gyalpo, che protegge anche il monastero. Dopo i fatti del 1959, però, l’oracolo non risiede più qui ma in India, insieme al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio. Da quello che si racconta, la sua possessione da parte della divinità è abbastanza paurosa e spettacolare; si tratta di un elemento che il buddismo tibetano ha ereditato dalla religione originale della zona, il bön – tanto che tecnicamente anche se l’oracolo è ospitato in un monastero Gelug è un monaco della più antica scuola tibetana, quella Nyngma (se tutto questo vi sembra complicato è perché il buddismo tibetano è una faccenda complicata – e non abbiamo ancora parlato del Panchen Lama, per dire).

Sì. sembrano donne andine.

Quello che ci ha colpiti della visita al Nechung, però, non è stata la sua storia – di cui non sapevamo niente e che ho ricostruito solo poi – ma il fatto che essendo un po’ tagliato fuori dai grandi giri turistici perché non presenta particolari attrattive artistiche ed è un tempio minore accanto a uno molto famoso per la prima volta ci siamo trovati immersi nella vita quotidiana dei buddisti tibetani.
Nel cortile del tempio, Sangpo ha comprato quella che sembrava una lattina di vino, e che invece era di vino di frumento, e l’ha portata dentro al tempio. Pensavamo sulle prime che volesse farsi un goccetto prima di pranzo, invece ci ha portati in questa cappella dedicata a una qualche figura di cui non ho segnato il nome, molto importante per la protezione dell’attuale Dalai Lama, e ne ha versato parte del contenuto in una delle coppe davanti a un ritratto del precedente Dalai Lama, lasciandoci il resto perché facessimo, a turno, altrettanto. Eravamo probabilmente in quel momento gli unici estranei nella fila di fedeli che attendevano di fare lo stesso (i calici restano sempre pieni fino all’orlo e il resto trabocca nella bacinella in cui si trovano), costretti a usare l’immagine del Dalai Lama precedente perché l’esposizione di quello attuale è severamente vietata in Tibet, immersi tra voci che non capivamo, l’odore pungente dell’alcool che si mescolava a quello dell’incenso e del burro bruciato, circondati da statue e statuine di monaci e bodhisvatta… Insomma, un momento intenso. Non direi tanto “spirituale” perché quello che vedi nei templi in Tibet da parte dei fedeli è in realtà una forma di venerazione molto legata alla materialità.
Vengono lasciate offerte non solo in natura (il burro nelle lampade, il vino nelle coppe, ma anche frutta, succhi o cibo) ma anche – e soprattutto – in denaro. Nei templi ci sono banconote ovunque, che vengono lasciate davanti alle statue, infilate nelle teche, poggiate nelle ciotole, infilate negli anfratti delle grotte. Alcune banconote di grosso taglio o in valuta straniera sono esposte a mo’ di trofeo all’interno delle teche. La cosa è, ovviamente, molto pratica: servono per il sostentamento dei monaci e del monastero. A volte però vedi queste scatole zeppe di banconote – i tibetani usano le banconote anche per i piccoli tagli perché hanno le scritte anche nella loro lingue, mentre le monete no –, ci guardi dentro e vedi decine e centinaia di facce del Presidente Mao che ti fissano, una cosa piuttosto straniante (Mao è raffigurato su tutti i tagli di banconote dallo yuan in su).

Questo è un altro monastero, ma il succo è quello.

Altri segni di devozione sono l’inchinarsi, toccare con la fronte determinate immagini o lanciare sciarpe verso le statue del Buddha. In generale, non abbiamo visto pochissima gente che non fossero monaci “pregare” – e quando abbiamo trovato dei buddisti occidentali in un tempio ci sono sembrati parecchio fuori luogo, ma ci arriveremo poi.
Fuori dal monastero, nel parcheggio, ci sono parecchie macchine con le portiere e il cofano aperto. Attorno a una gironzola un monaco.
Sangpo ci spiega che è comune portare la macchina nuova a far benedire da un monaco. Effettivamente, ci diciamo, per come guidano da queste parti ogni forma di aiuto è auspicabile (in Nepal, il traffico tibetano ci sembrerà uno scherzo). E comunque di auto incidentate, in giro, se ne vedono pochissime.

L’umile dimora che si fece costruire il Dalai Lama attuale prima di essere costretto alla fuga

Pranziamo in uno di quei posti dove in Italia non metteresti mai piede ma che all’estero ti sembrano così caratteristici (anche se a dire il vero ha quell’aria sporca che hanno tutti i locali tibetani non pensati per i turisti ma solo per la gente del posto), e dove mangio il mio yak bollito con riso e patate sotto l’occhio divertito e curioso della tavolata accanto di signori tibetani. Alla fine per non fare brutta figura rosicchio la carne rimasta da attorno all’osso, spero facendo bella figura.
L’ultima tappa della giornata organizzata è nel complesso di palazzi e giardini del Norbulingka, la dimora estiva dei Dalai Lama. Qui, nel 1954, l’attuale Dalai Lama inizò la costruzione di un nuovo edificio, che fu completato un paio di anni dopo. Oggi, si visitano le stanze dove studiava, dormiva, meditava, persino il suo gabinetto. Su una parete è dipinto il suo ritratto, probabilmente l’unica sua immagine esistente in Tibet.
È anche da qui che fuggì nel 1959, travestito da soldato e con il fucile in spalla, convinto che ormai i cinesi avessero intenzione di arrestarlo. La fuga fu scoperta solo due giorni dopo, dando al Dalai Lama e ai suoi compagni di fuga sufficiente vantaggio per arrivare, dopo due settimane di cammino nell’Himalaya, in India e ricevere asilo politico. Tutta la zona è un parco piacevole e silenzioso, con molti begli edifici.
Qui Sangpo ci racconta delle sue difficoltà con la non brillante carriera scolastica del figlio, per giunta vittima di alcuni bulli, oltre a qualche particolare della vita tibetana, chiudendo così la parte della giornata con un quadro un po’ più ampio del posto che stiamo visitando.

Lhasa

Tornati in albergo, dopo un po’ di riposo, ci organizziamo per un giretto prima di cena. Per non portare in giro la proibitissima L***** P*****, fotografiamo alcune pagine con un itinerario e ci lanciamo all’avventura.

Ruote di preghiera formato famiglia

Ci va mediamente male perché, anche se riusciamo a non perderci, per un motivo o per l’altro non riusciamo a entrare in nessuno dei templi sul percorso. Però riusciamo ad arrivare senza problemi al piccolo quartiere musulmano (una delle etnie cinesi, gli Hui, è di fede islamica), con la sua moschea. Qui compro un altro panino al vapore, di nuovo come a Chengdu senza sapere cosa ci sarà dentro e di nuovo come a Chengdu ci trovo dentro del cavolo bollito. Buono, eh. Però.

La famosa moschea di Lhasa

In giro, ci rendiamo conto, non solo ci sono molti posti di blocco, ma anche un ufficio di polizia ogni 2-300 metri. Va detto che hanno dei poster di reclutamento abbastanza spettacolari.

Notate le pallottole negli ideogrammi

In realtà uno dei templi lo troviamo aperto. O quasi. Si tratta di uno dei quattro che circondano e proteggono il Jokhang, ciascuno dedicato a un diverso punto cardinale e alle sue divinità tutelari.
Entriamo nel cortile del tempio e vediamo che la porta è aperta, ma solo su un corridoio che circonda la cappella del tempio, le cui porte sono chiuse. Mi spiego meglio: immaginate che ci siano due stanze, una dentro l’altra. È aperta la porta di quella esterna, ma non di quella interna. Però vediamo che nell’intercapedine, per così dire, ci sono persone che stanno compiendo la kora, il giro rituale attorno a un luogo sacro. Qualcuno ci fa cenno di avvicinarci e noi lo facciamo. Più che altro nella speranza che sull’altro lato ci sia un’apertura che non possiamo vedere. Non c’è, ma ce ne accorgiamo solo quando siamo presi in questo circolo di gente che cammina, a passo spedito, attorno a un edificio completamente spoglio. A parte una porta, chiusa, poco prima dell’uscita, con disegnati sopra tre teschi, davanti alla quale alcuni si fermano e si inchinano.
Coinvolti in questa situazione vagamente lovecraftiana (un rituale che non comprendiamo appieno, in un luogo che non conosciamo, nel quale siamo evidentemente degli intrusi) completiamo un paio di giri io e tre Lucilla prima di trovarci, perplessi, di nuovo nel cortile davanti al tempio. A quel punto, una signora ci indica l’uscita non so se per cortesia o se per invitarci a levarci di torno, cosa che comunque facciamo.

Dopo un altro giro attorno al Jokhang – dove vediamo le pattuglie di polizia che fanno il giro in senso antiorario, cosa che è probabilmente una provocazione – ce ne andiamo a cena. Siccome io ho capito tutto del mal di montagna, ordino yak saltato coi peperoni (piccantissimo) e birra.
Curiosamente, la notte sarò tormentato dall’insonnia.

Buono era buono. Ci ho pure abbinato un’insalata di pomodori che era, sorprendentemente, perfetta. A Bologna trovo pomodori peggiori.
Lhasa by night

PROSSIMAMENTE: “Ah, ma vuoi mettere la spiritualità orientale con noi occidentali e la nostra mania di filmare tutto con i telef…”

OH WAIT!
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Una risposta a “Verso Oriente – Lhasa (2.2)

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