Verso Oriente – da Gyantse a Tingri (4)

Il primo ricordo della mattina del 17 agosto è nella sala della colazione dell’albergo di Gyantse, dove una povera cameriera cerca di tenere a bada un’orda di italiani con una sola caraffa di caffè alla volta. Nei suoi occhi, c’è il terrore più nero, ma mi pare di ricordare che alla fine sia sopravvissuta all’assalto.
Nel lasciare l’albergo, guardo per un’ultima volta l’altarino con le offerte a varie statue di figure della religione buddhista, che la sera prima avevo scambiato per un buffet di snack a disposizione degli ospiti. Solo la prontezza di spirito di Lucilla mi ha impedito di (mutatis mutandis) bermi l’acqua di Lourdes da una statuina di plastica.

A questo punto, arrivati a novembre, la mia memoria degli eventi un po’ vacilla. Sul mio taccuino di viaggio leggo:

SHALU MONASTERO

Affreschi antichi, misto di stile cinese/mongolo

Ricostruendo da wikipedia, gli affreschi sono del XIV secolo; secondo alcuni viaggiatori, tra cui Alexandra David Neel, i monaci di Shalu erano in grado durante la meditazione di produrre dal proprio corpo un calore talmente intenso da asciugarsi i vestiti indosso (comodo).
Ricordo che il monastero era praticamente deserto, ma poco altro.

Monastero di Shalu. Le mura grigia indicano la sua appartenenza alla scuola di Sakya, una delle quattro del buddismo tibetano

Lasciati i monaci autoriscaldanti di Shalu, ci dirigiamo verso “Tashilumpo, ricca d’inestimabili tesori, che fu fondata dal primo Dalai Lama nel 1447, sede storica del Panchen Lama” (secondo il programma di viaggio).
Ora, chi è il Panchen Lama? Facciamocelo spiegare con uno schemino da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet:

Il Panchen Lama è una carica religiosa, di importanza simile al Dalai Lama. Come quello, è l’incarnazione di un Buddha. Per tagliarla un po’ con l’accetta, il rapporto tra i due è che è il Dalai Lama che alla morte di un Panchen Lama identifica in chi si è reincarnato ed è il Panchen Lama che fa lo stesso con il Dalai Lama.
A differenza del Dalai Lama, il Panchen Lama (all’epoca era il decimo, Lobsang Trinley Lhündrub Chökyi Gyaltsen) accolse con favore l’arrivo dei cinesi e rimase in Tibet, salvo poi, nel 1964, denunciarne le violenze e finire incarcerato per una quindicina d’anni. Al suo rilascio si impegnò per ricostruire l’identità culturale e religiosa del suo popolo, per cui è considerato dai tibetani una figura molto prestigiosa. Alla sua morte nel 1989, il Dalai Lama si diede da fare per identificare il suo successore, come spiegò in seguito a Tiziano Terzani:

Lui racconta come, attraverso complicati sistemi di divinazione e meditazione, era arrivato alla sua decisione. «Alla fine avevo messo i nomi dei tre ultimi candidati possibili in alcune sfere di ferro e le facevo ruotare in una ciotola, lasciando che una saltasse fuori. Usciva sempre la stessa… sempre la stessa: era chiaro che era lui», dice, poi si ferma e ride. «Lei forse mi prende per matto. Per voi occidentali queste pratiche sono inconcepibili, ma nella mia vita tutte le più importanti decisioni le ho prese così…» Poi, come se volesse confidarmi un piccolo segreto, aggiunge: «Le risposte nel fuoco, però, non sono ancora capace di leggerle bene».

Quando nel maggio 1995 venne annunciato che Gedhun Choekyi Nyima, un bambino tibetano di sei anni era il nuovo Panchen Lama, il governo cinese non prese benissimo la notizia. Fece arrestare il monaco che dal Tibet aveva gestito la ricerca insieme al Dalai Lama e lo sostituì nel suo ruolo con un monaco molto più vicino agli interessi cinesi, sfruttando e esacerbando le rivalità all’interno del clero tibetano. Poi, semplicemente, fece scomparire il piccolo Gedhun, del quale a oggi non si hanno più notizie a parte quelle che provengono dalle autorità di Pechino (secondo le quali il bambino e la sua famiglia sono stati posti sotto sorveglianza per la loro sicurezza dietro loro diretta richiesta). Nel 2009 un giornalista giapponese ha dichiarato che sarebbe morto di cancro o leucemia anni prima, ma non c’è modo di sapere se sia vero o no.
Certo è che la nuova commissione cino-tibetana sorteggiò come nuovo Panchen Lama (secondo una procedura già usata in alcuni casi nei secoli passati) il figlio di due comunisti tibetani. Quando si dice la fortuna!
Così, oggi il Panchen Lama “ufficiale” è Chökyi Gyalpo, organico al governo cinese. Alla morte del Dalai Lama, potrebbe essere lui a scegliere il successore – dico potrebbe perché il Dalai Lama ha dichiarato che non si reincarnerà, ma è probabile che a Pechino non interessi il suo parere e non vedano l’ora di piazzare un “loro” Dalai Lama. Dico “probabile” perché – ci arriveremo – il Panchen Lama “finto” è comunque oggetto di venerazione popolare e lo stesso succederebbe con un Dalai Lama.

A ogni modo. Tashilumpo.
I miei appunti recitano: “enorme”.
Effettivamente, lo è e si arrampica sul fianco della collina in una miriade di edifici, stupa, cappelle, templi. Qui c’erano le tombe dei Panchen Lama, dal quinto al nono, ma sono state distrutte durante la Rivoluzione Culturale. È stato il decimo Panchen Lama a fare costruire un nuovo stupa per ospitare i resti che si erano salvati, poco prima della sua morte nel 1989.

Criptiche raffigurazioni che ricordano tabelloni di Scarabeo

Dopo il monastero è già ora di pranzo. Fedele al mio proposito di mangiare quanti più momo (i ravioli al vapore in versione tibetana) possibile, ne ordino una bella porzione ripieni di carne di yak. Li avevo già assaggiati a Lhasa, ma quelli che mi servono qua sono mille volte più intensi e il sapore di selvatico della carne è quasi insopportabile. Ora, non ho mai leccato uno yak, ma secondo me la sensazione sarebbe stata la stessa

Tavoli da biliardo pubblici

Riprendiamo la strada, verso Sakya, incontrando buffi landmark tipo quello che indica che siamo a 5000 km da Pechino.

Il monastero di Sakya, sede dell’omonima setta del buddismo tibetano, ha la particolarità di essere ancora (o di nuovo) completamente circondato dalle sue mura, sulle quali si può tranquillamente passeggiare nonostante il lato interno sia del tutto privo di qualsiasi parapetto o ringhiera (quel genere di robe per cui l’Unione Europea sarebbe pronta a fare fuoco e fiamme). Al suo interno è stata trovata nel 2003 una biblioteca murata in una parete lunga 60 metri e alta 10; come si capisce da queste misure, le dimensioni della sua sala di preghiera principale sono impressionanti.
Ma la cosa più interessante della sala di preghiera è che per la prima volta ci imbattiamo in alcuni buddhisti occidentali.
L’effetto è molto straniante, perché la sala è piena di monaci, perché è in corso quella che – detta in termini occidentali – è una messa cantata per un maestro del monastero morto di recente. Solo che è un affare rumoroso, in alcuni punti quasi cacofonico. I monaci recitano delle cose su un sottofondo di trombe sgraziate, percussioni in crescendi parossistici; un’atmosfera lontanissima dalla rarefazione che ci si aspetterebbe. A un certo punto sembra il crescendo orchestrale di A day in the life.

It’s only a northern song

In più, alcuni monaci sorseggiano tè, altri rispondono a messaggi sul cellulare (sì, hanno il cellulare e molti indossano scarpe da ginnastica rosse invece delle calzature tradizionali), si scambiano battute all’orecchio, stanno seduti a gambe incrociate un po’ come capita.
Gli occidentali, invece, sono seduti in posizioni del loto da manuale, tengono gli occhi chiusi come se la loro vita dipendesse da quello, muovono le labbra recitando mantra.
Il contrasto fa sorridere.
Noi ci sediamo per terra seguendo l’esempio di Sangpo, la nostra guida, mentre altri turisti sono seduti su una panchetta che corre lungo la parete di fondo, e restiamo lì un paio di minuti. L’effetto combinato di quell’assalto sonoro è comunque molto suggestivo e non è difficile immaginare come, con la giusta preparazione, possa favorire lo scivolamento in stati di coscienza alterati. Mi piacerebbe restare di più, ma Sangpo ci porta in un’altra sala, dove troviamo un altro occidentale che, appoggiato a uno dei panchetti per i monaci, recita i suoi mantra davanti alla statua di un Buddha, con la dedizione del bravo scolaro – o almeno è quella che sembra da fuori, vedendo invece l’atteggiamento molto più pragmatico che hanno i tibetani nella venerazione.
Quando chiedo a Sangpo se anche lui non sembra che gli occidentali buddhisti che abbiamo incontrato fossero un filo troppo immedesimati nella parte, lui mi fa notare che, per dire, lui non si appoggerebbe mai a un panchetto dei monaci perché è, appunto, per i monaci. Ed è anche il motivo per cui nell’altra sala ci siamo seduti per terra.

Abbiamo già detto che è grande?

Dopo Sakya, è arrivato il momento di dirigerci versi l’Himalaya.

Quello là in fondo, credo.

Si sale fino ai 5.200 metri del passo Gyatso La, dove appena scendiamo dalla macchina per fare delle foto veniamo accolti da una torma di venditori tenacissimi che ci propongono collane di corno di yak, che strofinano sull’asfalto per dimostrare che non è plastica. Nonostante sembrino in grado di presentare la propria mercanzia persino in italiano, hanno una sordità selettiva che impedisce loro di percepire “no, grazie” in qualunque lingua e insistono praticamente fino a che non abbiamo chiuso la portiera.

Foto orribilmente sottoesposta per dimostrare che non sto esagerando affatto – anche se questo non è il passo, ma un po’ più in basso, solo 4.500 mslm

La lunga giornata di viaggio si conclude nel nulla, quando arriviamo in un albergo sul ciglio della strada, con di fronte un supermarket, che si fregia comunque del titolo di Gran Hotel. Per fortuna, questa sera il ristorante è direttamente dentro all’albergo, quindi non rischiamo le scene madri della sera prima.

(continua…)

Prossimamente: la MoBike più alta del mondo

2 commenti

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2 risposte a “Verso Oriente – da Gyantse a Tingri (4)

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