Verso Oriente – da Tingri a Rongbuk (5)

ATTENZIONE: contiene monte Everest

Il 18 agosto è il gran giorno, quello che si concluderà arrivando in faccia al monte Everest, per la precisione al suo versante nord.
La prima tappa della giornata, però, è piuttosto deludente.
Il monastero di Shelkar (o Shegar, la traslitterazione è una landa impervia e dominata dal caos, da queste parti) è in pieno restauro e non si vede quasi niente. Tra quello che si vede, è interessante trovare all’esterno una bombola di ossigeno da alpinismo usata come campana, però, a segnare il fatto che questa è una tappa obbligata lungo la strada per l’Himalaya.

Dal monastero si gode anche di una bella vista sulle rovine del forte alle sue spalle, nonché un’istruttiva visione di insieme dell’abitato sottostante dove vecchio e nuovo convivono come separati in casa.

Ripartiti, si inizia finalmente a salire, fino ai 5.200 metri del passo Pang La, da dove si domina tutta la vallata che arriva fino all’Everest. La star della giornata è coperta dalle nuvole, ma si mostra fugacemente, mentre siamo impegnati a rintuzzare le offerte commerciali degli implacabili venditori tibetani. Tra una foto e l’altra scambiamo due chiacchiere con una coppia (marito e moglie) di spagnoli, che finiremo per ritrovare più avanti in Nepal.
Parlando con un collega, Sangpo, la nostra guida, viene a conoscenza di una visita del Panchen Lama (la controversa carica religiosa del buddismo tibetano il cui attuale rappresentante è stato nominato dal governo cinese in sostituzione di quello scelto dal Dalai Lama, di cui ho parlato nell’episodio precedente) l’indomani a Kyirong, che è la nostra stessa destinazione per il giorno successivo – dalla quale poi entrare in Nepal. Non pare essere una buona notizia perché c’è il rischio che possano venire chiuse delle strade, ma per il momento non ci fasciamo ancora la testa.

Al centro, la punta dell’Everest

Dopo un’altra ora e un paio di checkpoint per l’ingresso nel parco del monte Everest, arriviamo finalmente a un parcheggio dove si lasciano le auto e ci si imbarca su pullman elettrici che conducono fino al “campo base dell’Everest” o, più correttamente, al monastero di Rongbuk (o Rongphu o Gualtiero, vale tutto). Qui, usufruiamo al volo della toilette in una roulotte, che al momento sembra una situazione un po’ spartana ma che a breve, con la sua turca in asettico acciaio, finiremo per rimpiangere.

Non sarà l’Hilton ma…
… della vista dalla stanza non ci si può lamentare.

Venti minuti di strada tortuosa dopo, il pullman ci scarica davanti alla guesthouse del monastero di Rongbuk (o Rongpu, Rongphu, Rongphuk, Rong sbug), che con i suoi 4980 metri di altezza è verosimilmente il più alto del mondo.
La guesthouse, come si vede nella prima foto, è un edificio composto da una sala comune che fa da ristorante e tea house, attorno al quale si sviluppano tre ali di camere. Quando l’affollamento è molto grande, si può invece dormire anche nelle tende montate nel cortile. L’altra soluzione per dormire qui è un accampamento di tende cento metri più in là, dove ciascuna tenda è gestita da una famiglia che fa anche da mangiare e/o vende souvenir.
Quando arriviamo noi le stanze sono quasi tutte libere e ce ne viene data una proprio in faccia al monte Everest. Nessuna delle stanze ha il riscaldamento, nessuna delle stanze ha il bagno. Però troviamo degli opuscoli sull’uso del preservativo e la prevenzione dell’AIDS; a 5.000 metri, senza riscaldamento in camera, sembrano un po’ peccare di ottimismo, ma chissà. I letti hanno un piccolo materassino elettrico per riscaldarli e almeno un paio di enormi coperte a testa, ma già all’una fa un certo freddo.
Mangiamo rapidamente alla teahouse che, sorprendente, fa dell’ottimo cibo. Io prendo dei chowmein alle verdure che sono, né più né meno, degli spaghetti Barilla o giù di lì cotti alla perfezione.

È solo un po’ traumatico l’impatto con i bagni, che si presentano come una serie di buchi in un pavimento di cemento che sormonta, letteralmente, una montagna di merda.

L’accesso ai bagni avviene dalla destra di quello che si vede in foto, quindi nel caso uno debba accucciarsi può scegliere cosa offrire alla vista di un’eventuale altra persona che debba entrare. Michael Palin ha visitato questa stessa struttura nel 2004 per il suo documentario sull’Himalaya, e la ricorda con parole di affetto nel libro:

C’è comunque da dire che, per dove si trova, la guesthouse ha delle camere assolutamente pulite e confortevoli. E del resto non puoi aspettarti acqua corrente in un posto del genere.

Tutto questo, però, è già dimenticato quando ci incamminiamo verso il “campo base”. Tra virgolette perché il vero campo base del versante nord dell’Everest si trova alcuni chilometri più in là e non è accessibile se non in determinati periodi dell’anno e con un apposito permesso (che noi non abbiamo, ma comunque non è nemmeno aperto).
Quello a cui si può arrivare è uno spiazzo pietroso che ospita un paio di lapidi commemorative del campo base e della misurazione ufficiale a 8844,43 mlsm del monte Qomolangma. Che sarebbe, appunto, l’Everest.

La questione dei nomi dell’Everest è interessante. Qomolangma è il nome tibetano, che vuol dire “madre sacra”, in Darjeeling la chiamano invece Deodungha (“montagna sacra”). Nel 1849 gli inglesi iniziano a dare nomi a tutto quello che gli capita a tiro e siccome tanto i nepalesi quanto i tibetani sono restii a parlare con gli stranieri, Andrew Scott Waugh, l’uomo che si era occupato di misurare l’altezza della “vetta B” o “vetta XV”, propose di darle il nome del responsabile per i rilievi in India, che lo aveva assunto. Sir George Everest, appunto. Il quale si disse lusingato ma suggerì che non era una grande idea perché, tra le altre cose, il suo nome non poteva essere né scritto né pronunciato in Hindi. Ma la National Geographic Society ignorò sia queste osservazioni sia i suggerimenti fatti da altri studiosi di nomi locali che si potevano usare e nel 1865 lo designò come “monte Everest”. La cosa buffa è che il cognome di sir George si pronuncia “iverest”, mentre anche in inglese il nome della montagna si pronuncia grossomodo come si legge.
Il nome nepalese Sagaramāthā (“Dea del cielo”) invece è stato adottato ufficialmente solo negli anni Sessanta dal governo di Kathmandu. Non è chiaro che sia stata un’invenzione dello storico Baburam Acharya o se si tratti di un recupero di un termine già attestato. I famosi sherpa, essendo di origine tibetana, avevano sempre usato il nome tibetano.

Comunque, nomi a parte, la visione della montagna è un po’ tormentata dalle nuvole, che la velano e la svelano secondo i capricci del tempo. Ci sarebbe da riflettere su tante cose. Per esempio sulla maestosità della montagna e delle altre vette che le fanno da ancella. Sulle code interminabili di alpinisti più o meno improvvisati che intasano la salita alla vetta nelle giornate migliori. Su cosa spinga gli esseri umani a salire a piedi alla quota di crociera di un Boeing 747. Sulla strana sensazione di sapere che non saremo probabilmente mai più così vicini al punto più alto della Terra.
Un sacco di cose, insomma. Ma per fortuna a distrarci ci pensa una comitiva di turisti cinesi che sequestra me e Lucilla per un’interminabile serie di foto di gruppo. Loro sono in sei e credo sinceramente che abbiamo fatto tutte le permutazioni possibili, tipo le foto con gli sposi ai matrimoni (“Ora solo i parenti maschi con almeno un neo sul volto!”). Nelle ultime foto, non sapendo più cosa fare, mi esibisco nella mia migliore interpretazione di Gene Simmons, con la lingua di fuori e le corna. Chissà chi starà guardando ora quelle foto (a parte i funzionari della polizia cinese, che salutiamo).

“I tibetani sembrano andini”, episodio numero “ho perso il conto”

Il monastero è piccolino e nella sala di culto c’è una donna più venerabile di età di queste mura, visto che dopo la devastazione della Rivoluzione Culturale è stato in rovina almeno fino al 1983 e nel 1989 è stato colpito da un incendio. Oggi difficilmente dovrebbe ospitare più di una cinquantina di monaci, ma un tempo ce n’erano dieci volte tanto. Sangpo mi spiega che è un raro monastero in cui monaci e monache vivono negli stessi spazi, con un filo di malizia, al che io cerco di spiegargli che il cinema italiano negli anni settanta ha affrontato l’argomento della convivenza tra religiosi di sesso diverso in pellicole di grande pregio artistico, ma forse qualcosa si perde in traduzione.

Quando decidiamo di avere preso abbastanza freddo, ci rifugiamo nella teahouse a bere un tè con vista sull’Everest. Io ne approfitto per iniziare a scrivere un racconto, per potere poi un giorno dire “… ho iniziato questa storia davanti al monte Everest…” (ma al momento non ho fatto molti progressi rispetto alla prima scena). Considerato che di solito scrivo sui regionali, c’è stato un bel miglioramento.
Gli occidentali sono molto pochi, qui dentro. Ricordo due ragazze americane sedute vicino a noi, una famiglia dell’est e una comitiva di signori polacchi con cui finiamo a scambiare qualche apprezzamento per i rispettivi paesi in italiano.

Facciamo due passi anche all’accampamento di tende, dove si trova l’ufficio postale più alto del mondo, ma scopriamo con un certo sconforto che non hanno francobolli. Quindi, se hai portato i tuoi francobolli loro ti timbrano le cartoline e le spediscono da lì. Altrimenti, ti timbrano solo le cartoline e poi le spedisci da un’altra parte.
Io cerco di fare affari acquistando ciondoli buddisti, finisco in una bizzarra contrattazione con una signora tibetana con cui non abbiamo alcuna lingua in comune e, temo, anche un diverso modo di intendere come si scrivono le cifre su una calcolatrice. Alla fine, riesco a comprare quello che volevo per un prezzo più o meno simile a quello che volevo, ma sono convinto che ancora oggi pure lei non abbia capito benissimo come sia andata la contrattazione.

Ah, sì, nel cortile c’era una mobike. Purtroppo non ho provato a sbloccarla (ma mi sa che è un po’ fuori dall’area di utilizzo)

La giornata davanti all’Everest passa così, placida.
Abbiamo raggiunto il picco, in tutti i sensi, dell’esperienza tibetana. Siamo arrivati dove dovevamo arrivare e ora c’è solo da prepararsi ai due giorni successivi, che saranno unicamente, o quasi, di spostamento. Prima una giornata per arrivare all’ultima città prima del confine con il Nepal e, il giorno dopo, l’attraversamento della frontiera e il viaggio di in jeep – di 8/9 ore – verso la capitale nepalese.
Lo facciamo nel migliore dei modi possibili: cenando presto e andando a dormire, sotto diciotto coperte, prestissimo. Con il terrore di doversi alzare nella notte per andare in bagno, attraversando al gelo il cortile, al punto che io praticamente non bevo a cena.
Dormiamo vestiti, senza ancora sapere che lo avremmo fatto anche la notte successiva, per altri motivi (spoiler: per non prendere le piattole).

Sempre sconosciuti che chiedono foto insieme.

continua

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