Archivi del mese: marzo 2020

Verso Oriente – Katmandu (8.2)

L’area di Durbar Square a Katmandu porta ancora, inevitabilmente, i segni del terremoto del 2015, che ha fatto strage dei templi e degli altri edifici. C’è una pagina wikipedia che dà un colpo d’occhio della situazione, con foto del prima e del dopo.
Visitiamo l’antico palazzo reale di Katmandu, ma in questa fase sono ancora troppo preso dall’ambientarmi in questo nuovo mondo per prendere nota (o ricordare) bene i particolari architettonici o storici. Ne parleremo, però, più avanti, perché le Durbar Square delle tre antiche città stato della valle (Katmandu, Bakthapur e Patan) sono molto simili e ci sarà modo di rifarsi.
Camminando lì attorno, il caos di colori, rumori e odori è la cosa che resta più impressa. Le statue delle divinità sono ravvivate dalla polvere colorata, gialla e rossa, che le persone vi spargono sopra – in un caso lo vediamo in diretta, un signore che si ferma un attimo per spalmare qualcosa su Ganesh, come da noi ci si farebbe il segno della croce davanti a un’edicoletta con la Madonna. Il sentimento religioso è simile, la differenza che qui la statua sacra non è intoccabile ma ci si interagisce direttamente.

Il caro vecchio Ganesh, protettore degli inizi e della creazione
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Verso Oriente – Katmandu (8.1)

La prima giornata a Katmandu si apre con una colazione come Dio comanda, nella quale l’unico ostacolo è la competizione con una folta compagnia di famiglie indiane che devono avere fatto un master in “Lotta al buffet” in Italia. C’è da dire che le signore hanno degli abiti bellissimi e colorati a cui si perdona un po’ tutto. Sopravvissuti all’ordalia, nonostante un curioso equivoco di Lucilla che butta sui cereali una cucchiaiata di quello che credeva yogurt e invece era salsa all’aglio, siamo pronti per fare la conoscenza con la nostra nuova guida, Hiragyan.
Hiragyan è un signore dall’aria molto compita, basso e compatto, che parla italiano con un accento che, come ci aveva anticipato il giorno precedente la signora dell’agenzia che era passata a salutarci in albergo, ricorda un po’ quello tedesco. Hiragyan è un newari, l’etnia originaria della valle di Katmandu; lo stesso nome “Nepal” deriva da “newar”. Tra le altre cose, sono stati i newari a inventare la pagoda, che dalla valle di Katmandu si è diffusa, riadattata, in tutta l’Asia.
Abbiamo anche un nuovo autista, un ragazzo giovane con cappellino con visiera incorporato che ha tutta l’aria di quelle che in un film su una rapina dice “io guido e basta”. Un po’ un Ryan Gosling di Drive nepalese, ecco.

Lui sulla macchina non ha Ganesh, ma un Buddha avvolto in una sciarpa rossa
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Verso Oriente – da Jilongzhen a Katmandu (7)

Jilongzhen.
Interno di una stanza d’albergo. Attorno all’alba. Lucilla e io, vestiti, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, stiamo aspettando fino all’ultimo per alzarci e prepararci. Abbiamo dormito poco e male. Per la seconda notte di seguito. Ma mentre quella prima almeno eravamo ai piedi del Monte Everest, qui siamo in una brutta cittadina di confine, in un albergo che fa venire voglia di una doccia di decontaminazione ancora più che la gita a Chernobyl dell’ultimo giorno del 2017. E ha piovuto, forte, per tutta la notte. Tuoni, lampi, tutto il repertorio
All’improvviso, bussano alla porta.

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