Breve storia di lunghi rapimenti

Stamattina, trovo in un articolo su Repubblica una notizia che mi incuriosisce. Silvia, ora Aisha, Romano non è il primo ostaggio italiano che si converte all’Islam durante un rapimento, ma il terzo in un anno.

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Mi incuriosisce per almeno due motivi; il primo è che ho vaghi ricordi della liberazione di Tacchetto e della compagna e praticamente nessuno di quella di Sandrini. Indice che probabilmente i loro casi, nonostante il lunghissimo rapimento di quest’ultimo, hanno ricevuto molta meno attenzione pubblica di quella che ha invece ricevuto lei.
Il secondo è che anche nel caso di Tacchetto non ricordavo di avere sentito niente riguardo a una conversione.
Così, ho fatto una ricerca sugli articoli all’epoca della loro liberazione: in quelli di Sandrini non se ne parla, nemmeno quando a ottobre è stato processato per reati commessi prima della sua partenza per la Turchia.
Idem per Tacchetto: niente alla liberazione/fuga, niente neanche dopo.
Entrambi, al rilascio, si sono presentati con la barba lunga con i baffi corti, alla maniera islamica (secondo la tradizione, Maometto la portava così). Un segno di appartenenza come la veste indossata da Silvia (a quel punto) Aisha Romano al suo arrivo in Italia.

Assumendo che le informazioni contenute nell’articolo di Repubblica siano corrette (con i Servizi di mezzo non si sa mai), questo surplus d’attenzione da cosa nasce?
Sicuramente, per una donna nascondere o fare passare in secondo piano l’adesione all’Islam è più difficile che per un uomo. La barba rasata in quel modo può essere una semplice scelta estetica o di comodità, il capo coperto passa molto inosservato.

Ma, in realtà, la casistica post-2001 ci ha insegnato che quando si tratta di rapimenti di giovani donne scattano, in un’opinione pubblica a trazione maschile come la nostra, alcuni automatismi parecchio beceri.
Li abbiamo visti in azione per la prima volta nel 2004, con il rapimento in Iraq di Simona Pari e Simona Torretta. Come da protocollo, furono subito private (da sostenitori e detrattori, con percorsi opposti ma convergenti) del diritto al cognome e persino all’identità personale, diventando per comodità “le due Simona”.
Il loro fu un rapimento piuttosto breve (circa un mese) e il circo vero e proprio iniziò al rilascio, perché arrivarono in Italia a capo scoperto ma con abiti arabeggianti e dissero che speravano di poter tornare in Iraq a continuare a seguire i progetti di volontariato di cui si occupavano. Il copione che seguì è quello che è diventato familiare: quanto abbiamo pagato, ingrate, ecc. Le cose salirono di tono quando le due espressero pubblicamente la loro ostilità alle operazioni militari in Iraq, culminando nella diffusione di una “catena di sant’antonio” via mail – prima dei social network si faceva cosa – nella quale si insinuava che fossero in combutta con i rapitori e si sparavano cifre fantasiose su quanto guadagna una cooperante. Il testo della catena l’ho ritrovato in un vecchio post di questo blog, con i commenti di un mio amico (in tondo) e miei (in corsivo). Da un altro post dell’epoca ricavo anche la notizia che qualcuno avesse messo in giro la voce che avessero intenzione di diventare musulmane (per chi non c’era o non ricorda: nel 2004 era come dire che volevano ucciderci tutti). Sempre dallo stesso post scopro anche che durante il rapimento una finta prima pagina di Libero che titolava “ERANO IN IRAQ PER SCOPARSI I NEGRI” doveva avere tratto in inganno più di un commentatore.

Dieci anni dopo, nel 2015, quando vengono rapite in Siria Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, il mondo è un posto leggermente diverso, che ha nuovi strumenti per diffondere l’odio. Per esempio, i social network. Che hanno creato un mercato pazzesco per i siti di bufale, che imitano nel nome quelli di veri siti di informazione e sparano notizie inverosimili che vengono condivise compulsivamente su facebook o twitter, garantendo ai gestori di questi siti guadagni con le inserzioni pubblicitarie. Nello specifico, dopo la loro liberazione, il sito Catena Umana riprende un articolo del Giornale aggiungendo un titolo che dà a milioni di persone esattamente quello che volevano sentirsi dire:

SESSO CON I GUERRIGLIERI, MA NON SIAMO STATE VIOLENTATE

E, nell’articolo, si legge:

Cinque mesi difficili, ma senza subire violenze alcune, non nascondo, dice Greta, che con alcuni guerriglieri ci sono stati rapporti sessuali, ma assolutamente consenzienti, con noi erano gentili.

Questa roba attecchisce e si diffonde come un incendio nella savana e va a finire che persino Maurizio Gasparri, all’epoca vicepresidente del senato, tra un litigio con una fan di Fedez e l’altra, si beve la cosa e la twitta.

“Oh, ma sei proprio un gasparri”

E, per certi versi, Gasparri è stato fin un signore rispetto a chi, su social network, ha potuto esprimere per tutta la durata del rapimento il proprio disprezzo per le due ragazze, considerate – come da copione – delle sprovvedute, delle ochette, delle sciocchine, ecc. Persino le loro foto scattate durante il rapimento sono diventate materiale per meme con scritte offensive sul cartello che una delle due teneva in mano.

Il rapimento di Silvia Romano sembrava avere evitato, fino al suo arrivo in Italia, l’odio e la derisione per la vittima – una costante già dai tempi della vicenda di Enzo Baldoni, sbeffeggiato sui giornali di destra negli stessi momenti in cui si decideva la sua morte.
Si era distinto Gramellini, andando persino oltre il suo solito standard di orrore, con un corsivo che trasudava paternalismo unticcio (per il quale ha chiesto ora scusa, ma con l’aria di non avere capito davvero quale fosse il punto)

“Dai, che poi una volta che le passano queste smanie troverà un laureato paziente che la sposerà”


La sua conversione (della quale, francamente, non so cosa si possa dire di sensato senza essere la diretta interessata), però, è stata la scintilla che ha fatto esplodere delle polveri che erano lì che non aspettavano altro e ha disintegrato quella che tutto sommato era sembrata una specie di luna di miele. La bella ragazza che sorrideva in canottiera nelle foto torna avvolta in una mantella, con il capo coperto e allora giù a ravanare nel suo profilo facebook per cercare una foto di quando indossava una minigonna. Ieri Repubblica aveva addirittura messo a confronto la sua foto appena laureata con quella al ritorno in Italia.
Se Silvia potevamo capirla, patire con lei, perché era andata ad aiutare tutti quei bei negretti, con Aisha non sappiamo bene che cosa fare. È difficile accettare che un’italiana sia musulmana. E allora deve essere una trappola. E sono scattati tutti i meccanismi che avevamo già collaudato nel 2014 e nel 2015: la curiosità pruriginosa sulla gravidanza e il matrimonio, l’accusa di essersi venduta al nemico, di avere ceduto. Se fossimo ancora nel post 11 settembre a questo punto avremmo dovuto trattenere Oriana Fallaci con delle catene.
Catene molto grosse.
Enormi catene.
Ma siamo, se possibile, ancora peggio di allora. I pipponi di allora sullo scontro di civiltà sono quasi un bel ricordo, oggi che il dibattito pubblico si fa a colpi di meme e commenti scritti come capita.
E forse non è nemmeno più una questione di principio, dell’Occidente, i suoi VALORI e tutte quelle cose là.
È solo questione che si sono presi UNA DELLE NOSTRE DONNE.
E domani potrebbero prendersi il nostro fuoco. O le nostre collane di denti di lupo.

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