Persone, fatti, idee

Tingere di rosso la statua di Montanelli è stato un errore, in rosa come l’anno scorso stava meglio.

C’è quell’aforisma un po’ buongiornista/rancoroso di solito attribuito a Eleanor Roosevelt che recita così:

Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone.

Se lo si applica al dibattito pubblico italiano, perché in fondo funziona bene nonostante l’usura da social network, il risultato è disarmante.
Esatto, stiamo parlando di Montanelli, della sua statua, di una ragazzina abissina di cui non sappiamo bene né il nome (Fatima come nell’intervista televisiva o Desmà come nella risposta a una lettera sul Corriere?), né l’età (dodici anni o quattordici) – ma di cui in compenso conosciamo le straordinarie doti di orientamento.
Però non vorrei parlare di Montanelli. O meglio, non solo di lui.
Perché quello che è successo in questi giorni, da quando I sentinelli di Milano hanno scritto una lettera al sindaco di Milano chiedendo, sulla scia delle proteste legate a Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd, di rimuovere la sua statua dai giardini di Porta Venezia, è stato dare il via a una parata di giornalisti maschi, bianchi, di mezz’età che discutono, con dettagli tra il morboso e il raccapricciante, di quanto fosse inevitabile quello che ha fatto Montanelli e che ci ricordano che grande persona fosse.

Esempio di editorialista schierato in difesa di Montanelli

Siamo finiti, così, a parlare della persona, come se tutto si risolvesse in un processo a un singolo uomo, a un singolo evento, da giustificare e contestualizzare.
Ci sono stati anche dei vertiginosi capolavori, tipo Francesco Merlo che su Repubblica del 16 giugno, nel difendere Montanelli riesce pure a infilare una botta di feroce disinformazione, immaginando che a scrivere “razzista” sulla statua di Gandhi a Londra possa essere stato “qualche pachistano”, ignorando che esiste – da anni – un certo dibattito sulle sue opinioni sugli africani durante la sua permanenza in Sud Africa.

Il National Front è commosso

Nei momenti di massima illuminazione, si riesce forse ad arrivare a collocare il “leasing” di Montanelli nel contesto delle pratiche colonialiste, rovesciando però la colpa sui colonizzati: “da quelle parti si usa così”.
In questo senso il campione è Beppe Severgnini, che riesce a scrivere una roba del genere:

Appena arrivato in Africa, Montanelli aveva accettato di prendere come compagna un’adolescente abissina, secondo la tradizione locale. La ragazzina si chiamava Destà. «Per tutta la guerra, come tutte le mogli dei miei ascari, riuscì ogni quindici o venti giorni a raggiungermi ovunque mi trovassi, in quella terra senza strade né carte topografiche». Montanelli poi capì l’ingiustizia e l’anacronismo di quel legame; ma non negò, né rimosse, la vicenda. La giovanissima Destà andò poi in sposa a un attendente eritreo, e con lui fece tre figli: il primo lo chiamarono Indro.


È un capolavoro perché ignora bellamente lo stesso racconto di Montanelli, laddove gli attribuisce una qualche forma di pentimento e anzi lo dipinge come una vittima delle circostanza, che deve “accettare” di prendere una compagna perché “le usanze locali“. Ed è un capolavoro perché non si accorge nemmeno di avere sfiorato il punto, ma anzi accelera per allontanarsene a tutto gas.
E qual è questo punto, qual è l’idea di cui dovremmo discutere, invece che delle persone (Montanelli) o dei fatti (se avesse voglia o meno di prendersi una sposa bambina)?

Il punto è l’ideologia colonialista.
Non è difficile accettare che l’Africa degli anni Trenta del XX secolo fosse un posto dove la condizione femminile era ampiamente subalterna e dove l’età del matrimonio fosse molto bassa (bisognerebbe poi capire – essendo il matrimonio di base un contratto sociale – quando questi matrimoni venivano effettivamente consumati).
Ma quello da cui il nostro dibattito pubblico, almeno quello mainstream, sta agilmente svicolando è l’elefante nella stanza. I colonizzatori arrivano in un posto dove trovano delle usanze che non sarebbero ammissibili da dove vengono e cosa fanno? Ci si gettano a capofitto. Tra l’altro, esiste una ben documentata iconografia sull’Africa coloniale come luogo pieno di donne da fare proprie. Non la metto qui perché può dare fastidio, ma esiste una foto dell’epoca dei fatti che dice più di mille parole.
Discutendo di Montanelli, il fatto che stiamo parlando di un contesto coloniale non è per niente problematizzato. Nessuno sembra disturbarsi a considerare che la sola presenza degli italiani in Abissinia era già di per sé violenza e sopraffazione, perché questo è stato il colonialismo.
Quando nel 1937 le autorità fasciste vietano la pratica del madamato non lo fanno per buon cuore, ma perché “l’impero” si sta riempiendo non solo di meticci abbandonati dai padri ma – peggio ancora – anche di meticci riconosciuti, italiani che avrebbero minacciato l’integrità della razza. Non esistono italiani neri è uno slogan che arriva nel nostro presente da lontano.

Sulla grande rimozione del passato coloniale avevo scritto undici anni fa, quando Gheddafi si presentò a Roma con una foto di Omar al-Mukhtar, partigiano libico che combattè contro le truppe coloniali italiane negli anni venti.
Oggi, il discorso non si è spostato di molto.
Colpire la statua di Montanelli poteva riportarlo in primo piano. Perché Montanelli ha fatto quello che hanno fatto chissà quanti italiani in quegli stessi anni, e lo ha raccontato da una posizione privilegiata, sempre con toni tra il vanto e la provocazione, senza alcun pentimento, presa di distanza, ripensamento.
Oggi che i suoi meriti di giornalista (se davvero ne ha avuti, al di là di un’ottima scrittura, visto il suo gusto per l’invenzione, da un’intervista a Hitler alle calunnie su Pinelli) sono sempre più lontani e pure la sua ultima fase antiberlusconiana è dimenticata, è sempre più probabile che quello che ci fa venire in mente un monumento a Montanelli sia il suo ruolo, rivendicato ed esibito, all’interno del colonialismo italiano.
Il rischio, però, è quello di limitarci tutti quanti, i suoi difensori come i suoi detrattori, a pensare solo alla sua statua, a lui e non al quadro più ampio, all’idea stessa che abbiamo avuto un passato coloniale che è stato orribile e criminale come tutti i colonialismi, grandi o piccoli che siano stati.
Se ci fermiamo a Montanelli (e comunque a Montanelli ci dobbiamo arrivare, che abbia una statua è ridicolo, su questo non ci piove), abbiamo perso un’occasione.

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