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Dylan Dog 362 – Dopo un lungo silenzio

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E poi un giorno, dopo un lungo silenzio, esce un Dylan Dog con una storia nuova di Tiziano Sclavi (e una copertina paracula e bellissima che al tempo stesso cita Non è successo niente – il devastante romanzo tri-autobiografico di Sclavi -, saluta Angelo Stano che dal mese prossimo non disegnerà più le copertine di Dylan ed è ottima da farsi dedicare a Lucca Comics).
Esce un Dylan Dog di Tiziano Sclavi e tutte le chiacchiere sulla serie non servono più a nulla perché, ehi, ci sono 96 pagine di Dylan Dog scritte da Tiziano Sclavi da leggere.

Tiziano Sclavi secondo Alfredo Castelli

Tiziano Sclavi secondo Alfredo Castelli

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Martin Mystère – Le Nuove Avventure a Colori

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Copertina di Lucio Filippucci, colori di Daniele Rudoni

La prima cosa che ti viene in mente dopo la prima ventina di pagine del primo numero della nuova serie dedicata a (un) Martin Mystère è “va beh, ma questo non è Martin Mystère”. Subito dopo, appare al dottoressa Grazia Arcazzo che ci complimenta con te, visto che prima di iniziare la storia hai letto l’editoriale di Alfredo Castelli che ti spiega per filo e per segno la genesi della serie: nata dalle idee per una mai realizzata serie tv, reinventa MM come se fosse stato concepito oggi e non all’inizio degli anni Ottanta, rielaborando sia il personaggio (e i comprimari) sia il modo di raccontare le sue avventure.
Questo secondo aspetto è forse quello che, a fine lettura, colpisce di più. La serie classica di Martin Mystère è famosa (e/o famigerata, dipende dal gusto personale e dall’abilità dei singoli autori) per la verbosità: nelle storie del Detective dell’Impossibile si parla tantissimo, vengono spiegate tantissime cose in modo più che dettagliato. E può succedere che succeda non molto. Il ritmo narrativo delle Nuove Avventure a Colori (almeno da in questo primo numero – il secondo è già uscito ma solo a Lucca Comics e non ho pensato di chiedere a qualcuno di portarmelo) invece è indiavolato. Era una delle promesse degli autori, quella di usare una narrazione più serrata e “televisiva”, ed è stata ampiamente mantenuta. Il primo assaggio lo si trova proprio all’inizio dell’albo, quando Mystère spiega in un balloon che cosa sia La battaglia di Anghiari, il perduto affresco di Leonardo da Vinci per Palazzo Vecchio a Firenze; nella serie classica ci sarebbero volute almeno un paio di tavole in stile La Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi. Poi la storia prende davvero il via e corre a rotta di collo fino alla fine dell’albo.

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Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa

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Devo dire che non ho mai amato il numero 100 di Dylan Dog.
Certo, era lodevole l’intento di ricucire insieme i pezzi sparsi della mitologia “dylaniata” (santi numi), come Xabaras (che già sapevamo essere il padre di Dylan) e i morti viventi, Morgana, il modellino di galeone mai terminato, l’affermazione di Groucho che Dylan Dog sarebbe in realtà morto nel XVII secolo… Il risultato, però, era stato ben al di sotto delle aspettative, con uno Sclavi stanco che confezionava una storia strampalata ambientata in parte nel XVII secolo, appioppava a Dylan un complesso d’Edipo grande come una casa facendo di Morgana sua madre, trasformava Xabaras nella metà malvagia del padre di Dylan e confinava la metà buona ai confini dell’universo in compagnia di un pupazzo di Jim Henson. Il tutto accompagnato da uno Stano colorato con la noncuranza tipica dei colori Bonelli di una volta, che non aiutava certo a calarsi nella storia (per giunta pensata per essere il finale della serie o almeno uno dei possibili finali della serie) (tanto che per anni, per vezzo, ho tenuto l’albo in fondo allo scaffale).

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Quando Mater Dolorosa, storia che celebra il trentennale di Dylan Dog, è iniziata riportandomi sul galeone dove il futuro Xabaras sta cercando di scoprire il segreto dell’immortalità, accompagnato dalla moglie Morgana e dal giovanissimo Dylan, ho temuto il peggio.
C’è voluto pochissimo, però, per scoprire che quella storia non era poi così sbagliata. Era solo stata raccontata non bene come avrebbe potuto; c’è una battuta che gira tra i fan di un altro Dylan, Bob, secondo la quale non esistono sue brutte canzoni, ma solo canzoni per cui non ha ancora trovato l’arrangiamenti giusto. Ecco, forse la genesi dell’universo di Dylan Dog aveva bisogno di qualcuno che ne prendesse le parti migliori e le raccontasse in un altro modo.

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La prima grande intuizione di Roberto Recchioni è quella di saldare la mitologia creata da Sclavi con quella che lui ha iniziato a forgiare sulla serie: nello specifico, l’introduzione nella ricerca dell’immortalità di Dylan senior della variabile imprevista Mater Morbi (la personificazione della malattia al centro dell’omonimo albo con cui Recchioni ha fatto capire cosa poteva fare con Dylan Dog) funziona perfettamente e carica quella storia, tutto sommato un po’ lineare, di un nuovo livello di sfida.
La seconda è quella di portare sulle pagine di un numero celebrativo Bonelli, che la tradizione vuole a colori, un disegnatore che pensi direttamente a colori: Gigi Cavenago aveva già realizzato le copertine per i Maxi Dylan Dog, ma ancora non aveva affrontato un albo intero. Cavenago è l’arma segreta che dà vita a tutto l’albo, ma in particolare trasforma il galeone, fin dalle prime pagine, dal modellino Playmobil che era nel numero 100 in una scenografia spaventosa, una specie di antro dello stregone in mezzo a un mare in tempesta. C’è tutto un lavoro sul colore, sul suo uso narrativo per rimarcare i diversi momenti dell’albo, che lascia a bocca aperta; e non è un caso di fumetto “pittorico” composto da tante belle illustrazioni statiche. È fumetto vero, immagini che raccontano e racconterebbero anche senza i balloon.
Cavenago non è che alza l’asticella dell’uso dei colori in albo “classico” Bonelli: la prende e se la porta a casa. La rivolete? Andatevela a prendere.

Nell'ultima vignetta, all'improvviso, David Tennant in Broadchurch

Nell’ultima vignetta, all’improvviso, David Tennant in Broadchurch

Ovviamente, Mater Dolorosa non è solo un esercizio di retro-continuity sul passato di Dylan Dog (non solo il numero 100, ma anche il 74, Il lungo addio, è oggetto di rivelazioni), ma anche un’anticipazione di cose che succederanno, per bocca di John Ghost, il personaggio introdotto di recente per essere una nuova nemesi di Dylan e che per ora è rimasto nell’ombra.
È anche una storia un po’ alla Sclavi, che contiene alcune sequenze non necessariamente collocabili nella realtà o nel sogno – come il sabato sera di Dylan, sinistramente simile a quello di un certo Francesco Dellamorte.

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Tutto perfetto?
No, non tutto perfetto.
Dove l’albo gira a volte a vuoto è soprattutto nello scontro tra Morgana e Mater Morbi. Il confronto tra le due donne è gestito attraverso una serie di dialoghi tra il didascalico e il meccanicamente teatrale, che smorzano un po’ la portata di quello che dovrebbe essere il cuore dell’albo.
In parte riprende uno stile già visto in Orfani e che poteva funzionare lì (e per me ogni tanto girava a vuoto anche lì); nello scontro metafisico tra una donna del Seicento e la personificazione di un concetto certi toni stridono un po’ e rendono la lettura meno scorrevole e “naturale” di quello che dovrebbe.

Copertina di Massimo Carnevale

Copertina di Massimo Carnevale

Ma, nonostante tutto, resta forse il miglior albo “celebrativo” di Dylan addirittura dai tempi del 121, Finche morte non vi separi, perché cerca – e sotto molti aspetti ci riesce – di essere qualcosa di unico, sia visivamente sia narrativamente.
È una testimonianza della ritrovata vitalità della testata, che da quando è passata sotto la cura di Recchioni, pur tra alti e bassi inevitabili ha mostrato una grande quantità di approcci diversi all’Indagatore dell’Incubo, spesso da parte di esordienti sulla collana o in Bonelli.
Anche se forse per ora la cosa migliore della nuova fase è il rilancio della collana degli Speciali con le storie del “pianeta dei morti”, con Dylan Dog cinquantenne in un’Inghilterra infestata da zombi. Un’ambientazione creata da Alessandro Bilotta, che nei due Speciali finora scritti da lui, il 29 dello scorso anno, La casa delle memorie,  e quello attualmente in edicola, La fine è il mio inizio, sta continuando anche lui a ricomporre, a suo modo, la mitologia sclaviana, con effetti di grandissimo fascino.
E intanto, il mese prossima, torna in edicola Tiziano Sclavi con una nuova storia dedicata all’alcolismo di Dylan.
What a time to be undead.

Ps: il titolo dell’albo mi ricorda una cosa che mi raccontò mia madre, che insegnava matematica alle medie. Un giorno arrivò dal ministero un test di logica da sottoporre agli alunni, domande a risposta multipla. Una domanda era: “Una madre ha sempre: a. dei figli; b. delle amiche; c. dei dolori”. La maggior parte degli alunni, quindi ragazzini dagli 11 ai 13 anni, scelse la risposta c. Dei dolori.

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Bonelliana – Febbraio 2016

Bonelliana, opinioni non richieste sugli albi Bonelli del mese precedente.
Contiene Adam Wild, Le Storie, Morgan Lost, Dylan Dog (ben sette storie), Tex.
Sigla.

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Bonelliana – Gennaio 2016

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Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

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Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

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Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ Continua a leggere

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Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

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Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100”, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

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