Archivi categoria: fumetti

Kobane Calling

COVER-KOBANE-CALLING

C’è una massima latina, sul muro di un palazzo di Corso Italia a Genova. Non la ricordo in latino ma dice una cosa del tipo “se non sai usarlo, il denaro è il tuo padrone, se sai usarlo è il tuo servo”. Considerato che è incisa su un lussuoso palazzo di inizio novecento non credo fosse un invito alla saggezza per chi passava ma un SUCATE grosso così ai poveracci che, evidentemente, non sapevano usare i loro soldi.
Cosa c’entra con l’ultimo libro di Zerocalcare?
Nel senso letterale, pochissimo.
Se al denaro però sostituiamo “successo”, però forse si inizia a intravedere qualcosa.

ZC è attualmente il fumettista italiano più venduto in libreria e, verosimilmente, tra gli autori di libri in generale più letti in Italia. Il suo è un successo che si è costruito con una progressione naturale e costante, fatta di piccole/grandi circostanze fortunate (la pubblicazione sul Canemucco, l’autoproduzione della Profezia dell’Armadillo, le storie del lunedì sul web, l’incontro con quella macchina da guerra che è la Bao) che hanno permesso a ZC di portare le sue storie a un pubblico sempre maggiore. In questo crescendo, quello che è rimasto costante è quello di cui a ZC interessava raccontare; in questo senso, ZC è riuscito a usare il suo successo per essere sempre più libero di fare quello che preferisce. Certo, ci sono le cose su commissione per Wired, che hanno quasi sempre quel tono di “che mi tocca fare, va beh, gliel’ho promesso, facciamolo”, ma se si prende la successione delle opere da libreria di ZC (escludendo le due raccolte di storie apparse sul blog, che sono comunque importanti ciascuna per la storia inedita che contiene e che fa un po’ il punto su quello che è successo fino a quel momento nella vita e nella carriera), è facile vedere come sia andato avanti per un suo percorso coerente e organico. La Profezia è una storia autobiografica che cerca di dare un senso a un lutto; Un polpo in gola è un romanzo come quelli che Ammanniti non scrive più, su quello che ci portiamo dietro del passaggio tra infanzia e adolescenza; Dodici è una storia di zombi usata per parlare di Rebibbia; Dimentica il mio nome è una storia familiare in cui si fanno i conti con le scelte di chi ci ha preceduti.
Al centro di queste storie c’è sempre un’analisi di sé, delle proprie scelte e delle loro conseguenze. A differenza delle storie per il blog, qui l’aspetto “politico” della vita di ZC emerge con forza; mai come pippone/predicozzo ma come costante, come modello a cui tendere e distanza da quel modello. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in fumetti, Libri

Bonelliana – Febbraio 2016

Bonelliana, opinioni non richieste sugli albi Bonelli del mese precedente.
Contiene Adam Wild, Le Storie, Morgan Lost, Dylan Dog (ben sette storie), Tex.
Sigla.

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in bonelliana, fumetti

Bonelliana – Gennaio 2016

Sergio_Bonelli_Editore

Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in bonelliana, fumetti

Yado

locandina

Ci sono film di cui nessuno ha celebrato il trentennale.
Film che non avranno ristampe in Blu Ray con commenti, extra, immagine restaurata. E per fortuna perché sono bruttissimi.
Yado (o Red Sonja), sto parlando proprio di te.

"Non piangere, quel che è fatto è fatto"

“Non piangere, quel che è fatto è fatto”

Yado, uscito nel luglio del 1985 in America e poco dopo da noi, è uno di quei disastri ferroviari su pellicola che è veramente difficile riuscire a rivalutare, anche in questa epoca di ironia e distacco post-moderno. Perché la sua bruttezza non è figlia dell’essere troppo legato al periodo della sua realizzazione (anzi, sembra un film di dieci anni prima), non dipende da una storia piena di trovate improbabili (è semplicemente piatta e banale); è la pura e semplice noia di vedere alcuni pezzi legni aggirarsi su un set scambiandosi battute brutte senza il minimo impegno. Si salva giusto una messa in scena di un certo livello, con costumi e interi ricercati e dotati di una loro selvaggia nobiltà. Ma tutto il resto è noia.
No, non ho detto Hyboria, ma noia noia noia.

"Iz it a voman I zee beevore me?"

“Iz it a voman I zee beevore me?”

L’elefante in mezzo al bosco è Arnold Schwarzenegger. Doveva per motivi contrattuali un cammeo a De Laurentiis, una roba da una settimana sul set e poi via. Rimase in Abruzzo, dove si girava il film, un mese. In montaggio la sua parte fu estesa fino a farlo diventare uno dei principali comprimari del film, in scena per una buona ventina di minuti. In tutto il mondo il suo personaggio il suo personaggio si chiama Kalidor; nell’edizione italiana invece si chiama Yado ed è l’eroe titolare del film. Pare che esista una teoria propugnata da alcuni fan secondo la quale Kalidor/Yado sarebbe in realtà proprio Conan sotto mentite spoglie, facendo di questo il terzo film di Conan con Arnie. La verità è che il personaggio che interpreta è talmente neutro che potrebbe essere anche il vostro lattaio sotto mentite spoglie.

2456261,VwhFldAt9VSesTlQO1wAKSzAvqPs01Lbqbf5kCRIWjxM1xxB7m5A6C93P67YzOOjlZaKygcQDjJaG9r5Npl0GQ==

“Frechete!”

La vera protagonista del film, Sonja, è un’esordiente Brigitte Nielsen ventiduenne, catapultata dagli studi fotografici al set cinematografico senza particolare preparazione. Sorprendentemente, una delle poche esperienze positive del film è scoprire che prima che si facesse impiantare due tacchini del giorno del Ringraziamento al posto delle tette, era una ragazza sì muscolosa e imponente ma anche parecchio aggraziata. Peccato che le sia pure toccato di recitare. E probabilmente è stata lei la ragione per cui Schwarzenegger non ha fatto troppe storie a prolungare la sua presenza sul set, visto che quando qualche anno fa il buon Arnie è stato sgamato come traditore seriale pure la Nielsen ha alzato la mano e ha detto “ah sì, ma pure mentre giravamo Red Sonja faceva delle robe con me”. Durante la promozione del film, Brigitte conoscerà Sylvester Stallone, che oltre a sposarla avrà la fenomenale intuizione di farla non-recitare in Rocky IV nel ruolo della moglie di Ivan Drago: un ruolo che prevede la più totale mancanza di espressioni facciali ed emozioni, nel quale effettivamente riesce a giganteggiare.
 Ma non divaghiamo.

Giustamente cerca di non farsi riconoscere con una maschera

Giustamente cerca di non farsi riconoscere con una maschera

L’antagonista, la malvagia regina/strega cripto-lesbica, è interpretata dalla stessa attrice che nel primo Conan interpretava Valeria, Sandahl Bergman. Qui le avevano offerto il ruolo della protagonista, ma probabilmente dopo aver letto il copione deve avere detto “no, guarda, faccio la cattiva” per dare meno nell’occhio.

Bikini chainmail!

Bikini chainmail!

Il film fu accolto bene, nel senso che comunque nessuno cercò di ammazzare i responsabili. Su Rotten Tomatoes vanta un mirabolante 15%. Schwarzenegger racconta di averlo usato come deterrente con i suoi figli: “Se vi comportate male vi chiudo in camera vostra e vi faccio vedere dieci volte di fila Yado”. L’allora moglie di Schwarzenegger, scrollando desolata i maestosi palchi, sentenziò: “Se non ammazza la tua carriera questa roba qua non so proprio che altro potrebbe riuscirci”.
Credo che nemmeno Italia Uno negli anni ottanta e novanta lo trasmettesse frequentemente, nonostante il richiamo che potrebbe esercitare Schwarzenegger.
Si parla da anni di un remake, o meglio di un nuovo film dedicato a Red Sonja, che è titolare di una serie a fumetti di un certo successo nel suo campo. A un certo punto doveva girarlo Rodriguez, poi mi sa che non se ne sia fatto più niente.
Da allora, Schwarzenegger si è tenuto più che alla larga dal fantasy. Abbiamo avuto davvero un terzo film di Conan, che è riuscito a sprecare Jason Mamoa (che era un cimmero fantastico, molto vicino alla visione di Barry Windsor Smith) costruendogli attorno un fantasy dozzinale molto lontano dall’essenza della sword and sorcery. Forse avremo un nuovo Conan con Schwarzenegger, ma quasi inizio a disperare.
Così Red Sonja/Yado resta lì, figlio ripudiato che ha soffiato in solitudine sulla sua trentesima cartolina, in uno di quegli squallidi residence di periferia fatto di riedizioni in dvd da due soldi in cui vivono i film che nessuno vuole rivedere, nemmeno per farsi due risate.

Buon compleanno, vecchio.
Ti è andata male, sono cose che succedono.

(questo post dovevo pubblicarlo l’anno scorso, poi mi sono dimenticato. Così ora Yado/Red Sonja non può neanche vantare un post commemorativo nell’anno giusto)

3 commenti

Archiviato in Film, fumetti

Morgan Lost

Disegno di Giovanni Talami, realizzato a Rapalloonia 2015. Credo di essere una delle primissime persone ad avere uno sketch di Morgan Lost.

Morgan Lost, il più recente personaggio pubblicato dalla Bonelli (il primo numero è uscito il 20 ottobre, anche se in alcune città lo si trovava già il 18), è una roba strana.

Il suo creatore è Claudio Chiaverotti, che probabilmente conoscete perché è quel tizio a cui un giorno in Bonelli hanno detto “guarda, Sclavi ha bisogno di fermarsi. Da oggi Dylan Dog lo scrivi tu”. Aveva 24 anni ed erano gli anni in cui Dyd vendeva un sacco; per certi versi, il Dylan idealista e romantico di cui tutti si innamorarono nei primi ’90, quando vendeva tantissimo, è un personaggio ricreato da Chiaverotti. Una sua caratteristica erano quei doppi finali in cui il caso veniva prima “risolto” razionalmente e poi invece nell’ultima pagina… ZAC! L’orrore non è finito, il mostro esisteva davvero e uccide ancora. È interessante notare che quando Dylan vendeva molto era per lo più scritto da un autore anagraficamente vicino ai suoi lettori.
Poi va beh, come è successo per esempio con Claudio Nizzi e Tex, Chiaverotti è rimasto su Dylan più a lungo di quanto non fosse consigliabile per il personaggio e lui.
Nel 1998 crea Brendon, un fantasy-dark post-apocalittico che esce in 100 albi (più 12 speciali), chiudendo a dicembre del 2014. Brendon per me è un mistero: l’ambientazione ha un certo potenziale, ma il personaggio e le storie, con questo tono disperato spesso scavalcano a pie’ pari lo steccato dell’umorismo involontario.* La recensione del numero uno della serie pubblicata da uBC è stata per un certo periodo un grande classico della stroncatura di un albo Bonelli.

morganlost1

Tempo fa leggevo un’intervista a qualcuno di Elio e le Storie Tese in cui si diceva che visto che tanto i dischi non li compra più nessuno è inutile stare a farsi tante domande su che cosa possa piacere al pubblico e fare ciò che si vuole fare, senza troppi calcoli.
Non-lasciarmiMorgan Lost sembra un fumetto che, fin dalla copertine, di Fabrizio De Tommaso, segue proprio questa strada. Se il collage di antagonisti sulla copertina del primo numero può sembrare una deroga alle classiche regole di composizione di una copertina bonelliana, la divisione in tre vignette della seconda copertina invece fa pensare che questa scomposizione dell’immagine potrebbe essere la norma.
Ma ancora prima, la campagna promozionale è stata una cosa bizzarra: una serie di pin-up di tizi strambi che dichiarano “ucciderò Morgan Lost”. E poco altro: si sapeva che l’ambientazione sarebbero stati degli anni ’50 alternativi, più avanzati tecnologicamente dei nostri, in una metropoli nordamericana ma con una forte presenza di iconografia dell’Antico Egitto. Che, ok, non è una scelta visivamente originalissima, ma che comunque ha sempre il suo fascino.

L’altra cosa che si sapeva era che le tavole non sarebbero state nel tradizionale bianco e nero bonelliano e nemmeno a colori (come Orfani), ma in bicromia: sfumature di grigio e rosso. Che è una scelta che più che al fumetto “popolare” fa pensare a certe cose di fumetto “da libreria”. O a Sin City, certo. Ma nel fumetto di Miller il rosso (o comunque il colore) è sporadico, qui è in ogni tavola e ha una ragione narrativa precisa: Morgan Lost ha dei problemi nella percezione dei colori, vede solo il rosso. Banale? Sì, no, forse. Ma, pure questo, funziona: i disegni di Rubini sono molto buoni, con le mezze tinte e il rosso diventano qualcosa che in edicola non c’era. E ti tirano dentro alla storia e al mondo di Morgan Lost.
Anche qui, non aspettatevi di trovare niente di assolutamente inedito: nel mondo di ML i serial killer sono delle star e hanno trasmissioni televisive a loro dedicate che tengono il conto dei morti. Per contrastarli esistono i cacciatori di taglie, con regolare licenza governativa, che sopravvivono intascando le laute taglie che pendono sulle teste degli assassini. Morgan è uno di loro, cela nel passato un evento traumatico che lo ha spinto a dare la caccia ai mostri e che gli ha lasciato come ricordo quella mascherina nera tatuata attorno agli occhi. È un solitario, insonne, tormentato dagli incubi (ehi, “incubi” è la parola 666 di questo post), vive dentro a un orologio in disuso. Un tempo gestiva un cinema, ora gli è rimasta solo la passione per il cinema più misconosciuto.

m3

Non c’è molto di più: alcuni colleghi cacciatori di taglie, una poliziotta che sembra essere destinata a essere la spalla dell’eroe (ma il vero comprimario, dice Chiaverotti, arriverà solo nel secondo numero), un’indagine che va a risvegliare un passato che sembrava chiuso e che sembra destinata a svelare una macchinazione politica.
Però quello che funziona è che questa città silenziosa, dove nevica sempre, affogata nel grigio e chiazzata di rosso, ti prende. C’è uno strano silenzio in Morgan Lost, che è quello di alcuni sogni. C’è il perturbante, le cose simili a quelle che conosci ma leggermente diverse. E la storia, anche se forse l’hai già letta altre volte da altre parti, con altri personaggi, in un’altra città, funziona pure lei. E quando arrivi all’ultima pagina, con quel “fine primo tempo”, vorresti avere subito il secondo numero tra le mani.
Intendiamoci: non è il capolavoro che cambierà le sorti del fumetto bonelliano. Ha alcuni difetti bizzarri (tipo che a un certo punto due personaggi subiscono una tortura che dovrebbe essere tremenda, nella descrizione, e li vedi con due graffi sul petto e qualche ferita qua e là; la spiegazione del perché ci sono le statue egizie e la città si chiama Neo Heliopolis è semplicistica a dir poco, per dirne due) e la caccia al serial killer del mese potrebbe diventare alla lunga ripetitiva.
Però nonostante usi ingredienti comuni, Morgan Lost li mescola secondo un gusto personale, lascia un buon sapore in bocca e alla fine non assomiglia troppo ad altro che non a se stesso.
Si vede che è il lavoro di un autore che sta scrivendo qualcosa a cui tiene, senza preoccuparsi di farlo “giusto”, ma di farlo come piace a lui. E, di questi tempi, non è poco.


  • Faccio la persona matura, ma per un anno almeno comprai Brendon solo per poterne ridere, nei primi anni 2000

Lascia un commento

Archiviato in fumetti

Gente di mare – fumetti con salsedine

Copertina di Stefano Turconi

Copertina di Stefano Turconi.

L’inizio della promozione sul catalogo di Bao Publishing mi sembra il momento giusto per parlare di una storia a fumetti che parla di mare e che probabilmente, se non fossi andato al mare, non avrei mai preso in considerazione.
Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in fumetti, Libri

Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

ringo6

Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in bonelliana, fumetti