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Lo scherzo che continua a uccidere

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Una volta Alan Moore, che ormai odia la DC Comics più di quanto a noi comuni mortali sia possibile immaginare, ha detto che va ormai avanti da anni ricicciando le buone idee che lui ha avuto negli anni Ottanta.
Chissà come gongola ora che la lunga onda di una sua storia per Batman del 1988 è diventata la miccia di una polemica di quelle che si guadagnano pure un hashatg su twitter.
In breve, per festeggiare i 75 anni del Joker, a giugno le testate DC usciranno con delle copertine variant dedicate al più iconico avversario di Batman. Per la serie di Batgirl Rafael Albuquerque, disegnatore brasiliano, ha pensato di ripescare dal passato comunque dei due personaggi una delle pagine più cupe della storia di Batman, raccontata da Alan Moore in un episodio, disegnato da Brian Bolland intitolato The Killing Joke. Anche se non lo avete letto, probabilmente ci siete entrati in contatto senza saperlo se avete visto il secondo Batman diretto da Nolan, perché il Joker di Heath Ledger è dichiaratamente ispirato a quello della storia di Moore. Per farla breve, in The Killing Joke Moore indaga sulla psicologia del Joker e sul suo rapporto con Batman, concludendo – senza troppe sorprese – che sono due psicopatici non troppo dissimili l’uno dall’altro. Nel corso della storia, il Joker va a casa del commissario Gordon, spara alla figlia, che è in realtà Batgirl, e lo rapisce cercando di farlo impazzire. Anche facendogli vedere foto della figlia nuda e ferita (sopravviverà, anche se su una sedia a rotelle, per poi riprendere a camminare in un reboot recente). A questo proposito, uno dei giganteschi non-detti di questa storia è, da 27 anni, se Barbara Gordon sia stata violentata o no; una versione scartata di una tavola divulgata qualche tempo fa ha riaperto il dibattito. Continua a leggere

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Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

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Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100″, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

adam 3 Continua a leggere

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Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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Non ci sono montagne alte abbastanza

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C’è una scena di quel filmaccio su Jerry Lee Lewis in cui il protagonista è costretto a suonare prima di Chuck Berry, nonostante sia lui quello che vende più dischi al momento. Allora mette su un esibizione tiratissima, che conclude dando fuoco al pianoforte. “Sono tutti tuoi,” dice alla fine al povero Berry, andandosene dal palco.

Ecco, “Guardiani della Galassia” fa lo stesso con il nuovo film di Star Wars in lavorazione.

Già il povero JJ Abrahms doveva sudare le proverbiali sette camicie per ridare fiato a un franchise che Lucas aveva cercato di disintegrare in tutti i modi possibili; ora si troverà pure a doversi confrontare con l’ingombrante spettro di un film che ha messo in scena tutto quello che di spettacolare c’era nella saga senza neanche un filo delle menate sulla Forza e il Lato Oscuro di cui, in fin dei conti, non è mai fregato niente a nessuno. Tanto appunto che quando Lucas ci ha propinato tre film in cui la cosa era costantemente in scena con la delicatezza di un panzer abbiamo tutti pregato per una morte rapida (ancora più che per Jar Jar Binks o per la faccia di fango del cane che interpretava Anakin).
Pensare che è tutto in casa Disney. E che in vista dell’acquisizione di Star Wars la stessa Disney aveva fatto di tutto per soffocare nella culla il promettente John Carter.
E invece, BAM, ti spunta dal nulla questo gruppo di personaggi improbabili ripescati dai meandri dell’Universo Marvel da una serie divertentissima e in due ore porta a casa un film in cui c’è tutto: azione, tamarragine, il famigerato sense of wonder, guasconeria, personaggi larger than life, UN PROCIONE CON IL MITRA (ed è tutta di colpa di Paul McCartney, pensa un po’), un sacco di risate, Space Invaders a tradimento, persino il Tempo delle mele…

La cosa più folle di tutte è che questa roba, sulla carta un suicidio commerciale, ha sfondato il botteghino.
Il che è straordinario perché vuol dire che “Marvel” è evidentemente diventato un marchio capace di portare al cinema molta più gente di quanta compri o comprerà i fumetti. E a questo punto, se è andata bene con questa, c’è il rischio che davvero si azzardino a portare sullo schermo più o meno qualsiasi cosa dal titanico serbatoio della Casa delle Idee; e non so se abbiamo abbastanza pop-corn, da queste parti. Poi non è detto che tutto venga bene (ciao, Agents of S.H.I.E.L.D.), però magari va a finire che ci scappa fuori un film decente sul Punitore (a questo punto è lecito anche aspettarsi il Punitore sopra le righe della prima gestione Ennis?). E magari pure il remake di quel film evocato alla fine…

Comunque: auguri JJ.
Ne avrai bisogno, con tutti quei pianoforti in fiamme.

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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

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Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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Dodici, una recensione

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Quando ho letto per la prima volta La profezia dell’armadillo ne venivo dalla lettura delle storielle di Zerocalcare sul suo blog e su Canemucco, quindi ero preparato a ridere sguaiatamente. Le prime pagine ovviamente mi bloccarono la risata nella gola. “Ommadonna che mattonata ho comprato?” pensai subito. E poi invece scoprii che ZC era bravissimo ad alternare i due registri, a commuovere senza essere melenso e a far ridere senza essere becero. Un equilibrio rarissimo, difficilissimo da mantenere, mostrato in un libro che è la parte nascosta dell’iceberg della sua produzione.

C’è da ammirare, in ZC, il coraggio e la voglia di non sedersi sugli allori del blog: poteva andare avanti pubblicando storielle autobiografiche e invece ha scelto di dedicarsi nei libri a qualcosa di più strutturato. Un polpo alla gola era una storia ammanitiana, un lungo racconto non diviso in microstorie autonome come il primo libro. Meno fulminante della profezia ma solido, una dimostrazione della volontà e della capacità di fare dell’altro.
Poi c’è stato l’interludio di Ogni maledetto lunedì (su due), raccolta delle strisce del blog, con una storia inedita e ora arriva Dodici [link affiliato ad amazon – fino al 30 ottobre Dodici è scontato del 25%, come tutto il catalogo Bao], una storia di zombi ambientata a Rebibbia in cui Zerocalcare (l’autore) fa un ulteriore passo avanti e Zerocalcare (il personaggio) ne fa uno indietro.

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Per gran parte della storia, infatti, l’alter-ego dell’autore è fuori combattimento e diventa protagonista il Secco, il giocatore professionista di poker online, insieme all’amico Cinghiale e Nadja Katja, un personaggio inedito.
Quali sono le cose migliore di Dodici? Una è quella che già sapevamo ZC sapeva fare bene: usare i personaggi pop come archetipi del comportamento umano. È ormai quasi un trucco vecchio ma gli riesce sempre bene, quasi come se fosse la prima volta che lo vediamo in azione.
La seconda cosa migliore è una novità: sono le pagine dedicate a Rebibbia, il quartiere in cui ZC vive e in cui si svolge la storia. Sono una manciata in tutto il libro ma lasciano il segno. Sono scritte con una “voce” molto diversa da quanto visto finora, forse assimilabile per profondità e maturità (gulp) alle pagine finali della storia di complemento di Ogni maledetto lunedì, e accompagnate da un tratto grafico diversissimo da quello del libro, più pulito e preciso. Davvero sorprendenti.
Ovviamente funzionano benissimo i disegni, anche se personalmente preferisco Zerocalcare in bianco e nero (e rosso, qui) che a colori.
C’è invece qualche intoppo nella costruzione della storia su due piani temporali (in b/n il presente e a colori il passato), che non funziona benissimo e può risultare confusa. Così come trovo abbastanza incomprensibile la terza linea narrativa, quella dell’omino con la maschera. Intendiamoci: con un minimo di attenzione si segue perfettamente tutto, però non scorre tutto liscio come dovrebbe e si fa fatica un po’ a comprendere il “punto” della storia. Che ha dei momenti molto divertenti (mai davvero tesi perché gli zombi fanno più da sfondo che da minaccia vera e propria) ma si chiude un po’ a metà, non tanto per volontà di dare spazio a un sequel ma per una scelta dell’autore di creare una specie di non sequitur (evidente anche nella divertentissima tavola conclusiva). Scelta legittima che spiazza un po’ in una storia che per altri versi cerca di aderire al canone di genere.
Insomma: Dodici è una buona storia, che fa ridere e ha dei passaggi molto belli. Non è perfetta, ma mostra che Zerocalcare sta continuando a cercare di battere strade meno scontate di quelle che molti si aspetterebbero da lui.
Qui facciamo il tifo fortissimo per lui.

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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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