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Gatto e libertà – Notizie dallo Spadaccino

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Una delle cose più fighe che ho fatto nel 2014 è stata pubblicare due ebook su Amazon.
L’isola del Teschio a fine agosto e, un mesetto dopo, Colei che canta.
Era la prima volta che mi esponevo così come scrittore e devo dire che l’esordio è stato elettrizzante. L’isola del Teschio è piaciuto, ha delle buone recensioni su Amazon (e anche fuori) e ci sono possibilità di sviluppi interessanti. Il seguito (che in realtà è un prequel) ha avuto un impatto minore, ma anche lui si è guadagnato una recensione di tutto rispetto.

Mi sono incagliato sul terzo episodio.
Dopo due false partenze (una storia ambientata in Germania e una in Egitto) ho deciso di dare il via libera a una storia che pensavo di affrontare più avanti perché, sulla carta, molto più complicata di una semplice storia con il “mostro della settimana”. Invece, mi sono reso conto che questa storia che mi faceva paura era invece più facile da approcciare delle altre due e, per giunta, più facile da fare rientrare in quello che voglio sia il mood delle storie dello Spadaccino: non un fantasy storico ma storie di orrore sovrannaturale in cui l’irruzione del fantastico sia per certi versi vista, per quanto inevitabile, come una rottura dell’ordine naturale delle cose. Uno dei motivi per cui non so bene come riprendere un filone aperto nella storia viennese, tra l’altro.
Comunque.
Anche questa storia più facile è in realtà piena di insidie. Al momento il file “Spada 3 – scarti” è abbastanza lungo e contiene scene scritte ma che non andavano da nessuna parte, tenute da parte nella speranza di potere riciclare qualcosa. Dice: “Ma non potevi farti una scaletta prima di iniziare?” Certo, l’ho fatto, Ma quello che funzionava sulla scaletta non funziona messo in pagina, anche perché avere per scelta un protagonista cinico e disilluso non aiuta molto a fargli, per esempio, prendere parte delle parti in una questione politica.
Alla fine, però, credo di avere trovato la strada giusta e con un po’ di fortuna dovrebbe portarmi a destinazione.

Cosa ci sarà in questa nuova storia (che per ora si chiama “Gatto e libertà”)?
Ve lo dico per immagini.

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Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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L’isola del Teschio – backstage

L’isola del Teschio è da quasi un mese sul Kindle store.
Nell’immediatezza dell’uscita mi ha dato alcune soddisfazioni, tra cui un posizionamento inverosimile nella classifica dei “prodotti del momento” davanti alla Bender che quello stesso era tra i tre ebook dell’offerta lampo.Schermata 2014-09-01 alle 20.01.37Per non dire di alcuni piazzamenti inconsulti nella classifica horror generale, tipo quando mi sono trovato davanti a Edgar Allan Poe e alle spalle di una trilogia paranormal romance. Continua a leggere

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Cartoline da Istanbul

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Mentre i post sul Giappone ancora faticano ad arrivare alla conclusione (nuovo record dalla fine del viaggio), al volo, due parole sui tre giorni a mezzo a Istanbul di questa estate.

Il muezzin

La funzione del muezzin è la stessa delle campane per noi: richiamare i fedeli alla preghiera, ricordando allo stesso tempo “Attilio Lombardo pelato bastardo”. Ma laddove l’occidente cristiano ha elaborato una semplice melodia, nell’Islam la frase è attraversata da trilli, melismi, colpi di glottide e logorrea. Il tutto amplificato da altoparlanti gracchianti. E a botta e risposta. Che tipo se ti trovi tra Santa Sofia (che ha un minareto funzionante) e la Moschea Blu all’ora della preghiera improvvisamente rischi l’infarto. Poi inizi a domandarti quanto dura l’introduzione a questo pezzo metal e quando partono le chitarre.
Quando poi alle quattro ti sembra di avere un muezzin in camera di albergo, un pochino rivaluti certe cose della Fallaci. E le campane della chiesa vicino casa tua che tutto sommato sono molto discrete.

I dervisci rotanti

È inutile girarci attorno (battuta!), il potenziale comico dei dervisci rotanti è in una parola sola devastante. Non tanto quando sono impegnati a derviscioroteare, che sono una cosa troppo bella per fare pensare ad altro (a meno che tu non sia un idiota alticcio come lo spagnolo che avevo di fianco, che ha passato tutto il tempo a chiacchierare con la compagna, sbuffare e battere il ritmo fuori tempo agitando un depliant per farsi aria), ma prima. Quando si presentano con addosso una mantella scura appoggiata alle spalle, gli alti cappelli di feltro, alcuni la barba, sembrano usciti dritti dritti da quelle storie pazzesche in cui Rodolfo Cimino spediva Paperone e nipoti in improbabili paesi dell’Asia minore alla ricerca di tesori custoditi da personaggi del genere.

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Lou Reed e i fatti miei

Chi c’era in copertina sul primo numero della fanzine “Punk”?

Su Lou Reed ho da raccontare un paio di cose su come le sue cose abbiano più o meno incrociato la mia vita. Intanto, la prima volta che qualcuno ha usato una canzone per dirmi delle cose, quella canzone era questa qua: Un paio di anni prima io e un mio compagno di liceo suonammo Walk on the wild side alla festa della scuola. Io ero (e per moltissimi versi sono tutt’ora) un pessimo chitarrista e lui, Riccardo, non era davvero un cantante. Le premesse per il disastro c’erano tutte. Per essere sicuri di schiantarci meglio avevamo reclutato come coriste tre compagne di classe, su basi puramente estetiche (e/o perché abbastanza incoscienti da accettare la parte), poi in un attimo di incoscienza, dopo avere recuperato un batterista che non aveva mai suonato con le spazzole in vita sua, siamo riusciti ad avvalerci della collaborazione al basso del miglior musicista della scuola. Un tizio che, per dire, oggi ha una voce su Wikipedia e ha pubblicato tre dischi di progressive. Come andò? Credo bene. Era la prima volta che suonavo in pubblico come unico chitarrista e non ricordo di avere sbagliato accordi in modo catastrofico (mi sa che per evitarmi problemi con il FA l’ho suonata con il capotasto al quinto tasto), l’assolo finale fatto con il basso fu proprio bello, le ragazze non stonarono particolarmente. Il personale docente non sembrò prendere bene il fatto che alcuni versi fossero stati cantati in italiano (“ma non ha mai perso la testa neanche quando l’ha preso in bocca”, per esempio). E stranamente non venne apprezzato il fatto che attaccammo in fondo alla canzone un frammento, a dire il vero piuttosto lungo, di un’improvvisazione nata mesi prima nelle serate della settimana bianca scolastica, intitolata Don Tonino: una carrellata (molto reediana) di personaggi bizzarri e disgustosi (e vocaboli ricercati o dialettali o desueti; l’inizio recitava “Lui è Don Tonino, luvego e un po’ tremebondo”) che poteva andare avanti anche per delle mezz’ore intere, sempre con SOL, LA, RE. Circa sei persone in tutto capirono che cosa stavamo facendo e perché, ma per noi era una cosa straordinaria che non potevamo non fare. Purtroppo, non ci fu alcuna conseguenza disciplinare per avere cantato di pompini in italiano alla festa della scuola, quindi l’episodio è molto meno punk di quello che potrebbe essere. Sipario con i Dictators  (che nel 1975 avevano un pezzo che diceva “I think Lou Reed is a creep”) che fanno i Velvet Underground:

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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Terra leggiadra. Due giorni in Liguria 1: My name is Prince

La domanda è: dopo i 15 post per 15 giorni in Polonia, quanti post scriverò per due giorni in giro per borghi e paesi in Liguria?

Si chiama, in inglese “staycation”, da stay+vacation, cioè grossomodo “casanza” o “caseggiatura” o “vacasa”: fare le ferie a casa o poco lontana da essa, con viaggi di uno o due notti fuori. È la formula che abbiamo scelto quest’anno, in attesa del Grande Viaggio di novembre (e lì altro che 15 post, temo).

Tipico residente di Spotorno in spiaggia.

La cosa era nata con “andiamo un giorno a vedere Triora” e si è trasformata in un viaggio da sei paesini, più grotte, in meno di 36 ore, tutti nel Ponente ligure.
Per me, genovese, il Ponente è una terra misteriosa che inizia da dopo Albisola, probabilmente popolata da gente con la faccia sullo stomaco, altri con un solo grande piede che probabilmente usano per farsi ombra quando si sdraiano sulla schiena, credo governata dal Prete Gianni o da Pippo Baudo assiso sul suo trono di ossa umane nei sotterranei del teatro Ariston. Dove poi a un certo punto ti trovi, di tutti i posti al mondo, in Francia. Per dire, per anni ho creduto che “Spotorno” fosse un nome buffo inventato, un po’ come Poggibonsi. Poi ho scoperto che esistevano davvero entrambi.

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Quella che vedete ritratta qui sopra da un vedutista di belle speranze, un tale Monet di cui forse avrete sentito parlare, è Dolceacqua, prima tappa del nostro viaggio dal nome tolkieniano (in una provincia con un nome mussoliniano).
Ai piedi del castello medievale si arrampica lungo il colle il centro storico, un borgo fatto di strade strette, spesso coperte dai collegamenti tra un palazzo e l’altro, su cui si aprono le porte di botteghe e bottegucce. Oggi un’architettura del genere è un piccolo paradiso per gli amanti dei bei tempi andati (e dell’ombra), all’epoca della sua realizzazione era un incubo per qualsiasi esercito assalitore, che si trovava costretto ad avanzare per stretti budelli prima di riuscire di arrivare ai portoni del castello. In pratica, un bel live action tower defense.
Il castello in cima sarebbe anche visitabile, ma la ragazza ci dice che metà delle sale sono chiuse per restauri e che, insomma, il gioco non vale la candela.
Ci consoliamo con la michetta, un dolce tipico del paese (un maritozzo, più o meno), dalla storia bizzarra. Vuole infatti la leggenda che sia stato creato per la prima volta nel 1300 dopo che al malvagio marchese Doria che dominava la città era stata estorta con un pugnale alla gola l’abolizione dello jus primae noctis. C’era di mezzo una bella popolana, Lucrezia, che di farsi vidimare dal nobile proprio non ne voleva sapere e alla fine prima tentò il suicidio lanciandosi da una finestra poi, rinchiusa si lasciò morire di fame e sete (di solito si muore di sete, per la cronaca). Il fidanzato allora si intrufolò nel castello e come detto riuscì a ottenere l’abolizione dell’odioso privilegio; per festeggiare, le donne del paese crearono un dolce che, dicono, dovrebbe avere la forma del sesso femminile.

Impastando la farina con uova, zucchero ed olio crearono varie forme , sicchè una di loro, la più smaliziata individuò in una delle sagome di pasta un’evidente allusione al sesso femminile ed esclamò: «Sachì le che che ghe va (questa è quella che ci vuole), la chiameremo “michetta”»
Preparato l’impasto e cotte si precipitarono in piazza gridando: «Omi, au, a michetta a damu a chi vuremu nui (uomini, adesso la michetta la diamo a chi vogliamo noi)»

Forse l'anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po' diversa da quella delle donne attuali

Forse l’anatomia delle donne del ponente ligure nel XIV secolo era un po’ diversa da quella delle donne attuali.

Abbandonata Dolceacqua ancora dubbiosi sulla forma delle michette che abbiamo portato con noi ci dirigiamo all’estero, verso un piccolo principato ricco di legami con l’Italia.
Montecarlo, diranno i miei piccoli lettori.
No.
Seborga.

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L’esistenza di Seborga, o meglio la sua pretesa di indipendenza dall’Italia, è sempre stata per chi scrive una grande fonte di meraviglia.
Seborga, sostengono gli indipendentisti, non avrebbe mai fatto parte del regno di Sardegna e quindi la sua annessione al regno d’Italia sarebbe stata priva di valore. Dal 1963 Seborga ha anche un principe (eletto), batte moneta, emette francobolli, passaporti, targhe automobilistiche e patenti di guida, che hanno all’incirca lo stesso valore legale dei Disney Dollars con cui puoi cambiare i dollari nei parchi Disney.

Nei negozi trovi cartelli così.

Nei negozi trovi cartelli così.

Una delle poche affermazioni di indipendenza dall’Italia citate dai seborghesi è attribuita a Mussolini, che nel 1939 scriveva:

il Principato di Seborga non appartiene all’Italia.

Considerato che all’epoca diceva lo stesso degli italiani di origini ebraica non mi sembra un argomento molto spendibile.
Comunque la questione dell’indipendenza di Seborga è un po’ più articolata, anche se abbastanza improbabile; una lista delle argomentazioni si trova qui. Ovviamente c’entrano i templari e ovviamente si citano “eminenti storici inglesi” (quali?).

Fatto sta che oggi, come la strada provinciale entra nel territorio del comune di Seborga trovate una garitta con dentro un signore in uniforme (basco, camicia azzurra, pantaloni bianchi e anfibi) che vi fa un cenno di saluto. In segno di disprezzo per le leggi dell’oppressore italiano io gli sono involontariamente passato davanti senza cintura di sicurezza (ma tanto ha meno poteri del sorvegliante di un grande magazzino). La strada, tra l’altro, finisce a Seborga e proprio davanti a un busto di Umberto I, evidente provocazione sabauda contro gli abitanti del luogo.
Folklore a parte, Seborga è un borgo piccolissimo arroccato in cima a un colle da cui si gode una vista straordinaria sul mare e sulla vallata sottostante. Si gira a piedi in credo cinque minuti, poi si possono visitare la chiesa, il negozio dei souvenir; c’è anche un palazzo del governo, che più o meno condivide le funzioni dell’ufficio informazioni turistiche.
Ci sono un paio di ristoranti, uno in una corte molto bella, tira un bel venticello e c’è almeno un gatto molto socievole.
E poco altro.
Gli indipendentisti seborghini sono stati molto bravi a creare curiosità su di un posto che senza questo bizzarro passaparola sarebbe forse rimasto al di fuori dei giri turistici; curiosamente la questione dell’indipendenza nasce (o rinasce) infatti negli anni ’50, in concomitanza con l’apertura della strada rotabile che unisce Bordighera a Seborga…

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